Una dietro l’altra, una serie di giornate perfette si inanellano. Come una splendida collana.

Oggi felicità è incontrare una vecchia, carissima amica, visitare un tempio, il Kōsanji, incastonato fra le montagne sopra Kyōto e – per nostra grande fortuna, sconosciuto ai turisti (siamo gli unici visitatori).

Felicità è bere un tè matcha accanto alla più antica piantagione di tè del Giappone, mangiare una gustosissima specialità (kawarasoba, ossia soba e altri ingredienti cucinati su una tegola a mo’ di piastra) in un ristorante tutto per noi sulla riva di un fiume. Sentirsi come una dama di corte in ritiro su una montagna, fra alberi antichi dalle cime che toccano il cielo.

Ci sfiniamo salendo scalinate che sembrano interminabili e ci portano su su, verso il cuore della foresta, l’oku, il fondo scuro e insondabile. E se giungerà un tengu, pazienza, vorrà dire che ci caricherà sulle sue ali per aiutarci nell’ardua discesa.

Kyōto, il mondo, sembrano così lontani e invece sono a un’ora di autobus ma pare che nessuno lo sappia. Non oggi, almeno. Eppure, camminando e costeggiando la riva del fiume incassato nella stretta valle, gli aceri dalle chiome ondeggianti di giovane verde ci dicono un’altra storia. Quando saranno rossi, allora sì, le folle arriveranno. Nel tempo dell’autunno su queste scalinate si sentirà rumore di passi e chiacchiere.

Per ora basta la nostra presenza, i discorsi del ritrovarsi dopo un anno e avere tante cose da raccontarsi, le nostre considerazioni sulla quotidianità, su ciò che siamo. Sulla bellezza che ci circonda.

Una bellezza che dobbiamo a un monaco straordinario, Myōe, che amava la natura e le persone, che è vissuto negli stessi anni di San Francesco – tutto questo ce lo racconta il monaco che giunge mentre beviamo il tè e sentendoci chiacchierare in italiano ci parla del suo viaggio ad Assisi, degli scambi fra questo tempio e il convento di San Francesco. Degli aiuti portati in occasione del terremoto che aveva colpito la basilica. Con semplicità ci rivela un senso di affratellamento. Com’è lontano, meglio, come sembrano lontani il mondo e le sue disperazioni.

Riprendiamo il cammino nella foresta e non vorremmo, no, non vorremmo proprio abbandonare gli alberi, il muschio, le lanterne di pietra e questi interminabili gradini.

 

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedin

Sono un animale urbano, non posso nasconderlo. Lasciare  Tōkyō è sempre penoso. Si parte con la sensazione di aver mancato a un appuntamento, di aver dimenticato qualcosa. Sì, la si lascia con un certo timore. Che non la ritroveremo, che qualcosa – e chissà cosa, poi – ci impedirà di tornarci. Che non sarà rimasta ad aspettarci ma che, avanzando nella sua corsa, ci avrà lasciato inesorabilmente indietro. Ma poi ci si ricrede e la si lascia con un sorriso. Dopo tutto ritorneremo, sì, ritorneremo.

Così, con un leggero turbamento, arriviamo finalmente a Fujikawaguchiko. Il Fujisan così vicino: lo volevamo così. Magari non con le torme di turisti scaricate dal treno giunto da Shinjuku e che si accalcano fra i binari e i cancelli della stazione per pagare il supplemento richiesto a chi possiede il Japan Rail Pass. Ci accoglie un disordine che infastidisce e che ci fa pensare, ed è la prima volta, a un minimo di disorganizzazione. Non ci si aspettava così tanti turisti a Fujikawako? Forse. L’impressione è di una località di passaggio, di un turismo di passaggio, di caos. Ed era il luogo che avevamo scelto come sosta di assoluto relax, in mezzo a un paesaggio di quiete e bellezza…

Ma per fortuna abbiamo le nostre risorse, i nostri piccoli espedienti e al solito, andiamo là dove altri non vanno. A piedi. Lungo la riva del lago, dentro a piccole strade che si incuneano fra i kura, magazzini di foggia antica e le fattorie, fra orti e giardini, attenti a muoverci uno dietro l’altro perché incombono le auto e i bus e non c’è nessun marciapiedi. Ci sembra di  perderci, alla ricerca come siamo di un antico santuario shintō, luogo di pellegrinaggio da tempo immemorabile e dedicato alla mitica figura della principessa Sakuyahime no mikoto.

