Godendo sotto i fiori. Scena di hanami. Da: Anonimo, "Scene di genere dei 12 mesi" , periodo Muromachi (XVI sec.). Importante proprietà culturale. Tokyo National Museum.

 

Ieri, oggi, così passa il tempo… I ciliegi del monte Asuka sono in piena fioritura, le azalee di Somei rivaleggiano in splendore. Lungo la strada un arcobaleno di tappeti, i profumi nei sacchetti lasciano il loro aroma sull’erba; l’eleganza dei palanchini con borchie, la confusione dei cavalli imbrigliati, l’assordante clamore dei saltimbanchi e dei burattinai. Piuttosto che contaminare i ciliegi componendo maldestri versi in giapponese o cinese, a metà ebbri e con le maniche rimboccate, sembrerebbe davvero più raffinato riunirsi semplicemente tra amici e scambiarsi coppe di sake in un posto tranquillo. Lo stesso giorno, la sera quando la luna è offuscata, è divertente sentire qualcuno russare impunemente, disteso sul nudo suolo, un barilotto tutto per lui per cuscino, e nessuno può sapere che sogni tesse…

Hiraga Gennai

(1728-1780)

 

Da: La bella storia di Shidōken (Fūryū Shidōken den, 1763), cura e traduzione di Adriana Boscaro, Venezia, Marsilio, 1990, p. 72.

 

L’irriverente spirito di Hiraga Gennai mi accompagna nella preparazione di un corso sulla cultura popolare di periodo Edo, in questo inizio di primavera. Una lettura che raccomando. 

Buona primavera!

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Una luna di luce. Quasi un sole. (La scorsa estate).

 

“Il sole”, gridò in quello stesso momento un abitante del villaggio.

Gli astanti volsero lo sguardo verso il cielo e presero coscienza per la prima volta dell’evento spaventoso che si stava tramando. Il sole che, ancora qualche istante prima, risplendeva tranquillo, cominciava a essere invaso lentamente da un’ombra nera che ne rosicchiava il disco. Non era una nuvola. Un’ombra nera, esattamente della stessa forma dell’astro del giorno: un altro sole, ma nero.

Era un’eclisse.

 

Hirano Keiichirō

da L’èclipse (Nisshoku), tradotto dal giapponese da Jean Campignon, Arles, Philippe Picquier, 1998.

 

Un giovane scrittore giapponese (appena ventitreenne al momento della pubblicazione del romanzo), una storia che si svolge nel sud della Francia, alla fine del XV secolo. Un giovane domenicano, alla ricerca di un manoscritto perduto, la sosta in un villaggio e il suo incontro con il male, l’eresia, le passioni, fenomeni inesplicabili che trasformano il cuore degli uomini e gettano il caos nel mondo. Quello di Hirano Keiichirō è un romanzo di grande bellezza e poesia, di sorprendente erudizione e di indagine sulle radici del bene e del male, solcato da immagini potenti e inconsuete. Peccato davvero non poterlo leggere in italiano.

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Ingresso gratuito.

 

Vi aspettiamo!

 

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Sulla binario di Ochanomizu. Il nostro primo viaggio a Tokyo, 1998.

A Tazaki Tsukuru piaceva guardare la stazione JR di Shinjuku.

Ogni volta che ci andava, comprava al distributore automatico un biglietto di accesso e saliva di solito al binario 9 o 10. Era lì che arrivavano i treni rapidi della linea Chūō. Treni a lunga percorrenza, diretti a Matsumoto o a Kōfu. I passeggeri, in confronto a quelli che salivano e scendevano ai binari delle linee metropolitane, erano molti meno, e anche le partenze non erano altrettanto frequenti. Quindi si poteva sedere su una panchina e assaporare con calma l’atmosfera.

Andava a vedere le stazioni come altri vanno ai concerti o al cinema, a ballare, allo stadio, o a guardare le vetrine. Quando aveva tempo e non sapeva cosa fare, o quando aveva qualche pensiero che lo preoccupava, i suoi passi lo portavano quasi automaticamente in una stazione. Al binario, seduto su una panchina, beveva un caffè comprato al chiosco e controllava su un orario in formato ridotto (che teneva nella cartella) l’ora di partenza dei treni: non faceva nient’altro. Poteva passare giornate intere in quel modo. Da studente, osservava la configurazione dell’edificio, il flusso dei passeggeri, i movimenti dei controllori, e annotava scrupolosamente quello che gli sembrava importante, ma ormai non avrebbe avuto senso.

