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Al mercato Nishiki-koji, Kyoto. Agosto 2007.

Ricciola in salsa teriyaki

 

Buri no teriyaki

 

Preparazione: 15 min. 

Cottura: 30 min.

500 g. di filetti di ricciola . olio . 10 cm di daikon . 4 foglie di shiso (o altra erba aromatica verde)

 

Per la salsa:

3 cucchiai di salsa di soia . 3 cucchiai di mirin . 1,5 cucchiai di sake . 1,5 cucchiai di zucchero

 

Per questa ricetta in Giappone si usa il buri, che corrisponde alla ricciola o seriola; si può sostituire con tonno, tonnetto, salmone, pesce spada, branzino, ecc.

Daikon al mercato. Kyoto, estate 2007.

Daikon al mercato. Kyoto, estate 2007.

 

Versare in un pentolino gli ingredienti della salsa e far cuocere finché si è ristretta di un terzo. Pelare, grattugiare il daikon e lasciarlo in un colino fitto a perdere l’acqua. Spremerlo bene al momento di servire.

Dividere ogni filetto in due o tre pezzi (secondo la grossezza). Far scaldare poco olio in una padella e rosolare il pesce da entrambi i lati (prima da quello della pelle). Scolare via l’olio rimasto sul fondo, versare dentro la salsa, coprire e lasciar cuocere a fuoco basso, girando i filetti una paio di volte. Quando il sugo si è ridotto ma non troppo, togliere il coperchio e a fuoco medio, muovendo la padella, cuocere ancora per 5 minuti finché il pesce è ben colorito (teriyaki vuol dire “cotto-luccicante”).

Servire 1 o 2 pezzi di pesce su piatti rettangolari, accompagnati da un mucchietto di daikon grattugiato o a fiore posato su una foglia verde, possibilmente di shiso.

 

Questa deliziosa ricetta è tratta dal libro dell’amica Graziana Canova Tura:

Il Giappone in cucina

Nuova edizione riveduta e corretta,

Milano, Ponte alle Grazie, 2006

Sarà vero? Un manifesto pubblicitario a Kyoto eki. Estate 2009.

Sarà vero? Un manifesto pubblicitario a Kyoto eki. Estate 2009.

 
  

 

Nagasaki, 2009, la notte. Al nostro ritorno, dopo 10 anni.

Nagasaki, 2009, la notte. Al nostro ritorno, dopo 10 anni.

 Quella mattina d’agosto a Nagasaki…

 

 

                                                                                                                                                      Per Leda
 
 9 agosto 1999. Siamo a Nagasaki, in un pellegrinaggio ai luoghi dell’orrore che chi viene in vacanza in Giappone, non può non affrontare. L’anno scorso a Hiroshima e oggi qui, in questa città bellissima e strana, incuneata fra la valle scavata dal fiume Urakami in mezzo
Guardando il mare. Shimabara, agosto 2009.

Guardando il mare. Shimabara, agosto 2009.

alle colline circostanti e affacciata su una baia punteggiata di isolette. È il Giappone più meridionale, quello più vicino alla penisola coreana, ma ricco di influssi cinesi – dall’architettura arzigogolata dei templi, ornati di dragoni coloratissimi al piatto tipico, il chanpon, inventato nell’affollata Chinatown locale.

Shinchimachi, il quartiere cinese. Nagasaki. 2009

Shinchimachi, il quartiere cinese. Nagasaki. 2009

 

È il Giappone più assolato, quello da cinque secoli aperto all’influsso occidentale: prima i Portoghesi, con le loro galee e i Gesuiti e i Francescani al seguito, ben presto considerati pericolosi per il loro modo militante di voler evangelizzare a tutti i costi; poi gli Olandesi, con il loro commercio tenuto sotto controllo e le loro vite rinchiuse nel ghetto di un’isola artificiale costruita laggiù nel porto, Deshima.   
 
 
Deshima ricostruita, 2009.

Deshima ricostruita, 2009.

