I prati di Nara a primavera. Aprile 2013.

I prati di Nara a primavera. Aprile 2013.

Itsumade ka

nobe ni kokoro no

akugaremu

hana shi chirazu wa

chiyo mo henubeshi.

Fino a quando

il mio cuore vagherà

attratto dai campi?

Se non cadessero i fiori,

vi errerebbe per mille generazioni.

 

Sosei

(?-909 circa)

 

Dal Kokinwakashū, II, 96. Traduzione di Sagiyama Ikuko.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedin
Fra le radici si rifugiano i fiori. Kyoto, primavera 2013.

Fra le radici si rifugiano i fiori. Hiroshima, primavera 2013.

 

I fiori di ciliegio son forse da ammirare soltanto nel massimo rigoglio e la luna nel suo pieno splendore? Vagheggiare la luna brumosa attraverso la pioggia o ignorare al chiuso di una buia stanza quanto avanzata sia la primavera: com’è più intenso allora l’incanto! Ancora, le punte dei rami dei ciliegi quando stanno per schiudersi i fiori, o un giardino tappezzato di petali caduti…: quante altre sono le scene mirabili!

Nelle prefazioni in prosa delle poesie troviamo scritto: “Eravamo andati per vedere i fiori, ma purtroppo erano già caduti…”, oppure “Per un impedimento non sono potuto andare…”: sono forse questi spunti meno suggestivi di quando viene detto: “Ammirando i fiori di ciliegio…”?

La commossa nostalgia che proviamo al cadere dei fiori o al declinar della luna è un modo abituale di sentire, eppure il bifolco più rozzo arriverà a dire: “Da questi rami e da quelli laggiù i fiori son già tutti caduti. Oramai non c’è più nulla da vedere”. Così è per tutto: è proprio l’inizio e la fine delle cose ad avere sapore. Anche l’amore tra un uomo e una donna, dovremmo forse dire che consista soltanto nei momenti in cui si incontrano?

Quando si ha in cuore lo strazio per non aver più incontrato l’amata, o ci si tortura per una promessa vana, o in attesa dell’alba si trascorrono lunghe notti solitarie struggendosi al pensiero di colei che è lontana, o quando nella casa invasa di sterpi si rimpiange il tempo passato: ecco, amare significa proprio saper assaporare quei momenti.

Kenkō Hōshi

(1283?-1352?)

 

Da: Tsurezuregusa (Ore d’ozio), a cura di Adriana Boscaro (traduzione di Luisa Randazzo curata da Inagaki Kyoko e Asai Tomoko), Venezia, Marsilio, 2014, pp. 120-121.

 

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedin

Per me, per il mio compleanno, la voce di un poeta che non ho mai smesso di amare. Una voce conosciuta da tempo – avevo vent’anni – una lettura mai abbandonata.

Una vita breve spenta a 22 anni dal rombo di un’auto tedesca mentre attraversava la strada, in una città che ho molto amato, Praga, occupata dai nazisti e per lui, ebreo, non c’erano ambulanze, non c’erano ospedali.

Quante letture, quanti versi affiorano alla mente, imparati senza volere a memoria. Li ricordo sì. Li mantengo in vita.

Come molte, tante letture della mia vita, anche questa resta con me, mi accompagna. Sì, sono stata fortunata.

Chi si ricorda di Jiří  Orten? Non so, ma per me quella voce è ancora viva.

Eternamente giovane.

Praga, un tempo. In un vecchio libro di allora.

Ecco, la grande pioggia.

 

Ecco, anima mia, la grande pioggia, da oasi nel deserto,

da paesaggio di pietra, dove non filtra goccia,

ecco, la grande pioggia, diluvio che ci sommerge,

sogno di noi assetati, sogno dove berremo,

aogno dimenticato, sogno di pace perfetta,

sogno di una canzone, da tempo nella tastiera,

ecco, anima mia, la grande pioggia, da nubi

di parole e d’estate, ronzio di finestre e di ruote,

caduta, ma senza dolore, in cui la bellezza non si perde,

soltanto una quiete dolce, paese di biondi capelli,

labbra dischiuse, e mai sul limite estremo,

nembo che passerà fino al cader delle foglie,

e tempo a quel momento, tempi ancora,

che anche all’eterno verranno grigi i capelli,

ecco, anima mia, la grande pioggia, la pioggia che sognavi,

prima che la bonaccia venga, che tu ti risvegli.

(27.3.1940)

 

Jiří Orten

(1919-1941)

 

Traduzione di Giovanni Giudici e Vladimir Mikeš.

Dalla raccolta La cosa chiamata poesia, Torino, Einaudi, 1969, p. 67.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedin

Oggi, 70 anni fa. Penso oggi, come faccio spesso, alle donne e agli uomini sconosciuti che hanno abbandonato i propri affetti, le poche certezze, le proprie angosce e si sono fatti coraggio.

Sono andati incontro alla morte, pronti a rinunciare alla vita che, credo, avessero cara come ognuno di noi. Sono andati incontro alla tortura, alle privazioni, alla fame.

Dandosi coraggio. 

Per regalarci la libertà.

Penso a loro con riconoscenza.

Qualunque età avessero, per me sono eternamente giovani.

Qualunque carattere avessero, è come se ricordassi i loro sorrisi.

Li stringo in un abbraccio ideale.

Siamo tutti loro figli.

Stamattina. 25 aprile al castello di Abbiategrasso.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedin

Quasi sera. Un ciliegio a Gion. Una primavera. (Aprile 2013).

 清水へ祇園をよぎる桜月夜こよい逢ふ人みなうつくしき。

Kiyomizu e

Gion wo yogiru

sakurazukiyo

koyoi au hito

mina utsukushiki.

Da Kiyomizu 

verso Gion, ciliegi

illuminati dalla luna.

È bello ogni volto 

che incontro questa notte.

 

Yosano Akiko

(1878-1942)

“Una sera, mente camminavo per una via presso il tempio di Gion, in direzione del tempio Kyomizu, la luna brillava dietro ai rami dei ciliegi come dietro a una cortina di bruma e tutti i passanti, uomini e donne, mi sembravano belli…” scrive Akiko in Uta no tsukuriyō (Comporre poesie, 1915), a proposito di uno dei suoi tanka più conosciuti e amati. Questi versi sono stati pubblicati per la prima volta sulla rivista Myōjō (Stella del mattino, pubblicata fra il 1900 e il 1908) nel maggio del 1901 e inseriti nella celeberrima raccolta Midaregami (Capelli scompigliati, agosto 1901), come tanka n° 18.

L’espressione sakurazukiyo 桜月夜 (ciliegi illuminati dalla luna), composta dai kanji di ciliegio-luna-notte è stata coniata dalla stessa poetessa che l’ha derivata da hoshizukiyo 星月夜 o “notte illuminata di stelle”.

 

Ai miei allievi. Ai miei amici.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedin