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Gelato e caffè a Kawagoe, un’estate. Agosto 2009.

Un gelato e un caffè in una vecchia caffetteria annerita dagli anni a Kawagoe, poco lontano da Tōkyō. La visita a una piccola città di provincia, una delle tante “piccole Edo” che punteggiano il Giappone e rivelano l’architettura tradizionale delle case dei mercanti, con la bottega e il kura, il magazzino dalle pareti spesse e dalle finestre fortemente strombate che proteggeva ricchezze e beni preziosi di famiglia. Guardare le carpe guizzanti, lampi colorati nell’acqua luccicante di un piccolo canale. Visitare un tempio il cui recinto è disseminato di statue dei cinquecento discepoli del Buddha (i rakan, o, in sanscrito, arhat), ognuno con un’espressione diversa, un atteggiamento peculiare e dei tratti in cui ogni visitatore si diverte a scorgere somiglianze con il vicino di casa, l’amico, il parente.

Camminare pigramente nella luce del tramonto verso la stazione, fermandosi ad osservare una fila di furin “Edo style” in attesa di compratore e, soprattutto, di un alito di vento che ne riveli il suono argentino.

Spiare dalle vetrine di negozi segnati dal tempo le antiche ceramiche. Farsi tentare dalla frescura di un corso d’acqua, di una caffetteria, di una bottega. Prendersi il tempo di una pausa, per una lettura, per una chiacchierata. Per sgranocchiare della patatine che qui sono dolci (è la specialità locale). Per osservare le ragazze nei kimono estivi camminare come incuranti del caldo torrido che ci avvolge. 

Tutti i nostri gesti, i nostri passi, piccoli gesti senza importanza, si sono dilatati nel ricordo.

Rifletto su questo e mi domando se non sia proprio perché non vi è nulla di eclatante, nulla di epico o di straordinario che questi piccoli piaceri estivi restano così vivi nella memoria. Preziosi come l’alito del vento che muove le chiome verdissime degli alberi in un giorno di mezza estate.

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Una dietro l’altra, una serie di giornate perfette si inanellano. Come una splendida collana.

Oggi felicità è incontrare una vecchia, carissima amica, visitare un tempio, il Kōsanji, incastonato fra le montagne sopra Kyōto e – per nostra grande fortuna, sconosciuto ai turisti (siamo gli unici visitatori).

Felicità è bere un tè matcha accanto alla più antica piantagione di tè del Giappone, mangiare una gustosissima specialità (kawarasoba, ossia soba e altri ingredienti cucinati su una tegola a mo’ di piastra) in un ristorante tutto per noi sulla riva di un fiume. Sentirsi come una dama di corte in ritiro su una montagna, fra alberi antichi dalle cime che toccano il cielo.

Ci sfiniamo salendo scalinate che sembrano interminabili e ci portano su su, verso il cuore della foresta, l’oku, il fondo scuro e insondabile. E se giungerà un tengu, pazienza, vorrà dire che ci caricherà sulle sue ali per aiutarci nell’ardua discesa.

Kyōto, il mondo, sembrano così lontani e invece sono a un’ora di autobus ma pare che nessuno lo sappia. Non oggi, almeno. Eppure, camminando e costeggiando la riva del fiume incassato nella stretta valle, gli aceri dalle chiome ondeggianti di giovane verde ci dicono un’altra storia. Quando saranno rossi, allora sì, le folle arriveranno. Nel tempo dell’autunno su queste scalinate si sentirà rumore di passi e chiacchiere.

Per ora basta la nostra presenza, i discorsi del ritrovarsi dopo un anno e avere tante cose da raccontarsi, le nostre considerazioni sulla quotidianità, su ciò che siamo. Sulla bellezza che ci circonda.

Una bellezza che dobbiamo a un monaco straordinario, Myōe, che amava la natura e le persone, che è vissuto negli stessi anni di San Francesco – tutto questo ce lo racconta il monaco che giunge mentre beviamo il tè e sentendoci chiacchierare in italiano ci parla del suo viaggio ad Assisi, degli scambi fra questo tempio e il convento di San Francesco. Degli aiuti portati in occasione del terremoto che aveva colpito la basilica. Con semplicità ci rivela un senso di affratellamento. Com’è lontano, meglio, come sembrano lontani il mondo e le sue disperazioni.

Riprendiamo il cammino nella foresta e non vorremmo, no, non vorremmo proprio abbandonare gli alberi, il muschio, le lanterne di pietra e questi interminabili gradini.

 

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Sono un animale urbano, non posso nasconderlo. Lasciare  Tōkyō è sempre penoso. Si parte con la sensazione di aver mancato a un appuntamento, di aver dimenticato qualcosa. Sì, la si lascia con un certo timore. Che non la ritroveremo, che qualcosa – e chissà cosa, poi – ci impedirà di tornarci. Che non sarà rimasta ad aspettarci ma che, avanzando nella sua corsa, ci avrà lasciato inesorabilmente indietro. Ma poi ci si ricrede e la si lascia con un sorriso. Dopo tutto ritorneremo, sì, ritorneremo.

