Frammenti di viaggio, ingenui e appassionati…

      

Il Genbaku domu, Hiroshima, 2007

Il Genbaku domu, Hiroshima, 2007

 

2. La città dove l’uomo ha perso.

 

In fondo al vagone del treno proiettile si accende il display luminoso annunciando la prossima fermata, e, come sempre, l’annuncio è dato anche dall’altoparlante: “Stiamo per fermarci per una breve sosta a…”. Appaiono i caratteri di “ampio”e di “isola” e sappiamo di essere arrivati a Hiroshima 広島.

Hiroshima, si fa presto a dire Hiroshima.

Ci arrivi e non sai cosa troverai, e hai un po’ di timore reverenziale. Sull’orlo dello smarrimento.

Poi, fuori della stazione, il caos di una città giapponese modernissima (cos’altro ti aspettavi?), dove è bello salire su un tram quasi milanese, che sferraglia in mezzo ai grattacieli, su cui il tranviere guida con i guanti bianchi, raccoglie i soldi in una macchinetta mentre scendi, ti cambia la banconota se non hai spiccioli, annuncia le fermate (quella in corso e la successiva, tanto perché non ci si sbagli) e ti saluta e ringrazia quando scendi. Nessuna meraviglia, dovunque è così sui mezzi pubblici, qui in Giappone.

Il tram passa sui fiumi di Hiroshima, città attraversata in realtà da un unico fiume, lo Ōtagawa, che si divide in tanti bracci, giunti alla fine del loro corso. Il delta è vicino e vicino è il mare la cui brezza rinfresca le calde notti estive della città, così come vicine sono le colline boscose. Una terra benedetta, si direbbe. E invece.

E invece qui, il 6 agosto 1945, “l’uomo ha perso”, come dice bene il titolo di un libro.

C’è un cuore verde, ad Hiroshima. È il Parco della Pace. Un’immensa spianata verde che si stende dal grande Museo della Bomba fino al ponte Aoki, l’obbiettivo dichiarato del bombardamento. In mezzo al Parco, una lunga vasca, quasi una piscina, davanti alla quale sta un sarcofago. Dentro sono custoditi i duecentomila nomi. Le vittime. E l’acqua vicino è in ricordo della loro sete, una sete che li bruciava da dentro, inestinguibile, mentre brandelli di pelle e di carne si staccavano dai loro corpi martoriati. Ma perché? Davanti al sarcofago ci sono delle piccole vasche ripiene di sabbia. Chi si avvicina china il capo, giunge le mani e accende dei bastoncini di incenso. La commozione spesso è trattenuta, eppure è palpabile. Il parco qua e là è disseminato di statue, di targhe a ricordo, di alberi feriti e vediamo due resti importanti. Sono le uniche due costruzioni rimaste precariamente in piedi, seppur sventrate, dopo le 8 del mattino di quel 6 agosto. Attorno, una spianata di macerie polverizzate, per chilometri e chilometri. Sono lo scheletro di una banca e quello della Camera di Commercio, il celeberrimo Genbaku Dōmu (la Cupola della Bomba), il simbolo di ciò che è accaduto, monumento all’orrore entrato nel cosiddetto “Patrimonio dell’Umanità” dell’Unesco, monito perenne e muto grido. Ci guardiamo senza parlare.

 

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Qui accanto, a cinquecento metri sopra le nostre teste, la bomba è scoppiata. E il cielo nono è stato più lo stesso. E la terra non è stata più la stessa. E il ventre delle donne ha partorito mostri. E molti sopravvissuti non hanno saputo sopravvivere al ricordo e si sono suicidati. C’è tutto nel museo. L’inferno è ben documentato. Con le riprese fatte dall’aereo. Con le fotografie scattate dagli Americani. Per documentare. Ma che hanno regalato ai Giapponesi solo negli anni Ottanta. Il museo ha un centro di documentazione in cui è possibile consultare tutto il consultabile e in cui i cittadini di Hiroshima si incontrano con gli stranieri che qui vogliono venire per capire e per fare un percorso comune sulla via della pace e del disarmo nucleare. Hiroshima vive tutto questo come una missione di responsabilità nei confronti del mondo intero. Per questo le pareti del pianterreno del museo sono tappezzate di telegrammi che i sindaci della città hanno inviato e inviano ai potenti della terra ogni volta che si ha notizia di un test nucleare, in qualunque luogo avvenga.