Bella, Nagasaki. Vista da qui, dalla collina trasformata in museo all’aperto, punteggiata dalle lussuose residenze dei commercianti inglesi di tè del secolo scorso, con le loro verande vista mare, le palme dal tronco contorto di un tipo che ci sembra di non aver mai visto altrove, i giardini a terrazze, i tavolini liberty dietro cui spunta la statua a grandezza naturale di un Puccini elegante e un po’ svagato (questa è proprio la collina da cui Madama Butterfly guarda ancora il porto laggiù, immortalata nella pietra mentre stringe a sé il suo bambino). Un angolo d’Europa che le frotte di turisti provenienti da ogni parte del Giappone amano visitare, fotografandosi e gustandone l’atmosfera per loro massimamente esotica a un tavolino di caffè, insieme a una fetta di  castella, o meglio  casutera, la morbida torta “tipo paradiso” lasciata qui dal passaggio dei Portoghesi. 

 
 Esotica, Nagasaki. Con le sue commuoventi testimonianze di un cattolicesimo coltivato per secoli nell’ombra e nel silenzio (dopo la proibizione della fede cattolica, voluta del governo centrale dello shōgun, nel 1614, perché ritenuta pericolosa e “destabilizzante”, i convertiti che non avevano ceduto alle persecuzioni, alle esecuzioni di massa e all’esilio, uscirono allo scoperto nel 1868, dopo più di due secoli di culto accuratamente nascosto).  Con i suoi monumenti ai martiri di una religione venuta da lontano e forse mai del tutto capita, con la piccola Cattedrale di Oura, lassù, sulla collina degli occidentali, le cui vetrate multicolori si affacciano su un antico cimitero buddhista.   E la cui vicina casa parrocchiale espone ricordi di Padre Kolbe, che nella piccola comunità cattolica di Nagasaki esercitò a lungo il suo ministero. Potenza del sincretismo giapponese.   

Lo Heiwa Koen (Parco della Pace) visto dal monte Inasa.

Lo Heiwa Koen (Parco della Pace) visto dal monte Inasa.

 

 Una città da gustare, Nagasaki. Magari ammirandovi la festa tradizionale del dragone, dai costumi e dall’atmosfera tipicamente cinesi, o guardandola dall’alto, dalla stazione della funivia sul monte Inasa, da cui, la notte, la città sottostante pare una copia di Hong Kong, ma in formato ridotto. Le luci sfavillanti e tutto il resto.Tutto questo, Nagasaki. Ma oggi, in questa mattina assolata, siamo venuti allo Heiwa Kōen, il Parco della Pace, sotto questo gigantesco tendone bianco che ci protegge da un sole a picco, quasi da tropici. Siamo venuti presto, la cerimonia inizierà solo alle 10 e 45, per trovare un paio di sedie in un angolo discreto, per non disturbare, quando la folla arriverà e occuperà questo spazio sterminato che si stende sotto la gigantesca Statua della Pace. Siamo entrati quasi in punta di piedi, nel Parco della Pace, circondando la fontana che ricorda per l’eternità l’arsura che colpì le vittime, passando sotto i metal detector e attraverso i filtri di polizia messi oggi per l’occasione. E l’occasione è la 54a Cerimonia della Pace di Nagasaki. Proprio qui, (siamo nel sobborgo di Urakami, da sempre centro della comunità cattolica della città, la più numericamente consistente del Giappone, dominato da una cattedrale finanziata e costruita nel 1914 da questi fedeli tenaci e in un secondo fatale crollata come un castello di carte), sì, proprio qui sopra si è steso il fungo diabolico, in quella tragica mattina del 9 agosto 1945. Erano le 11.02. E un B-29 americano si allontanò in fretta, dopo essersi liberato di quel carico di plutonio. E fu morte, distruzione, fuoco, tempesta di vento. E la pioggia nera che per tre giorni spazzò le rovine e i corpi straziati. Fu l’orrore indicibile. Tre giorni dopo Hiroshima.

Dire le cifre della disperazione, i morti, i feriti, le case distrutte, forse non ha molto senso. Gli hibakusha, i sopravvissuti, muoiono un po’ ogni giorno. Per lo strazio del ricordo gli uni, gli altri per le radiazioni o la leucemia o il cancro, vittime, ancora, reclamate dalla bomba vorace di carne umana, dopo ben cinquant’anni. Centocinquantamila e più furono le vittime, ma ne morirono altrettante a Tōkyō in una sola notte, sotto le bombe convenzionali, in quella notte di aprile del ’45 in cui la città fu rasa al suolo. Questa però è un’altra bomba, un altro orrore.

