Un torii dà il benvenuto al Castello di Casale Monferrato.

NIPPON JOU

日本 城

apre le sue porte

sul GIAPPONE

sabato 10 e domenica 11 settembre

Castello di Casale Monferrato

 

calligrafia . pittura e inchiostro . cerimonia del té . vestizione del kimono . arti marziali . danze tradizionali . cucina . fotografia . antiquariato . mostre e conferenze .

incontri con i maestri giapponesi

Vi aspettiamo!

 

Ingresso libero.


Qui il programma completo della manifestazione:  NIPPON JOU programma completo

Organizzazione: Na Ka Ryu Casale 1965

M° Pier Paolo Cornaglia

Con il patrocinio del Consolato Generale del Giappone a Milano.

Sito della manifestazione: www.nakaryucasale1965.it

Di Albert Kahn e dei giardini giapponesi.

“Sono stato due volte in Giappone: amo particolarmente quel paese ed è per questo che ho voluto posare qui, vicino alla mia dimora, un angolo di terra giapponese. La mia natura ha molte affinità con la sensibilità dei Giapponesi e apprezzo grandemente la calma e la dolcezza del loro modo di vivere. È forse per ritrovare quell’atmosfera che mi è così familiare che ho voluto vivere fra i fiori e gli alberi del Giappone.”

Albert Khan, intervista rilasciata alla rivista France-Japon, 15 agosto 1938.

Un angolo nipponico chez Albert Kahn...


Entrare nel giardino giapponese del Musée Albert Kahn ci dà ogni volta proprio la sensazione di essere in Giappone. Infatti, dei numerosi giardini giapponesi esistenti a Parigi e nella regione parigina, i due giardini giapponesi di questo museo (perché, in realtà, sono due) sono quelli che ricordano maggiormente i giardini del Giappone.

Il più recente è stato progettato dall’architetto paesaggista Fumiaki Takano e realizzato nel 1989 con il contributo di un mecenate giapponese e per iniziativa del Conseil Général des Hauts-de-Seine, il dipartimento che comprende Boulogne e quindi anche questo museo. Il progetto dell’architetto nipponico ha in parte rimaneggiato l’area su cui sorgeva un primo giardino fatto realizzare dallo stesso Kahn fra il 1908 e il 1909 e che riprendeva molti elementi dell’architettura templare che lo avevano colpito durante un primo viaggio nell’arcipelago, fra cui due torii (scomparsi) e un ponte rosso che richiama quello di Nikkō (ancora presente).

Il ponte rosso nel giardino progettato da Fumiaki Takano.

Il giardino contemporaneo vuole essere un omaggio alla vita e all’opera di Kahn attraverso l’uso simbolico dell’acqua e di alcuni elementi che fanno riferimento ai principi del Dao. La complessa allegoria è perfettamente spiegata sul sito del museo alla pagina

http://www.albert-kahn.fr/les-jardins/les-differents-jardins/jardin-japonais-contemporain/

 

Il giardino tradizionale è caratterizzato da un minuscolo villaggio costituito da due case e, su una modesta altura, da un padiglione del té (chashitsu), in posizione isolata  e circondato da un piccolo giardino del té (roji). Il villaggio è stato creato da Kahn su un terreno che aveva acquistato nel 1897. Da una ricognizione effettuata nel 2006 dal dipartimento di architettura dell’Istituto di Tecnologia di Kyōto è emerso che le due case sono state costruite da operai giapponesi prima del 1900 con materiali importati appositamente dal Giappone. Si tratta quindi di autentici edifici giapponesi con un valore storico notevole, visto anche il contesto e per questo restaurati con cura nel 1989 e continuamente tenuti sotto osservazione a causa della fragilità dei materiali (carta e legno, ovviamente).  

Il suono dello shishiodoshi e il silenzio di un buddha...

Non è sopravvissuta, invece, purtroppo, la pagoda a 5 piani che costituiva l’unico edificio religioso del complesso, distrutta nel 1952 da un incendio. La bella notizia è che esiste un progetto per ricostruirla secondo le testimonianze fotografiche presenti nell’archivio del museo. Sarà un’ottima scusa per tornare a visitare questo luogo straordinario!

Neppure il piccolo padiglione del té fatto erigere da Kahn è sopravvissuto alle vicissitudini del giardino ed è stato sostituito da un padiglione più grande, offerto dalla scuola Urasenke di Kyōto nel 1966. Maestri diplomati della scuola Urasenke vi officiano la cerimonia del té ogni martedì e domenica, da aprile a settembre. Si tratta di una delle tante possibilità che  chi va a Parigi, o ci vive, ha di assistere alla chanoyu: cerimonie vengono officiate infatti anche nella chashitsu del Pantheon Bouddhique del Musée Guimet, in avenue Iéna, alla Maison du Japon e nelle sedi delle numerose associazioni franco-giapponesi sparse per la capitale.

E nello stagno, koi colorate danzano fra le ninfee...

Un leone cinese di pietra e numerose lanterne in bronzo e in pietra (alcune dono della famiglia aristocratica Kitashirakawa) punteggiano il giardino, tutto giocato sulla varietà delle essenze che rendono mutevoli i colori con l’alternarsi delle stagioni. E rendono così piacevole passeggiare in questi vialetti, soprattutto quando la stagione più fresca allontana i turisti. E il giardino ritorna ad essere un rifugio segreto, uno scrigno di cui noi soli ci illudiamo di possedere la chiave.

 

In visita al villaggio giapponese...

Di Albert Kahn, del Giappone e di una mostra …


Sulla locandina, un attore del teatro nō. Parigi, agosto 2011.

 

 

C’è un luogo, a Parigi, dove mi sento davvero in Giappone.

È il giardino giapponese del Musée Albert Kahn. Basta prendere la linea 10 del metrò e scendere al capolinea, Boulogne-Porte de Saint-Cloud: poche fermate, tutto sommato, per un viaggio davvero sorprendente. Del resto si tratta di un progetto straordinario, quello che racconta questo museo, frutto di una grande personalità, un uomo generoso e sognatore, un banchiere, Albert Kahn (1860-1940) capace di trasformarsi in un mecenate. Convinto com’era che l’incontro delle culture e dei popoli avrebbe reso il mondo migliore e avrebbe cancellato le guerre, e conscio delle enormi possibilità che la nascita di nuove tecnologie, come quella della fotografia e quella del cinematografo, aprivano, Kahn decise di inviare per il mondo tecnici e fotografi che riprendessero luoghi e feste, monumenti e gesti della quotidianità allo scopo di creare una archivio del pianeta, “una memoria iconografica delle società, degli ambienti e dei modi di vivere”. Vivendo in un’epoca di grandi e veloci trasformazioni, Kahn sentì la necessità di documentare ciò che stava per essere spazzato via del nuovo e lo fece inviando i suoi fotografi in 50 paesi, dal 1909 al 1931.

Un progetto grandioso e visionario che sarebbe stato interrotto solo dalla mancanza di fondi causata dal tracollo finanziario della banca di Kahn dovuto alla crisi del 1929.

Cosa resta, allora, oggi di quell’idea? Resta un museo che conserva “les Archives de la Planète”, un fondo costituito da 180 mila metri di film in bianco/nero e da più di 72mila placche autocrome (l’autocromo è il primo procedimento industriale di fotografie a colori reali e il museo ne possiede la più grande collezione al mondo). Restano i giardini che, nel suo ideale di esaltazione delle diversità culturali, Kahn volle rappresentativi di varie concezioni di giardino: all’inglese, alla francese, la foresta dei Vosgi, la foresta canadese, il giardino giapponese, anzi, i due giardini giapponesi.

Per visitarli, ancora una volta, siamo tornati con Marta una delle scorse domeniche. Una lieve brezza agitava il boschetto di bambù che nasconde alla strada l’edificio del museo, discreto, quasi sepolto dalla vegetazione dal lato dei giardini.

L’occasione, questa volta, era particolarmente ghiotta: l’esposizione di una scelta dei preziosi autocromi dei fotografi di Kahn realizzati in Giappone: “Clichés japonais. 1909-1930, le temps suspendu”. Il legame di Kahn per il Giappone, non estraneo alla passione giapponizzante sempre viva nella Parigi di inizio Novecento, era particolarmente forte: i viaggi nell’arcipelago si susseguivano sia per la sua attività di banchiere, sia per puro piacere, un autentico “philanthrope japonisant”. Aveva imparato ad amare il Giappone e continuò costantemente a frequentarlo, a intrattenere rapporti con amici giapponesi (anche di altissimo livello, come alcuni membri della famiglia imperiale) per tutta la vita.

Documenti filmati rarissimi ( i funerali dell’imperatore Taishō, ad esempio) e scatti preziosi che, per la stessa natura dell’autocromo, sono esposti con una retroilluminazione che li fa sembrare diapositive ante-litteram (scelti fra i 2400 realizzati dai tre inviati di Kahn in Giappone nel 1908, nel 1912 e nel 1927-28) documentano la vita quotidiana del Giappone rurale e urbano agli albori della modernizzazione. Famiglie in posa, contadine o aristocratiche, vie delle città e minka, fattorie, grandi templi, santuari e giardini, attori e sacerdoti o monaci, i riti religiosi e quelli del teatro: ognuna delle sezioni della mostra ci presenta un Giappone vivo, dinamico, proiettato verso la modernità e tenacemente legato alle tradizioni. E ciò che colpisce maggiormente, forse, chi ha viaggiato attraverso l’arcipelago, è riconoscere alcuni luoghi e ritrovarli… intatti nel ricordo: come se il tempo non fosse passato. Per lo studioso, poi, l’esposizione è una miniera di suggerimenti, di indizi, di inviti alla riflessione, all’approfondimento.

Ci incantano certi paesaggi, e quell’ “esprit des lieux” reso con inaspettata efficacia – memori di altre estati, di altre vacanze.

Poi usciamo in giardino.

 

… à suivre…

Entrando nel giardino giapponese di Albert Kahn...