L’uscita dal museo è come l’uscita da un tunnel oscuro: ritrovi la luce e, con essa, la vita. È bello vedere i bambini correre a inseguire gli uccellini o una coppia scambiarsi effusioni su una panchina. Ci compriamo una granita colorata a una bancarella e intanto guardiamo le vecchiette ingobbite dall’osteoporosi che, amorevolmente, ogni giorno vengono qui, con i loro cesti e le loro scope di saggina, con i larghi cappelli di paglia e le tute azzurre, a pulire il Parco. Raccolgono le foglie morte, sistemano le aiuole, con grande delicatezza, con grande dignità. È un estremo omaggio, che forse solo un popolo come quello giapponese, così legato alla natura e in cui è così sentito il culto dei morti, può concepire.

Non sono molti i turisti stranieri, neppure qui. Noi due, una coppia di francesi dall’aria intellettuale, uno sparuto gruppetto di latinoamericani, non sappiamo di che paese. Che strano. Molte scolaresche, invece, molti visitatori da soli o a gruppetti vengono qui da ogni parte dell’arcipelago. Ne incontriamo anche presso la statua dolcissima di un Buddha dalle sembianze di un angelo, che ricorda i tanti studenti uccisi. Una maestra con bimbetti forse di prima elementare, coi cappellini bianchi per proteggersi dal sole e gli zainetti colorati, si ferma a pregare. Tutti giungono le mani, assorti. Vedremo loro e poi altri, molti altri, tirare fuori da borse e borsoni lunghe ghirlande coloratissime di gru di carta. Tutti i monumenti qui nel Parco ne sono pieni, a volte quasi seppelliti. Sono i lavori pazienti di migliaia e migliaia di bambini e ragazzi di tutto il Giappone. Tutti ricordano Sadako. E portando qui le gru, centinaia di migliaia di gru, lasciano un messaggio di pace. Sasaki Sadako aveva quattro anni, quando la bomba fu sganciata. Era vicina all’epicentro, ma non troppo. Dopo otto anni però si manifestò in lei la leucemia, una delle conseguenze della bomba. Le gru in Giappone sono simbolo di longevità, di fortuna. Nel suo letto d’ospedale Sadako promise a se stessa che se fosse riuscita a piegare mille gru di carta, sarebbe guarita. Ma quando la morte la raggiunse ne aveva preparate “solo“ seicentosettanta. Allora i suoi compagni di scuola hanno deciso di continuare per lei. Ed ancora continuano a farlo i bambini in ogni scuola, in tutto il Giappone.

 

Heiwa koen, il Parco della Pace, Hiroshima, 2007

Heiwa koen, il Parco della Pace, Hiroshima, 2007

 

Passiamo spesso, di notte, per il Parco, che non ha nessun recinto. A volte ci tagliano la strada le biciclette degli impiegati che ritornano a casa un po’ tardi, sfrecciando fra le aiuole. Se ci avviciniamo alla vetrata del museo sempre illuminato e il cui atrio è sempre aperto, il guardiano notturno ci saluta e ci fa cenno di entrare. Più in là si sente della musica. Sono ragazzi che approfittano della spianata di marmo sotto al museo per scatenarsi al ritmo di un rap. E attorno, al di là degli alberi, brillano le insegne luminose e il cuore pulsante della città che si diverte, con i suoi locali e i ristorantini. È la vita che prevale, smemorata.

Amiamo questa città, perché sarebbe stata bella. Con i suoi fiumi ancora pescosi, che l’attraversano come vene sul palmo di una mano. Con le sue colline verdissime. Ma l’amiamo per come è ora. E non vorremmo lasciarla.