Per le strade di Nagasaki. Agosto, 2009.

Per le strade di Nagasaki. Agosto, 2009.

L’annientamento scientificamente progettato dell’essere umano. Era un esperimento, ora gli storici hanno documenti che lo provano. Il Giappone si era di fatto già arreso, restava solo da concordare lo status giuridico della figura dell’imperatore, ma restava anche una bomba da sperimentare. Certo, a Hiroshima quella all’uranio, a Nagasaki quella al plutonio. Perchè perdere l’occasione? È agghiacciante. E agghiaccianti sono queste foto di corpi straziati esposti sui pannelli che ci circondano.

Siamo in Giappone, e l’organizzazione perfetta è la regola, anche qui: ingressi disciplinati, sedie per tutti e, per prevenire malori causati dal sole cocente, distribuzione gratuita di lattine di tè gelato e di piccoli asciugamani ghiacciati che vengono offerti ad ognuno e generosamente cambiati ad ogni richiesta da signore sorridenti e gentili. Accanto a noi, gli operatori delle varie televisioni e i fotografi sono già al lavoro.

Pochi gaijin (stranieri), oltre a noi, una decina al massimo. Alle 10.45 la cerimonia ha inizio: la preghiera dei bonzi e dei sacerdoti shintoisti presso l’altare dedicato alle vittime, l’incenso bruciato e l’offerta di fiori e di acqua (per spegnere la sete senza fine delle vittime), poi i brevi discorsi del ministro della Sanità Miyashita, del sindaco Iccho Itō, di studenti, cittadini, altre autorità.E alle 11.02 precise, in piedi, ascoltiamo in silenzio il suono della sirena, che appare interminabile e accappona la pelle. Poi i rintocchi gravi della campana buddhista. Difficile raccontare l’emozione intensa di questo attimo.“È impossibile descrivere l’atrocità di questa esperienza; è impressa così chiaramente nella mia memoria che è come se fosse accaduta solo ieri – dice Yoshio Sugimura, rappresentante dei sopravvissuti – Rinnovo  la mia preghiera, stando così di fronte agli spiriti di tutte le vittime della bomba atomica, che non si permetta che la loro morte sia stata vana. Finché una vera pace nel mondo non sarà raggiunta, noi ci appelliamo a gran voce alla gente del mondo, perché venga rispettato il principio antinucleare  e ci si impegni per assicurare che Nagasaki sia l’ultimo posto sulla terra soggetto alla distruzione nucleare.”

“Vogliamo essere gli ultimi” – questo si sente ripetere da ogni parte, nei volantini distribuiti da gruppi di cittadini, nei discorsi ufficiali – “gli ultimi ad aver conosciuto sulla faccia della terra questo orrore”.

È il messaggio di Nagasaki, che aleggia su quest’assemblea di studenti in divisa, di anziani in carrozzella, di vecchiette dai capelli candidi e dal sorriso aperto che chiacchierano sotto gli ombrellini da sole, di uomini e donne di mezza età che recano fra le braccia le foto delle vittime dell’ultimo anno. Siamo qui per capire. Eppure sembra troppo grande questo dolore. Grande, tanto grande, che non può bastare neppure un nuovo millennio, per poterlo dimenticare.

Resterà per sempre vivo nelle nostre coscienze.

 7 settembre 1999 

 
 

 

Davanti al porto di Nagasaki. Agosto 2009.

Davanti al porto di Nagasaki. Agosto 2009.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La barca di Obon al fiume. Nagasaki, 2009.

La barca di Obon al fiume. Nagasaki, 2009.

Che Obon sia una straordinaria un’occasione di festa, e non solo di ricordo, lo abbiamo imparato non tanto (o non solo) sui libri, quanto peregrinando per il Giappone, nelle nostre estati.

Hanabi, insieme. Nagasaki, 2009.

Hanabi, insieme. Nagasaki, 2009.

