
Awa odori, danza di gioia, di puro piacere. Musica, movimento e sorrisi.
Dedicato ad Anna.
Oggi è la vigilia di Obon.
Ricordo l’anno del nostro viaggio a Shikoku. Obon è stato allora per noi la danza incessante e sfrenata dell’Awa odori, a Tokushima. Non eravamo riusciti a trovare né un ryōkan né tantomeno un hotel e avevamo dovuto ripiegare su Takamatsu. Ma un paio d’ore di treno non sarebbero bastate a fermarci: non vedevamo l’ora di assistere a quel matsuri di cui tutti parlavano.
Già nel primo pomeriggio, sotto il sole a picco, lungo il viale principale della città, incredibilmente bordato di palme, il pubblico inizia a sistemarsi dietro le transenne, su panche, seggiolini, sul bordo del marciapiede. Ognuno con la propria scorta di bottigliette di tè gelato, di lattine da appoggiare alle fronte per un momentaneo sollievo, un ventaglio a portata di mano: è un caldo semitropicale, quello in cui siamo immersi, umido e soffocante. Ma non basta a spegnere l’entusiasmo, quell’infantile senso di attesa pieno di curiosità, di aspettative. Eleganti, come libellule che sfidano il tramonto.
Nostre e della folla intera che si ammassa, fra cui molti turisti giapponesi provenienti da ogni parte dell’arcipelago e, naturalmente, curiosi come noi.
Col passare delle ore il caldo non cede, noi nemmeno. E a poco a poco iniziano gruppi di danzatori qua e là – prima in piccoli spiazzi davanti ai grandi magazzini, poi in brevi sfilate lungo le gallerie commerciali – a muoversi a passo di danza, al suono di gruppi di musicisti di shamisen, di taiko, di flauti. l ritmo della musica accellera a mano a mano che i gruppi di danzatrici e danzatori di ogni età avanzano lungo il viale. Le donne esprimono una grazia incredibile sotto i cappelli di paglia che coprono loro il viso, nel movimento elegante delle gambe che alza l’orlo del kimono rosso e sembra sollevarle dal suolo, lo spazio del battito dei geta sull’asfalto.
Dopo i gruppi organizzati di danzatori, sfilano i gruppi aziendali, i padri con i bimbi sulle spalle, tutti con happi (un tipo di giacchino corto a kimono) colorati e contraddistinti dal logo commerciale. Sfilano i musicisti. Passano decine e decine di persone, sorridenti e armoniose nei movimenti. Cala la notte e la musica sembra non voler terminare. Si accendono lanterne di carte in festoni stesi fra le palme. Nessuno vorrebbe che finisse, nessuno vuole andare a casa.
Noi ci allontaniamo di poco, il tempo di mescolarci alla folla di un ristorante di soba, poi sarà quasi ora di ritornare alla stazione, per l’ultimo treno verso Takamatsu.
Finisce così per noi un Obon diverso, lontano dai templi, dai sutra salmodiati di Nara o Kyōto, dalle barche abbandonate al fiume, le mani giunte in preghiera, di Nagasaki. Ma come quelli, momento altrettanto unico e irripetibile.
La notte tropicale ci inghiotte a malincuore.
Prima della sfilata. Una bellezza discreta.

Non c’è estate, in Giappone, senza il ventaglio. Non un ventaglio pieghevole, il sensu, che ha una storia lunga ed è utilizzato non tanto e non solo come agente rinfrescante, ma per la sua potente simbologia. Se infatti il ventaglio di grandi dimensioni era utilizzato anticamente da alcuni grandi feudatari come insegna, il ventaglio dipinto o decorato veniva e viene tuttora utilizzato dagli attori del nō come simulacro di oggetti e azioni, mentre nelle danze tradizionali le geisha lo utilizzano per alludere a riferimenti naturali e allo scorrere delle stagioni ed è impiegato in molte altre occasioni, come nella cerimonia del tè, ad esempio.