 

Settembre 1998

 

 

Frammenti di viaggi

 

In un floppy disk dimenticato ho ritrovato le poche corrispondenze dal Giappone scritte per un settimanale abbiatense che, ahimé, non c’è più. Perdute in un file e ritrovate casualmente, a distanza di un decennio e dopo svariati viaggi e nuove scoperte e meraviglie, mi sembra ancora di poterle sottoscrivere, pur consapevole di una certa naiveté…  Sono ricordi, e sono per voi.

 

A Kurashiki, 2007

A Kurashiki, 2007

1. Tra futuro e passato nella città dei canali.

 dedicato a Giuliana, che un giorno finalmente riuscirà a visitare il Giappone

 

Se il Giappone, nell’immaginario collettivo dell’Occidente, ha oggi un unico volto, quando poi ci arrivi, ebbene, ti basta atterrare all’aeroporto del Kansai, sull’isola artificiale nel bel mezzo della baia di Ōsaka, per scoprire che – come la statua di Kannon, il Buddha della misericordia – l’Arcipelago degli Dei ha molti volti e chissà se mai riuscirai a scoprirli tutti.

L’ipertecnologia di auto guidate dal satellite e il silenzioso sfrecciare sui binari dello shinkansen (1200 km in cinque ore e mezzo), accanto ai riti di purificazione, antichi e immutabili nel tempo, alla lentezza studiata della cerimonia del tè, mentre l’ascensore più veloce del mondo ti catapulta in mezzo minuto in cima al grattacielo più alto dell’Asia…

Un Giappone che sfugge alle facili classificazioni con cui si ama tentare di definirlo in Europa o negli Stati Uniti: modernità sfrenata, sfrenato consumismo, americanizzazione spinta e una punta di pregiudizio razziale che non guasta mai (“quei musi gialli… tutti in gruppo in piazza del Duomo, tutti piccoli, copiano sempre e per giunta si assomigliano tutti!”).

Tanti i volti del Giappone che vorremmo scoprire in questo viaggio, ma che resteranno invece un mistero. In Asia, occorre umiltà.

E spesso chi ha il viso pallido e gli occhi tondi, invece, di rispetto no

Giardino interno dello Hashimaya (foto di R. Hata)

Giardino interno dello Hashimaya (foto di R. Hata)

n ne ha molto: ha piuttosto molta supponenza. La civiltà greco-latina, già, quella sì è “la civiltà”! Poi ti accorgi che l’Europa è solo un’appendice dell’Asia e che, se fai un rapido calcolo, la maggior parte dell’umanità sta al di là degli Urali. E forse allora stai zitto.

E così ce ne andiamo. Dai grattacieli di Ōsaka, sconfinata metropoli ingrigita dallo smog (il clima in agosto è come quello di Milano, ma con più afa e quasi 40°), con le sue autostrade che si intersecano direttamente sul mare (e intendiamo proprio letteralmente “sul mare”! miracolo dell’ingegneria civile giapponese) e dalla baia ti fanno ammirare i grattacieli arditi e spettacolari e le casette a un piano, rigorosamente in legno, che li affiancano. Così, quasi senza soluzione di continuità, scendiamo alla stazione di Kurashiki, piccola, deliziosa città nel cuore del Giappone rurale, ignorata dai rari turisti occidentali che preferiscono fermarsi a Tōkyō, a Kyōto e raramente si spingono oltre.

Se in Italia e in Europa si preferisce costruire i centri commerciali nelle periferie delle città o fuori, sulle statali trafficate ( si sa, tutti vanno a far spese in macchina!), qui – è un fatto – questa prassi non usa: tutti usano il treno, i centri commerciali si fanno nelle stazioni! Così, ti capita di uscire dalla zona dei binari e ritrovarti in un depaato (grande magazzino), senza accorgertene. Nessun problema, nessuno si scandalizzerà nel vederti passare fra i banchi con le tue valige ma tutti i commessi non mancheranno di salutarti con l’usuale benvenuto “Irasshaimase!”