Le danze nelle serate fresche di Sapporo, l’elegante parata dell’Awa Odori di Tokushima, la trascinante processione danzante di Kumamoto, le indimenticabili passeggiate fra le luci e il canto dei sutra nelle notti tranquille del parco di Nara, gli eleganti yukata dei vari gruppi femminili nel matsuri di Yamagata: tutto, tutto ci ha lasciato qualcosa dentro. Il gusto di stare insieme, di far festa insieme, di danzare, bere, scherzare, giocare, divertirsi, insomma, tutto quello che una sola, felice parola racchiude in sé – asobi, – beh, quello lo abbiamo imparato nelle strade, sull’asfalto bollente del Giappone d’estate.

Facendo insieme hanabi. Nagasaki, agosto 2009.

Facendo insieme hanabi. Nagasaki, agosto 2009.

Ma il ricordo più bello, quello più struggente, quello per cui ho più nostalgia, è il nostro Obon intimo, l’anno scorso, a Nagasaki.

Obon, a Nagasaki, è vissuto con particolare intensità: si fanno piccoli fuochi d’artificio in famiglia (comprati nei fornitissimi negozi del grande quartiere cinese, Shinchimachi), si portano al fiume piccole barche di carta recanti luci e decorazioni, si sparano mortaretti nelle processioni che si recano ai corsi d’acqua.

Ospiti della famiglia Mori, nella sua casa su una delle colline di Nagasaki, la vigilia di Obon siamo usciti la sera davanti alla casa, per fare tutti insieme hanabi, i fuochi. Il clima è festoso, quasi un Capodanno mediterraneo. Dai cimiteri buddhisti, nella valle di fronte, nel buio della sera calda e umida, giungono botti e spari di mortaretti, piccoli fuochi baluginano, spegnendosi in un attimo. Avevamo visto, rientrando dal quartiere cinese dov’eravamo andati per rifornirci di hanabi, piccoli gruppi di persone uscire, nella sera, dalle loro case, carichi di pacchetti. Sono le famiglie che escono per andare a trovare gli antenati e e festeggiarli direttamente sulle tombe. Si fa così, a Nagasaki. Solo i cimiteri cristiani restano silenziosi questa sera, ci fanno notare.

La piccola Jun. Nagasaki, agosto 2009.

La piccola Jun. Nagasaki, agosto 2009.

In processione verso il fiume. Nagasaki 2009.

In processione verso il fiume. Nagasaki 2009.

Ritorniamo bambini, con le nostre girandole, le spirali, i palloncini che appendiamo all’albero davanti alla casa, le fontane di fuoco che sembrano non spegnersi più.

Il giorno dopo è Obon. La sera andiamo in una casa in campagna, da certi parenti che coltivano un’uva spettacolare, i cui acini giganteschi e succosi ci vengono offerti con semplicità e gentilezza.

Uno zio anziano è morto qualche mese prima, per questo la barca che accompagneremo al fiume è particolarmente grande e addobbata con particolare cura. Davanti alla casa, come sempre quando è avvenuto un lutto nel corso dei mesi precedenti, è appesa un’enorme lampada in carta su cui è il mon di famiglia. In casa, parenti vanno e vengono, a rendere omaggio all’altare buddhista, un butsudan imponente su cui sono offerte di frutta e incensi. Si suona la campana, si prega, ci si inchina. Si sente il suono ipnotico di sutra salmodiati da un monaco.

Piccole barche di Obon sulla riva. Nagasaki, 2009.

Piccole barche di Obon sulla riva. Nagasaki, 2009.

La nostra "fontana di fuoco". Nagasaki, 2009.

La nostra "fontana di fuoco". Nagasaki, 2009.

Usciamo nella notte. L’enorme nave di carta è posta su un camioncino. A noi che la seguiamo vengono date chōchin da portare per rischiarare la notte della campagna, del tutto priva di luci. Viene distribuito del cotone idrofilo da introdurre nelle orecchie: lungo la strada, infatti, i nipoti del defunto sparano mortaretti a ripetizione. È un modo gioioso di ricordarlo, che riempie il cuore. Sono lampi che rischiarano la notte, botti che richiamano le anime degli antenati. Tutto intorno il nero della notte d’estate. Sole luci, le stelle.

Ammirando la grande barca di Obon. Nagasaki, 2009.

Ammirando la grande barca di Obon. Nagasaki, 2009.