I rapidi rallentavano e si fermavano al binario. Le porte si aprivano, i passeggeri scendevano uno dopo l’altro. Era uno spettacolo che bastava a dargli un quieto senso di appagamento. Quando capiva che un treno partiva in perfetto orario, senza inconvenienti, anche se succedeva in una stazione di una compagnia diversa dalla sua, si sentiva orgoglioso. Di un orgoglio pacato e privo di ostentazione. “*

Leggendo L’incolore Tazaki Tsukuro e gli anni di pellegrinaggio di Murakami ho ritrovato lo scrittore che conoscevo e amavo. La storia di un giovane ingegnere, un costruttore (perché tsukuru sta per “fare”) di stazioni che si crede “senza qualità”, incolore, appunto, (certo in contrapposizione anche allo stretto gruppo di amici che frequentava al liceo, ognuno dei quali recava nel nome il riferimento a un colore), ma di cui emerge a poco a poco l’intima ricchezza e profondità, mi ha riconciliata con uno dei miei scrittori preferiti. Uno scrittore da cui mi ero allontanata per “prendermi una pausa”. Non che non continuassi ad amare i suoi libri di un tempo, che non continuassi a seguire gli spostamenti dei suoi personaggi in giro per le strade della metropoli, dai vicoli di Kabukichō ai locali di Ikebukuro, dalle caffetterie lungo Omotesandō alle viuzze di Hachiōji.

Ma è che il monumento ambizioso di 1Q84 mi è sembrato – sin dalle prime pagine – eccessivo, un esercizio di mestiere, una dimostrazione di abilità che non mi ha dato nessuna emozione. D’improvviso mi sentivo, allora,  tradita da uno dei miei scrittori prediletti: non avevo forse acquistato Sotto il segno della pecora, il suo primo romanzo ad essere tradotto in italiano (ahimè, allora, dall’inglese), nel lontano 1992?

Quel libro di Murakami comprato tanti anni fa...

E, da allora, non avevo forse atteso con ansia la pubblicazione in Italia di ogni sua opera, dopo che il rappresentante di turno ce ne aveva anticipato l’uscita, passando in libreria a prenotarne le copie? Non l’avevo consigliato con passione a destra e a manca, ogni volta che se ne presentava l’occasione?

Non l’avevo scelto come autore di culto attraverso cui parlare di Tōkyō nel mio libretto su quella città?  E ora? Che (mi) stava accadendo?

Sì, quelle due lune in cielo mi avevano dato la sgradevole sensazione che Murakami “facesse troppo il Murakami”. A furia di voler stupire, mi sembrava tutto troppo prevedibile. Quel libro era per me una costruzione ardita e complessa dalle fondamenta fragili, inconsistenti.

Confesso: temevo di averlo perso per sempre.

Mi sentivo non solo abbandonata ma, a leggere dell’entusiasmo suscitato a livello planetario da un romanzo per me tedioso e addirittura fastidioso come 1Q84, mi sentivo anche emarginata: una lettrice incapace di cogliere la grandezza di un’opera che non stava lasciando nessuno indifferente. Una lettrice incapace? Ah, no, scusate: una lettrice esigente, ecco.

Dopo qualche capitolo già sentivo la sgradevole sensazione di essere stata turlupinata. E allora che si fa? Si chiude il libro. Fine.

Ma è arrivato Tazaki Tsukuru a riportarmi lo scrittore che amavo, a restituirmi intatto il piacere di leggerlo, di farmi assorbire dalla pagina, catturare dalla storia, dai discorsi, dai dialoghi e dai pensieri dei personaggi che incontrano Tazaki nel suo peregrinare alla ricerca delle sorgenti del proprio dolore. Una storia di amicizia e di rinascita.

Così questa lettura mi ha riconciliata con Murakami e mi ha riportata al ricordo di angoli di Tōkyō che amo e che rivedo attraverso le sue parole.

Mi sembra un buon livre de chevet, per iniziare bene le letture dell’anno.

Buon anno di buone letture, allora. A voi e a me.

 

 * Haruki Murakami, L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio, Torino, Einaudi, 2014. Traduzione di Antonietta Pastore.

 

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Utagawa Hiroshige (1797–1858), Surugacho no zu, 1856, da Edo meisho hyakkei (Cento vedute di luoghi celebri di Edo).

I sempre prosperi negozi di Edo.

 

Nelle strade di Edo regna la pace e qui la gente di tutto il paese desidera fare i propri affari: si vedono negozi di ogni tipo e non passa giorno senza che arrivino mercanzie inviate in ogni provincia per via mare e sul dorso di migliaia di cavalli. Non c’è bisogno di prove ulteriori per capire che nel mondo c’è abbondanza d’oro ed argento, e sarebbe una vera disgrazia per il mercante non poterne toccare un po’ con le proprie mani.

