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Gelato e caffè a Kawagoe, un’estate. Agosto 2009.

Un gelato e un caffè in una vecchia caffetteria annerita dagli anni a Kawagoe, poco lontano da Tōkyō. La visita a una piccola città di provincia, una delle tante “piccole Edo” che punteggiano il Giappone e rivelano l’architettura tradizionale delle case dei mercanti, con la bottega e il kura, il magazzino dalle pareti spesse e dalle finestre fortemente strombate che proteggeva ricchezze e beni preziosi di famiglia. Guardare le carpe guizzanti, lampi colorati nell’acqua luccicante di un piccolo canale. Visitare un tempio il cui recinto è disseminato di statue dei cinquecento discepoli del Buddha (i rakan, o, in sanscrito, arhat), ognuno con un’espressione diversa, un atteggiamento peculiare e dei tratti in cui ogni visitatore si diverte a scorgere somiglianze con il vicino di casa, l’amico, il parente.

Camminare pigramente nella luce del tramonto verso la stazione, fermandosi ad osservare una fila di furin “Edo style” in attesa di compratore e, soprattutto, di un alito di vento che ne riveli il suono argentino.

Spiare dalle vetrine di negozi segnati dal tempo le antiche ceramiche. Farsi tentare dalla frescura di un corso d’acqua, di una caffetteria, di una bottega. Prendersi il tempo di una pausa, per una lettura, per una chiacchierata. Per sgranocchiare della patatine che qui sono dolci (è la specialità locale). Per osservare le ragazze nei kimono estivi camminare come incuranti del caldo torrido che ci avvolge. 

Tutti i nostri gesti, i nostri passi, piccoli gesti senza importanza, si sono dilatati nel ricordo.

Rifletto su questo e mi domando se non sia proprio perché non vi è una nulla di eclatante, nulla di epico o di straordinario che questi piccoli piaceri estivi restano così vivi nella memoria. Preziosi come l’alito del vento che muove le chiome verdissime degli alberi in un giorno di mezza estate.

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Rugiada e bambù. Giardino dell’Adachi Museum of Art, 2015.

稲妻に こぼるる音や 竹の露

Inazuma ni

koboruru oto ya

take no tsuyu.

 

Ondate di calore –

ah! il rumore della rugiada

che cade dai bambù.

 

Yosa Buson

(1716-1784)

Da Yosa Buson, Sessantasei haiku, a cura di Peter O. Norton, revisione poetica di Elena Pozzi, Milano, La Vita Felice, 2011.

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Tempo di vacanza per molti. Forse non per tutti. Ma il caldo invita (obbliga?) a rallentare i ritmi, a risparmiare le forze.

Mi lascio andare a ricordi di vacanze estive, di viaggi in Giappone, di canti di cicale, di sventolii di ventagli, di asciugami gelati premuti sulla fronte, di lattine di tè verde. Buono, freddo.

Ricordi di kakigōri coloratissimi, montagne di ghiaccio grattugiato al tè verde che sul tavolo, davanti a te, ti sembravano impossibili da scalare ma che, fra una chiacchiera e l’altra, nell’aria fresca della caffetteria, guardando fuori il mondo infuocato, scomparivano a poco a poco, riportando il tuo corpo a una temperatura accettabile. Almeno per un poco.

E riconciliandoti con il mondo. 

Allora, forse, potevi tornare a illuderti che il dondolio delle foglie, là fuori, nel baluginio della luce, volesse dire brezza, volesse dire vento.

Volesse dire fresco.

Un kakigōri a Kyōto, dalle parti del Ginkakuji. Agosto 2013.

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Un ponte fra il verde. Giardino di Hamarikyū. Tōkyō, agosto 2007.

 hitonatsu no

shi hashi wo rō ni

sutsubeki ka

Poesia di un’estate.

Potrei abbandonare il ponte

per le onde?

Yamaguchi Seishi

(1901-1994)

Traduzione di Irene Starace.

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