Così, Kurashiki. Alla stazione e subito fuori, grandi magazzini luccicanti e il rumore assordante dei pachinko, le sale in cui si gioca tutto il giorno davanti a biliardini automatici verticali (che esistono solo qui) e a cui non si vince mai nulla se non altre biglie da giocare o da scambiare con cioccolatini, dolcetti, caramelle. Le sale sono gestite dalla yakuza, ma la clientela è composta di casalinghe, tranquilli pensionati, per la maggior parte gente di mezz’età dall’aspetto innocuo. La curiosità è troppa e una mia parola di troppo con la mamma della nostra amica Yasuko, venuta a prenderci alla stazione, fa scattare la proposta. Ed eccoci scaraventati dentro una sala piena di rumore, musica e fumo, per il divertimento dei commessi che subito ci liberano due macchinette per il nostro goffo tentativo. Nessuno dei giocatori ci degna di uno sguardo, non ci si può distrarre un attimo, le biglie cadono in fretta e il gioco richiede abilità e massima attenzione. Ognuno di noi due riceve un cestino pieno di biglie (costo 1.000 yen per la giocata minima),*  ma basterà una manciata di secondi perché le nostre scompaiano inghiottite dalla macchinetta. Per noi un’esperienza divertente, per migliaia di persone in Giappone un passatempo sul cui ruolo sociale si sono spesi fiumi di inchiostro. Forse non sta a noi giudicare, ma ci fa riflettere che questo sia uno dei rari passatempi che i giapponesi si concedono da soli, lontani da un gruppo (la dimensione comunitaria è “la”dimensione” della società giapponese).

Lo storico laboratorio Hashimaya, Kurashiki (foto di R. Hata)

Lo storico laboratorio Hashimaya, Kurashiki (foto di R. Hata)

Due isolati più in là, voltato un angolo, un altro mondo. Davanti a noi una città diversa, un’epoca diversa, un altro Giappone. Canali sulle cui acque si specchiano salici e lanterne di pietra, attraversati da delicati ponti a gobba di cammello, rive su cui la gente passeggia pigramente, ammirando gli splendidi colori delle carpe preziose che nuotano in queste acque. Le squame d’oro, o dalle più varie sfumature del blu, del rosso, dell’arancio, del nero sono una festa per gli occhi. E sulle rive, prospettive di case di legno tradizionali, antiche, dall’aspetto quasi modesto, ma che spesso nascondono lussuosi ryōkan (alberghi tradizionali), dall’arredamento raffinato e prezioso, perché qui la ricchezza non la si ostenta. E la bellezza si rivela a poco a poco, a chi ha la pazienza di cercare. Una bellezza che è sobrietà, è la consapevolezza dello scorrere del tempo che deposita sugli oggetti la sua patina, è raffinata semplicità.

Interno dello storico laboratorio Hashimaya, Kurashiki (foto di R. Hata)

Interno dello storico laboratorio Hashimaya, Kurashiki (foto di R. Hata)

Ne avremo una prova domani, quando visiteremo un laboratorio di kimono (celebre e di antica tradizione: lo Hashimaya), in una casa di legno del secolo scorso, sopravvissuta a tanti incendi, abitata da una vecchina gentile che ci accoglie con un inchino e ci mostra il giardiniere che arrampicato su un pino contorto, si accinge a potarlo. Ci vorrà una settimana, per un solo albero. Ci metterà un mese a finire il giardino, dice sorridendo. Sono i tempi del Giappone, terra in cui il futuro ha un cuore antico.

Settembre 1998

* 8 euro circa al  cambio di oggi.

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Tsuki ya aranu

haru ya mukashi no

haru naranu

waga mi hitotsu wa

moto no mi ni shite.

 

Non è più la stessa

luna , né più

la  primavera d’un tempo.

Io solo rimango

quello che sono stato.

Ariwara no Narihira

(825-880)