Credevamo di esserci persi e invece ci ritroviamo improvvisamente davanti a un tempio buddhista, dagli edifici scuri, antichi e solitari. Non un’anima, non un rumore se non quello del canto degli uccelli. Il silenzio.

Ma subito dietro ritroviamo la strada del lago e d’improvviso, raggiungiamo la meta della nostra lunga passeggiata solitaria, il venerabile santuario.

Si alza dal lago un vento carico di pioggia. Sulla riva, poco lontana, una piccolissima caffetteria la cui vetrata ci permette di guardare l’acqua, i ciliegi che timidamente stanno sbocciando (anche se alla stazione campeggiava un cartello con la scritta: “I ciliegi non sono ancora sbocciati. Ancora due o tre giorni di attesa previsti.”) e gli uccelli che arrivano proprio sotto la finestra, attirati dai posatoi sistemati allo scopo. Volteggiano, come le foglie e le erbe che turbinano in preda al vento. Felicità è allora stare riparati gustando un anmitsu ricco di frutta fresca, gelato, gelatina e dolci fagioli azuki. Felicità è bersi un caffè e subito dopo un tè verde, chiacchierando e ascoltando le chiacchiere della padrona con gli altri clienti, tutti giapponesi. Dove saranno gli altri turisti? Sui pulmann e i bus che instancabilmente percorrono la strada servendo i vari punti di interesse del lago. Pochi camminano per lunghi tratti come facciamo noi. 

Improvvisamente sembrano tutti scomparsi. Sono sono le 5 del pomeriggio ma tutto chiude. Chi resta in giro si affretta verso la stazione per trovare almeno un caffè, un ristorante per la cena.

Di fronte alla stazione entriamo in un ristorante tradizionale dove si cucina la specialità locale, gli hōtō udon, tagliolini fatti a mano e cotti  con verdure selvatiche della zona in un brodo di miso, portati in tavola una pentola in ferro quasi incandescente. Una squisitezza.

Intanto il Fujisan è scomparso dietro a una cortina di nubi. E incombe la sera. La sera. La pioggia.

Lo ritroveremo l’indomani. Immenso, nella bellezza di un mattino terso.

Il tempo di un arrivederci.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedin
Gion. Novembre 2015.

Gion. Novembre 2015.

 

Associazione Culturale Yamato

via Garibaldi 18

Casale Monferrato

 

sabato 3 dicembre – ore 15.30

Viaggio in Giappone.  Stagioni, paesaggi, incontri.

conferenza di Rossella Marangoni

 

La tradizione del viaggio di piacere, in Giappone, ha una lunga storia. Spostarsi da un luogo all’altro per godere di qualcosa che non si trova nella propria terra d’origine (paesaggi, monumenti, cibi particolari, spettacoli) è un’attività che ha sempre appassionato i giapponesi. Si ripercorrono le orme di antichi viaggiatori – di poeti, di monaci, di artisti – si rievocano antiche epopee, si ammirano paesaggi e si gode di un momento di libertà insieme a un gruppo di amici. Perché il viaggio, in Giappone, è un’esperienza soprattutto culturale,  che si nutre però di piccoli piaceri, di rari momenti di raffinatezza, di coccole e delizie.

Per chi visita il Giappone, ormai meta turistica di moda, penetrare in una realtà così multisfaccettata e complessa può apparire disorientante o difficile da decodificare. Ma con qualche trucco e un po’ di sana curiosità, il viaggio in Giappone può rivelarsi una continua, appagante sorpresa.

 

Posti limitati. E’ richiesta la prenotazione.

Per informazioni e prenotazioni:

yamatoAssociazione culturale giapponese Yamato, Casale Monferrato

➺ tel. 3498508918

➺ e-mail: yamato.casale@gmail.com

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedin
Lo scorso anno, nel giardino Genkyūen di Hikone. 23 novembre 2015.

Lo scorso anno, nel giardino Genkyūen di Hikone. 23 novembre 2015.

 

“Il tramonto in autunno: malinconico quando i raggi del sole calano obliqui dalla vetta dietro a cui tramonta, e i corvi a gruppi di due, di tre, di quattro si affrettano disordinatamente al nido; piacevole è anche ammirare gli stormi ordinati dei gabbiani rimpicciolirsi sempre più all’orizzonte. L’armonia del vento e il ronzare degli insetti, quando il sole è calato, infondono una dolce tristezza.”