Dalla metà del Dodicesimo Mese la via Tori assume l’aspetto di un vero mercato di tesori, dove le merci ordinarie sono messe da parte per far posto a quelle poste in vetrina soltanto in occasione delle feste di Capodanno: il volano, mazzuoli della buona fortuna tempestati d’oro e d’argento e altri simili lussi. Anche un piccolo arco costa due ryō d’oro, poiché a Edo non soltanto i signori ma anche i semplici cittadini sono estremamente prodighi.

Lungo ogni strada le bancarelle sono affollatissime: le monete di rame scorrono come acqua, mentre pile d’argento si accumulano come neve. Visibile in distanza, il monte Fuji si erge imponente contro l’orizzonte, mentre i passi della gente che attraversa il ponte Nihon rimbombano come si sfilassero migliaia di carri. Ogni mattino, al mercato della strada Funa, si vedono talmente tanti pesci che viene spontaneo di chiedersi se nei mari ne rimangano ancora; enormi quantità di ravanelli giungono al mercato delle verdure di via Suda in Kanda in groppa a migliaia di cavalli, come se i campi si spostassero in città. Le montagne di pepe rosso sono talmente alte che, anche se siamo nella provincia di Musashi, si è portati a pensare di stare di fronte a un paesaggio osservato in autunno dal monte Tatsuta. Lungo la strada Honmachi, i negozianti di tessuti espongono pezze multicolori con disegni di scene delle quattro stagioni; nei negozi del quartiere di Tenma, le mercanzie in cotone ricordano le montagne di neve di Yoshino all’alba. 

Al calar delle tenebre, si appendono le lampade sui frontoni del negozio e le strade sono avvolte in un bagliore di luci: la vigilia di Capodanno, il giorno in cui mercanti fanno gli affari più grandi, vale 1000 ryō d’oro.

Gli artigiani di Edo, solitamente attendono l’alba di Capodanno per procurarsi i geta e i tabi ma, un anno, capitò che in tutta Edo non si trovava un solo paio di calze e di scarpe: dobbiamo ricordare che nella più grande città del Giappone la domanda era di migliaia di paia. Di prima mattina, il prezzo di vendita era stato di soli sette o otto bu, dopo mezzanotte crebbe a un monme e due o tre bu, all’alba successiva raggiunse i due monme e mezzo; eppure, anche a quel prezzo, sebbene ci sarebbero stati acquirenti, non c’erano venditori.

Un altro anno, una coppia di piccoli pagelli era venduta a diciotto monme e una sola arancia decorativa costava due bu: nonostante i prezzi, la gente di Edo non si trattenne dall’acquistarli. A Kyōto e Ōsaka, al contrario, la gente non acquista neppure per caso a prezzi esorbitanti: è dunque vero il detto che gli abitanti di Edo hanno le vedute dei signori.

Quando qualcuno dalle vedute ristrette che ha soggiornato a lungo a Kyōto o a Ōsaka si  trasferisce a Edo, s’adatta talmente bene alla spirito di Edo che non conta neppure più le monete di rame, ne pesa quelle d’oro; se, per caso, arriva una moneta un po’ troppo leggera, la passa al primo venuto senza scomporsi. Visto che il denaro cambia continuamente di mano, chi potrebbe accorgersene?

Il diciassette o il diciotto del Dodicesimo Mese, nei negozi di cambio si vedono montagne luccicanti d’argento ed oro di cui nessuno può dire quante volte all’anno hanno viaggiato tra Edo e Kyōto o Ōsaka: nonostante tutto quel denaro, c’è ancora qualcuno che è costretto ad attendere l’anno nuovo senza una sola moneta in tasca… anche a Edo!

I regali che si sogliono fare in occasione dell’anno nuovo sono spade, kimono, sake, pesce e scatole di candele, speranze di una primavera che duri eterna. Persino i rami di pino appesi alle porte delle abitazioni simboleggiano il primo passo nell’ascesa al monte della perpetua prosperità; il sole sorgente irradia di pace l’intera popolazione, mentre la primavera arriva sotto un cielo senza nuvole.  

 

Ihara Saikaku

(1642-1693)

da “I calcoli del mondo” (Seken munezan’yo, 1692), in Storie di mercanti, Torino, Utet, 1983. Traduzione di Michele Marra.

Utagawa Shigenobu (1826-1869), detto Hiroshige II, Il santuario Shiba Shinmei, 1858. Dalla raccolta Edo meisho (Luoghi celebri di Edo).

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