Così, con un leggero turbamento, arriviamo finalmente a Fujikawaguchiko. Il Fujisan così vicino: lo volevamo così. Magari non con le torme di turisti scaricate dal treno giunto da Shinjuku e che si accalcano fra i binari e i cancelli della stazione per pagare il supplemento richiesto a chi possiede il Japan Rail Pass. Ci accoglie un disordine che infastidisce e che ci fa pensare, ed è la prima volta, a un minimo di disorganizzazione. Non ci si aspettava così tanti turisti a Fujikawako? Forse. L’impressione è di una località di passaggio, di un turismo di passaggio, di caos. Ed era il luogo che avevamo scelto come sosta di assoluto relax, in mezzo a un paesaggio di quiete e bellezza…

Ma per fortuna abbiamo le nostre risorse, i nostri piccoli espedienti e al solito, andiamo là dove altri non vanno. A piedi. Lungo la riva del lago, dentro a piccole strade che si incuneano fra i kura, magazzini di foggia antica e le fattorie, fra orti e giardini, attenti a muoverci uno dietro l’altro perché incombono le auto e i bus e non c’è nessun marciapiedi. Ci sembra di  perderci, alla ricerca come siamo di un antico santuario shintō, luogo di pellegrinaggio da tempo immemorabile e dedicato alla mitica figura della principessa Sakuyahime no mikoto.

Credevamo di esserci persi e invece ci ritroviamo improvvisamente davanti a un tempio buddhista, dagli edifici scuri, antichi e solitari. Non un’anima, non un rumore se non quello del canto degli uccelli. Il silenzio.

Ma subito dietro ritroviamo la strada del lago e d’improvviso, raggiungiamo la meta della nostra lunga passeggiata solitaria, il venerabile santuario.

Si alza dal lago un vento carico di pioggia. Sulla riva, poco lontana, una piccolissima caffetteria la cui vetrata ci permette di guardare l’acqua, i ciliegi che timidamente stanno sbocciando (anche se alla stazione campeggiava un cartello con la scritta: “I ciliegi non sono ancora sbocciati. Ancora due o tre giorni di attesa previsti.”) e gli uccelli che arrivano proprio sotto la finestra, attirati dai posatoi sistemati allo scopo. Volteggiano, come le foglie e le erbe che turbinano in preda al vento. Felicità è allora stare riparati gustando un anmitsu ricco di frutta fresca, gelato, gelatina e dolci fagioli azuki. Felicità è bersi un caffè e subito dopo un tè verde, chiacchierando e ascoltando le chiacchiere della padrona con gli altri clienti, tutti giapponesi. Dove saranno gli altri turisti? Sui pulmann e i bus che instancabilmente percorrono la strada servendo i vari punti di interesse del lago. Pochi camminano per lunghi tratti come facciamo noi. 

Improvvisamente sembrano tutti scomparsi. Sono sono le 5 del pomeriggio ma tutto chiude. Chi resta in giro si affretta verso la stazione per trovare almeno un caffè, un ristorante per la cena.

Di fronte alla stazione entriamo in un ristorante tradizionale dove si cucina la specialità locale, gli hōtō udon, tagliolini fatti a mano e cotti  con verdure selvatiche della zona in un brodo di miso, portati in tavola una pentola in ferro quasi incandescente. Una squisitezza.

Intanto il Fujisan è scomparso dietro a una cortina di nubi. E incombe la sera. La sera. La pioggia.

Lo ritroveremo l’indomani. Immenso, nella bellezza di un mattino terso.

Il tempo di un arrivederci.

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Gion. Novembre 2015.

Gion. Novembre 2015.

 

Associazione Culturale Yamato

via Garibaldi 18

Casale Monferrato

 

sabato 3 dicembre – ore 15.30

Viaggio in Giappone.  Stagioni, paesaggi, incontri.

conferenza di Rossella Marangoni

 

La tradizione del viaggio di piacere, in Giappone, ha una lunga storia. Spostarsi da un luogo all’altro per godere di qualcosa che non si trova nella propria terra d’origine (paesaggi, monumenti, cibi particolari, spettacoli) è un’attività che ha sempre appassionato i giapponesi. Si ripercorrono le orme di antichi viaggiatori – di poeti, di monaci, di artisti – si rievocano antiche epopee, si ammirano paesaggi e si gode di un momento di libertà insieme a un gruppo di amici. Perché il viaggio, in Giappone, è un’esperienza soprattutto culturale,  che si nutre però di piccoli piaceri, di rari momenti di raffinatezza, di coccole e delizie.

Per chi visita il Giappone, ormai meta turistica di moda, penetrare in una realtà così multisfaccettata e complessa può apparire disorientante o difficile da decodificare. Ma con qualche trucco e un po’ di sana curiosità, il viaggio in Giappone può rivelarsi una continua, appagante sorpresa.

 

Posti limitati. E’ richiesta la prenotazione.

Per informazioni e prenotazioni:

yamatoAssociazione culturale giapponese Yamato, Casale Monferrato

➺ tel. 3498508918

➺ e-mail: yamato.casale@gmail.com

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