Sei Shōnagon

(fine X sec.)

 

Da: Note del guanciale (Makura no sōshi), Milano, SE, 2002. Traduzione di Lydia Origlia.

 

Non avevo visto niente del Giappone. Meglio. Fino ad allora avevo visto un altro Giappone. Sì, altri paesaggi, altri luoghi, altre pietre e altre erbe. Ma l’anno scorso per la prima volta, sì, ci siamo andati nel pieno dell’autunno.

E d’improvviso l’autunno giapponese si è rivelato a noi generosamente. Abbracciati da una profusione di colori ne abbiamo visto l’incomparabile bellezza. Come un canto, un canto a piena gola prima che tutto si spenga, che tutto riposi sotto una coltre di neve e ghiaccio.

Negli occhi quella bellezza ritorna ancora e ancora. Insopprimibile nostalgia.

 

A Yuka Kawai.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedin
Shichigosan all'Ikuta jinja di Kobe. 15 Novembre 2015.

Shichigosan all’Ikuta jinja di Kobe. 15 Novembre 2015.

Verso Kōbe.

Da Nara a Ōsaka in treno, scopro che i colori dell’autunno sono milioni. Non lo sapevo. Ma attraversando campi di covoni raggruppati, paesaggi in cui spiccano gli alberi di kaki, dai rami nudi di foglie e carichi di frutti colorati, e gli aranci, chini sotto il peso di globi giganteschi e gialli, le siepi di camelie dall’intenso rosso, ecco, sì, solo ora me ne rendo conto. L’autunno si dispiega davanti ai nostri occhi, in una giornata soleggiata che sembra di fine estate.

Arriveremo a Kōbe, perché è “shichigosan”, la festa delle bambine di 3 e 7 anni, dei maschietti di 5. All’Ikuta jinja i bambini sfoggiano i kimono più belli. Una bimba indossa quello che aveva indossato sua mamma alla sua età per la stessa occasione. E’ la nonna a raccontarcelo con orgoglio e ce la spinge davanti per la foto.

Altri si sottomettono di buon grado alle foto di rito e a quelle un po’ meno rituali della straniera dai capelli bizzarri che forse li inquieta un po’. Ma alla fine sorridono impettiti davanti all’obiettivo. Mentre tutto attorno è un movimento di miko in hakama rossi indaffarate a vendere giocattoli, omamori portafortuna, a dare indicazioni, mentre un pupazzo enorme saluta i bambini e li invita a percuotere un enorme tamburo: è di buon augurio, e inoltre è divertente e chi ci prende gusto poi fa fatica a staccarsi, tocca alla mamma o alla nonna intervenire.

Un pasto veloce al Muji café (“ma davvero non c’è in Italia?” mi chiede la mamma dell’amica) – legno chiaro e gusto scandinavo di linee e cromatismo – e poi via, verso il parco Meriken, verso il mare, attraversando i viali eleganti e nel rutilare delle foglie abbondanti che li ricoprono. Visiteremo la Biennale d’arte in riva al mare, tutti insieme.

Nubi leggere in volo alla Biennale d'arte nel parco Meriken lungo il mare. Kobe, 15 novembre 2015.

Nubi leggere in volo alla Biennale d’arte nel parco Meriken, lungo il mare. Kobe, 15 novembre 2015.

Accanto, proprio accanto, è la torre del porto e quando cade la sera e le luci sfavillano non c’è niente di meglio che salire e ammirare la bellezza di questo paesaggio. Navi da crociera dal profilo illuminato solcano le acque scure cariche di riflessi e tutto attorno brilla la città.

Kōbe, ferita e subito guarita, orgogliosa e ricostruita, non dimentica. Parte del porto resta inabissata, i lampioni caduti, a perenne ricordo del terremoto. Ma Kōbe è rinata. Certo, potrebbe essere Genova – il profilo del monte Rokko alle spalle, con le sue stazioni termali a portata di mano e, davanti, la sopraelevata, che corre parallela al mare. Potrebbe essere Genova, ma non lo è. La sua eleganza è assoluta, non si discute. Il suo stile è inconfondibile. Ogni volta Kobe ci sorprende e ci incanta.

La ritroveremo fra qualche giorno, quando le luminarie di dicembre ce la riveleranno ancora nuova, ancora bella.

Si fa sera a Kobe. 15 novembre 2015.

Si fa sera a Kobe. 15 novembre 2015.

Alla cara Chie Oshima.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedin