Taiso Yoshitoshi (1839-1892), La luna di Shinobugaoka, dalla serie Tsuki hyakushi (“I 100 aspetti della luna” (1889).

 

Uno dei più importanti tópoi della cultura giapponese, il fiore di ciliegio, sakura no hana 桜の花, simbolo poetico del concetto di mujō 無常già presente nell’antologia poetica Kokinwakashū (920 circa), è associato alla figura del bushi, fin dalla comparsa della casta guerriera sulla scena della storia giapponese.  

L’importanza della simbologia legata al ciliegio nella classe guerriera del periodo Edo è ben rappresentata dai due componimenti poetici trascritti nella prefazione di Tashiro Tsuramoto allo Hagakure.[*] Al primo haiku del maestro Yamamoto Tsunetomo, Tsuramoto, il discepolo, risponde con un altro haiku in cui i temi, quello dell’incontro e quello del ciliegio, sono ripresi:

 

Quanto è distante

da questo mondo

il ciliegio selvatico?

                                                                     Furumaru (Yamamoto Tsunetomo)

Sotto bianche nuvole,

presso il ciliegio in fiore,

ci siamo appena incontrati.

                                         Kisui (Tashiro Tsuramoto)

 

Il tema del fiore del ciliegio nasconde dietro di sé il senso della bellezza effimera, della vita breve e della morte eroica. Tutto questo e molto altro mi sembra di trovare racchiuso in questi pochi versi di grande suggestione.

 


[*] Li riporto nella traduzione di Luigi Soletta. Cfr YAMAMOTO Tsunetomo, Il codice segreto dei samurai. Hagakure, Milano, Luni Editrice, p. 19.

 

Oltre il tetto, i ciliegi. Ryoanji, primavera 2007.

 

“A cosa paragonare il mondo e la vita dell’uomo?

All’ombra della luna quando nella goccia di rugiada tocca il becco dell’uccello acquatico.”

Dōgen Zenji (1200-1253)

 

MUJŌ

Impermanenza

La nozione di impermanenza del mondo fenomenico è uno degli insegnamenti centrali del Buddhismo. La riflessione su questo tema ne percorre tutta la storia ed è presente in tutte le scuole. Si tratta del concetto del carattere fugace, transitorio di ogni essere senziente, di ogni azione, di ogni fenomeno. Non solo, anche i sentimenti, gli stati della coscienza, le sensazioni sono soggetti a questo dominio. Si tratta di un concetto che definisce un’assenza di continuità fra le azioni, una sorta di vacuità temporale che permette al singolo momento del presente di esistere ma, al contempo, a nessun attimo di esistere indipendentemente dal passato e dal futuro, cioè da quella rete di eventi che lo avvolge in una interdipendenza che solo con la liberazione dai pensieri illusori e la percezione della totalità nel satori si può  esperire, superando le forme di dualismo prodotte dalla mente per classificare in categorie razionali la realtà indifferenziata. La percezione umana della realtà è illusoria: come non esiste infatti separazione fra l’io conoscente e gli oggetti, non esistono neppure il tempo e lo spazio. L’impermanenza è uno dei tre sigilli del Dharma, una delle tre caratteristiche dell’esistenza condizionata (s. trilaksana), insieme all’inesistenza del sé (s. anatman) e alla sofferenza (s. duhkha). Credere nella durata dei fenomeni che appaiono eterni o aspirare all’immortalità non è allora che illusione, manifestazione dell’ignoranza e causa dell’incessante moto di rinascite e morti che alimenta il ciclo del samsara. Credere nella permanenza di ciò che non lo è causa dolore. Al concetto di impermanenza è strettamente collegato quello di vacuità (s. sunyata).  

 

Nome

sanscrito: anitya, pali: anicca, cinese: wuchang, giapponese: mujō

 

Jiun Onko (1718-1804), "Come un sogno", rotolo verticale, inchiostro su carta, Sylvan Barnet and William Burto Collection.

 

Proprio davanti ai vostri occhi vi si porge l’occasione di vedere come gli attimi passano senza tregua, i giorni scorrono in perenne mutamento, e tutto rapidamente trapassa. (…) Fate tesoro di ogni attimo fuggente e non contate sul domani. Pensate soltanto a questo giorno e a questa ora, perché il domani è cosa incerta; e nessuno sa che cosa il futuro porterà. Apprestate la vostra mente a seguire il buddhismo come se aveste soltanto un giorno di vita.

Dōgen Zenji

 

Da:

Rossella Marangoni, Zen, collana “Dizionari delle religioni”, Milano, Electa Mondadori, 2008, p. 130.

 

Parleremo di MUJŌ 無常 

giovedì 17 gennaio, alle ore 18.30

in occasione della mostra personale dell’artista
Tetsuro Shimizu

 

alla Galleria Paraventi Giapponesi – Galleria Nobili,

via Marsala 4, 

Milano

Ingresso libero.

 

Shibata Zenshin (1807-1891), Rane.

 

Nella poesia, o meglio nel linguaggio metasemantico […] proponi dei suoni ed attendi che il tuo patrimonio d’esperienze interiori, magari il tuo subconscio, dia loro significati, valori emotivi, profondità e bellezze. È dunque la parola come musica e come scintilla.

Potrei facilmente proseguire. E quanto mi divertirei! Sarebbe logico per esempio dire che la poesia metasemantica è squisitamente tangenziale. Il linguaggio comune, salvo rari casi, mira ai significati univoci, puntuali, a centratura precisa. Nel linguaggio metasemantico invece le parole non infilano le cose come frecce, ma le sfiorano come piume, o colpi di brezza, o raggi di sole, dando luogo a molteplici diffrazioni, a richiami armonici, a cromatismi polivalenti, a fenomeni di fecondazione secondaria, ad improvvise moltiplicazioni catalitiche nei duomi del pensiero, dei moti più segreti. […]

 

Elencherei parole tonde e gialle, lunghe e calde, voluttuose e lisce, oppure parole polverose e bigie, sfilacciate e verdi, parole a pallini e salate, parole massicce, fredde, nerastre, indigeste, angosciose.

Invece sarò semplice, piano, in interessante; andrò a capofitto contro le vigenti mode. Avrò forse l’illusione di rimanere onesto. Racconterò soltanto come fui preso dal fascino della poesia metasemantica. […]

 

È chiaro che un vero amore metasemantico nasce in un terreno predisposto. Nel caso mio il fatto d’essere cresciuto parlando lingue diverse, e d’averne poi imparate delle altre, alcune di cui peregrine assai, mi ha reso cosciente sin da piccolo della parola come oggetto, cosa, fastello di suoni, polline di sogni. La parola era un giocattolo, un fuoco d’artifizio, un telescopio con trappole. La parola poteva venir rigirata, rivoltata come un guanto, annodata come uno spago e ne venivano fuori sempre nuvolette nuove, altri sorprendenti gingilli. Quelle di una lingua scivolavano in quelle di un’altra. […]

 

Nuvole e cime: piccolo omaggio a Fosco Maraini.

Piano piano imparai ad amare le parole col gusto che il musicista ha per i suoni ed i timbri, il pittore per i colori e gli impasti, lo scultore per le forme e la pelle della materia; ma in più c’era tutta l’infinita ricchezza semantica, il mondo sconfinato dei pensieri e dei sentimenti che le parole risvegliano e mettono in moto, che sono capaci d’evocare con precisione terribile o vaghezza dolcissima. La parola era infine un tesoro e una bomba. Ma soprattutto era una caramella, qualcosa da rigirare tra lingua e palato con voluttà, a lungo, estraendone fiumi di sapori e delizie. […]

 

Confesserò inoltre – ciò che farà certo ridere, o peggio sorridere, i benpensanti -  che quasi ogni parola è frutto d’un lungo studio. Certe espressioni proprio non mi venivano per mesi, sapevo quello che cercavo, ma il sassolino giusto la marea non me lo gettava mai sulla spiaggia. Poi un certo giorno, magari facendomi la barba, cambiando una gomma della macchina, studiando gli ideogrammi cinesi o seduto nella neve al sole, eccoti il sassolino cercato. Adesso mi resta solo da sperare di non aver scritto in una lingua privata e segreta, come dire per me solo; ciò che proprio mi dispiacerebbe.

 

Il giorno ad urlapicchio

 

Ci son dei giorni smègi e lombidiosi
col cielo dagro e un fònzero gongruto
ci son meriggi gnàlidi e budriosi
che plògidan sul mondo infrangelluto,

ma oggi è un giorno a zìmpagi e zirlecchi
un giorno tutto gnacchi e timparlini,
le nuvole buzzìllano, i bernecchi
ludèrchiano coi fèrnagi tra i pini;

è un giorno per le vànvere, un festicchio
un giorno carmidioso e prodigiero,
è il giorno a cantilegi, ad urlapicchio
in cui m’hai detto “t’amo per davvero”.

 

 

Tratto da :

Dacia e Fosco Maraini, Il gioco dell’universo. Dialoghi immaginari tra un padre e una figlia, Milano, Mondadori, 2007, pp. 140-148.

 

 

Universo Maraini. Un arbitrario, personale zibaldone per ricordarlo.