Colline dopo colline, attraversando Shikoku. Era il 2009.

 

Quello che mi ha sempre colpito, in Nakagami Kenji (1946-1992), è la scrittura. Incisiva, ruvida, mai consolatoria nella scelta di storie in cui la violenza e il sesso stanno a descrivere con brutalità una realtà dura come quella dei villaggi-ghetto in cui erano (e ancora sono, spesso) relegati i burakumin, i fuoricasta. E questa realtà fatta di spietatezza e di ansia di sopravvivenza Nakagami la conosceva bene, nato com’era in quella stessa comunità. I Vicoli (roji) sono l’ambiente che fa da sfondo alle storie di cui è protagonista un’umanità dolente e ai margini, fra cui spiccano personaggi di grande forza, mai rassegnati, mai domi. Ma il linguaggio crudo ed efficace, in Nakagami, spesso si fa poesia. Il tono lirico che percorre le sue pagine non fa che accentuare il dolore e il sentimento di ingiustizia che impregnano la vita di ognuno. E invita a guardarci dentro e a guardare il cielo.

Nakagami Kenji è stato uno dei più grandi scrittori giapponesi del XX° secolo: leggerlo non lascia indifferenti, leggerlo apre gli occhi e la mente alla complessità. E rivela un Giappone spesso volutamente “dimenticato”. Anche dagli studiosi.

 

Quando le arrivò all’orecchio il rumore del vento che attraversava alberi e cespugli sulla collina retrostante e faceva sbattere le assi della porta, zia Oryū comprese che era giunto l’inverno nei Vicoli sempre tiepidi come un pozzo angusto, e pensò che l’inverno arrivava anche a Buenos Aires dove si erano stabiliti gli uomini partiti verso nuove terre e nuovi cieli lasciando i loro bambini, e che in quel ghetto laggiù che dicevano simile ai Vicoli il vento doveva ugualmente soffiare disperdendo e sollevando le foglie, doveva farle volteggiare per meglio schernire il loro splendore sfolgorante al sole come l’uccello dorato delle illusioni effimere. Zia Oryū chiuse gli occhi e mentre si sforzava di ascoltare ebbe l’impressione che le sue orecchie volassero lontano come le foglie che turbinavano al vento e continuassero ad avanzare nell’aria indefinitamente. Ciò che vede, ciò che sente, tutto è gioia per lei. Ecco che segue il sentiero tracciato sul limitare del bosco lussureggiante e quando sbuca sulla cresta della collina dietro ai Vicoli uscendo da una folta macchia illuminata dai raggi che filtrano attraverso gli alberi, assomiglia ancor più a uno spirito tremolante, e se un tronco brilla di luce lo tocca per vedere cos’è, se un filo d’erba si piega, se sente un fruscio, fa un giro per andare a guardare. Rendendosi conto che è a causa di una cavalletta che ci è saltata sopra, zia Oryū, che pur essendo diventata uno spirito è rimasta monella, allunga la mano con decisione e le afferra le antenne. “C’è qualcosa che sta toccando le mie antenne”, pensa la cavalletta, eppure non c’è un alito di vento e non sono sopraggiunti altri insetti a portare altri pericoli, non sembra esserci alcun rischio imminente, però è più prudente scappare, fa un balzo in avanti ma viene seguita da zia Oryū che l’ha già raggiunta. C’è solo un salto da lì al mare che pare una cintura d’abito da festa sulla quale siano state versate gocce di robbia la mattina, di giada a mezzogiorno e d’uva alla sera, andando lungo i campi dalla bassa collina al bosco di pini piantati controvento, tra il verde degli alberi di ineffabile bellezza, zia Oryū passa di corsa come un piccolo animale bianco venuto dal fondo delle montagne a leccare il sale marino e va a mettersi sulla spiaggia per ricevere il vento al largo. - Oryū, sei proprio diventata vecchia! non sei piena di dolori, a star sempre coricata? – dice il suo spirito a lei che è inchiodata sul suo giaciglio nel ventre della collina dietro ai Vicoli, e ridacchia immaginando quale piacere sarebbe essere per un istante uno spirito fuggito da quel vecchio corpo decrepito che non può più muoversi.

- No, non sento nessun dolore.

Così si rivolgeva al proprio spirito zia Oryū, nello stesso modo in cui rispondeva alle domande di alcune donne dei Vicoli che si prendevano cura di lei e le preparavano da mangiare da quando non si sollevava più dal suo futon, e dopo aver visto quello spirito volteggiare al vento e allontanarsi lungo la spiaggia in direzione di una barca tirata in secca era infine venuta a pensare, dopo tanto tempo, che ogni cosa era gioia. Lei era libera.

 

Nakagami Kenji, Mille anni di piacere, traduzione di Antonietta Pastore, Torino, Einaudi, 2007, pp.  137-139.

Guardando verso il mare, non lontano da Nagasaki. Estate 2009.

Libri su Giappone, Asia e non solo.

“Moi, comme les chiens, j’éprouve le besoin de l’infini”. Lautréamont

 

Per il capodanno del 1937 Clé* si trovava sulle Dolomiti, a Misurina, in attesa di Rolando e forse d’altri amici dell’amata banda tinegista. Il tempo era ostile. Il mondo delle crode era sigillato in un gelo polare. [...]

Clé, tutto solo, non aveva alcuna voglia di uscire, e se ne stava nell’alberghetto Sorapis trafficando con gli sci, gli scarponi e le pelli di foca.

E qui accadde un fatterello, di quelli che possono decidere sequenze d’avvenimenti per una vita intera.

Clé liberò i suoi scarponi per gli sci dai vari fogli di giornale nei quali li aveva avvolti a Firenze, e buttò la cartaccia in un angolo della stanza, quando, proprio per caso, i suoi occhi caddero sopra un trafiletto che compariva in uno di quei fogli malamente spiegazzato. Il trafiletto, largo una colonna e lungo una decina di centimetri, diceva suppergiù: “Il noto orientalista professor Giuseppe Tucci, il quale percorse negli anni recenti memorabili itinerari nelle regioni inesplorate del Tibet occidentale, si prepara a tornare di nuovo sul Tetto del Mondo. Il professore conta di portare a termine un importante piano di ricerche che lo tratterranno tra le sue amate genti del Tibet per molti mesi”.

Clé provò un improvviso balzo al cuore. Poi ci dormì sopra ripetendosi: “Ma è una follia!”. Il giorno dopo l’idea folle persisteva a solleticarlo. Infine prese un foglio di carta, penna e calamaio (ancora le biro non erano state inventate) e scrisse al professore, offrendosi come possibile compagno, portaborse, o simili. Ebbe (lo capì poi) l’accortezza di dire che era non solo alpinista giovane e quadrato, ma assai pratico di fotografia. L’indirizzo? Non lo conosceva. Così spedì la lettera genericamente all’Università di Roma.

Due settimane dopo, tornato a Firenze, Clé trovò tra la sua posta una busta proveniente da Roma. Era il professor Tucci! Quasi incredibilmente il maestro non solo aveva ricevuto la lettera spedita tanto alla ventura da Misurina, ma rispondeva in modo abbastanza positivo. In sostanza diceva: “Vieni a Roma, potremo parlare del progetto”.

La corsa a Roma ebbe un ottimo risultato. Si vede che Clé piacque all’illustre accademico. Gli accordi furono presi. La partenza doveva aver luogo in aprile. Clé capì subito che aveva fatto bene a parlare di competenza fotografica. Tucci, che non aveva mai preso una macchina in mano, delegava la registrazione fotografica delle sue imprese a chi l’accompagnava.  Nei viaggi  del 1933 e del 1935 gli era stato vicino un ufficiale di marina, il capitano Emilio Ghersi. Il medesimo forse non era disponibile nel 1937. Insomma Clé si vide, quasi da un giorno all’altro, promosso a compagno di viaggio di uno dei massimi esploratori italiani del nostro secolo. Il tutto legato a quel trafiletto notato per caso su di un frammento di giornale, sgualcito per giunta, quel mattino a Misurina.

 

* Clé è l’alter ego di Maraini nella sua autobiografia in forma di romanzo.

Fosco Maraini, Case amori universi, Milano, Mondadori, 1999, pp. 331 e 332.

 

 Universo Maraini. Un arbitrario, personale zibaldone per ricordarlo.