Un fiumicello fra i pini. Giappone, estate 2009.

 清滝や波に散りこむ青松葉。 

kiyotaki ya

nami ni chirikomu

ao matsuba

 

Sulla corrente limpida di Kiyotaki,

cadono, e si sommergono,

i verdi aghi di pino.

 

Matsuo Bashō

(1644-1694)

Traduzione di Muramatsu Mariko.

Questo celeberrimo hokku (termine più corretto, in riferimento a Bashō,  rispetto all’usuale haiku) sulla freschezza delle acque estive, composto nel 1694, è stato oggetto da parte del poeta di numerosi rimaneggiamenti che lo tennero impegnato fino a pochi giorni dalla morte, avvenuta a Ōsaka nel novembre di quello stesso anno. Il toponimo Kiyotaki, che si riferisce a un corso d’acqua sulle montagne attorno a Kyōto, ha il significato di “cascata limpida”. Ciò ha dato origine a traduzioni più “libere”, come la seguente:

La chiara cascata –

gli aghi di pino verdi

cadono tra i flutti.

(Traduzione di Peter Otiv Norton)

 

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedin

Fossi capace, canterei l’autunno.

Chiuderei gli occhi e li spalancherei su quel nostro ritorno a Miyajima sotto una pioggia battente.

Dal traghetto l’isola sembrava immersa in un sogno nebbioso: stavamo forse raggiungendo la Penglai dei miti taoisti, la mitica isola degli immortali che si cela allo sguardo dell’uomo? Eppure eravamo ben vivi, seduti davanti al finestrino appannato dalla pioggia, circondati da esclamazioni eccitate di chi forse stava per sbarcare sull’isola per la prima volta.

Fossi capace racconterei della passeggiata solitaria nella valle degli aceri. Tutti si erano fermati lungo la riva, alle bancarelle di castagne arrosto, nei ristoranti che offrivano un temporaneo riparo dalla pioggia. Noi intrepidi ci eravamo inerpicati su, verso il bosco. L’odore della pioggia, il suono della pioggia. Nient’altro.

Fossi capace, ricorderei il colore delle foglie, lo ritroverei sulle nostre mani. E, sotto le foglie, il muschio vibrante di gocciole trasparenti. Il verde intenso di smeraldo.

Non sono capace e dovrei stare zitta. Ma gli occhi rivedono noi, soli, calpestare pozzanghere e foglie. A ripeterci quanto era bello essere lì, proprio lì, in autunno. Dopo tanti viaggi e tanti ritorni in estate, in primavera.

Era l’autunno che si rivelava. E noi restavamo in silenzio.

Sospesi nella bellezza. Consapevoli della bellezza.

Momijidani, la valle degli aceri, Miyajima. Novembre 2015.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedin

Gelato e caffè a Kawagoe, un’estate. Agosto 2009.

Un gelato e un caffè in una vecchia caffetteria annerita dagli anni a Kawagoe, poco lontano da Tōkyō. La visita a una piccola città di provincia, una delle tante “piccole Edo” che punteggiano il Giappone e rivelano l’architettura tradizionale delle case dei mercanti, con la bottega e il kura, il magazzino dalle pareti spesse e dalle finestre fortemente strombate che proteggeva ricchezze e beni preziosi di famiglia. Guardare le carpe guizzanti, lampi colorati nell’acqua luccicante di un piccolo canale. Visitare un tempio il cui recinto è disseminato di statue dei cinquecento discepoli del Buddha (i rakan, o, in sanscrito, arhat), ognuno con un’espressione diversa, un atteggiamento peculiare e dei tratti in cui ogni visitatore si diverte a scorgere somiglianze con il vicino di casa, l’amico, il parente.

Camminare pigramente nella luce del tramonto verso la stazione, fermandosi ad osservare una fila di furin “Edo style” in attesa di compratore e, soprattutto, di un alito di vento che ne riveli il suono argentino.

Spiare dalle vetrine di negozi segnati dal tempo le antiche ceramiche. Farsi tentare dalla frescura di un corso d’acqua, di una caffetteria, di una bottega. Prendersi il tempo di una pausa, per una lettura, per una chiacchierata. Per sgranocchiare della patatine che qui sono dolci (è la specialità locale). Per osservare le ragazze nei kimono estivi camminare come incuranti del caldo torrido che ci avvolge. 

Tutti i nostri gesti, i nostri passi, piccoli gesti senza importanza, si sono dilatati nel ricordo.

Rifletto su questo e mi domando se non sia proprio perché non vi è nulla di eclatante, nulla di epico o di straordinario che questi piccoli piaceri estivi restano così vivi nella memoria. Preziosi come l’alito del vento che muove le chiome verdissime degli alberi in un giorno di mezza estate.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedin

Tempo di vacanza per molti. Forse non per tutti. Ma il caldo invita (obbliga?) a rallentare i ritmi, a risparmiare le forze.

Mi lascio andare a ricordi di vacanze estive, di viaggi in Giappone, di canti di cicale, di sventolii di ventagli, di asciugami gelati premuti sulla fronte, di lattine di tè verde. Buono, freddo.

Ricordi di kakigōri coloratissimi, montagne di ghiaccio grattugiato al tè verde che sul tavolo, davanti a te, ti sembravano impossibili da scalare ma che, fra una chiacchiera e l’altra, nell’aria fresca della caffetteria, guardando fuori il mondo infuocato, scomparivano a poco a poco, riportando il tuo corpo a una temperatura accettabile. Almeno per un poco.

E riconciliandoti con il mondo. 

Allora, forse, potevi tornare a illuderti che il dondolio delle foglie, là fuori, nel baluginio della luce, volesse dire brezza, volesse dire vento.

Volesse dire fresco.

Un kakigōri a Kyōto, dalle parti del Ginkakuji. Agosto 2013.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedin

Un ponte fra il verde. Giardino di Hamarikyū. Tōkyō, agosto 2007.

 hitonatsu no

shi hashi wo rō ni

sutsubeki ka

Poesia di un’estate.

Potrei abbandonare il ponte

per le onde?

Yamaguchi Seishi

(1901-1994)

Traduzione di Irene Starace.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedin