Fossi capace, canterei l’autunno.

Chiuderei gli occhi e li spalancherei su quel nostro ritorno a Miyajima sotto una pioggia battente.

Dal traghetto l’isola sembrava immersa in un sogno nebbioso: stavamo forse raggiungendo la Penglai dei miti taoisti, la mitica isola degli immortali che si cela allo sguardo dell’uomo? Eppure eravamo ben vivi, seduti davanti al finestrino appannato dalla pioggia, circondati da esclamazioni eccitate di chi forse stava per sbarcare sull’isola per la prima volta.

Fossi capace racconterei della passeggiata solitaria nella valle degli aceri. Tutti si erano fermati lungo la riva, alle bancarelle di castagne arrosto, nei ristoranti che offrivano un temporaneo riparo dalla pioggia. Noi intrepidi ci eravamo inerpicati su, verso il bosco. L’odore della pioggia, il suono della pioggia. Nient’altro.

Fossi capace, ricorderei il colore delle foglie, lo ritroverei sulle nostre mani. E, sotto le foglie, il muschio vibrante di gocciole trasparenti. Il verde intenso di smeraldo.

Non sono capace e dovrei stare zitta. Ma gli occhi rivedono noi, soli, calpestare pozzanghere e foglie. A ripeterci quanto era bello essere lì, proprio lì, in autunno. Dopo tanti viaggi e tanti ritorni in estate, in primavera.

Era l’autunno che si rivelava. E noi restavamo in silenzio.

Sospesi nella bellezza. Consapevoli della bellezza.

Momijidani, la valle degli aceri, Miyajima. Novembre 2015.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedin

Più passa il tempo, più invecchio, più amo Natsume Sōseki.

Con lui attraverso le stagioni, attraverso i paesaggi, ma soprattutto penetro nell’animo umano che egli rivela per cenni, senza clamori, sottovoce. Le sue parole quasi un sussurro alle mie orecchie. Non ho finito di scoprirlo, Natsume Sōseki. Periodicamente estraggo un libro dallo scaffale senza necessariamente rileggerlo dall’inizio alla fine. Lo apro, il libro, e prendo a leggere le pagine che si sono aperte, lasciando la scelta al caso. E poi, se il libro lo conosco bene, proseguo nella lettura, lasciandomi guidare dall’onda del ricordo di parole e sensazioni.

L’estate, per esempio.

 

Anni fa partendo da Tateyama avevo attraversato il Bōshu, e da Kazusa ero arrivato a Chōshi, camminando lungo la costa. Una sera mi fermai in un luogo. Non posso definirlo che “un luogo”. Ho dimenticato sia il nome della località sia quello della locanda. Non sono neppure sicuro di essermi fermato in una vera locanda. Era una casa alta e grande, abitata da due donne sole. Quando domandai loro se potevano ospitarmi la più anziana disse di sì e la giovane m’invitò a entrare e mi guidò; la seguii: dopo aver attraversato numerose ampie camere abbandonate, mi condusse in quella più interna, al piano superiore. Saliti tre gradini feci per entrare in camera dal corridoio quando un gruppo di alti bambù che si protendevano obliquamente sotto le tavole della terrazza, mossi dalla brezza della sera, mi accarezzarono la testa da dietro le spalle e io sobbalzai spaventato. Le tavole della veranda erano marce. “L’anno prossimo i germogli di bambù cresceranno fino ad aprirsi un passaggio nel pavimento della veranda e la camera sarà piena di bambù”, dissi; la giovane donna non rispose, sorrise e uscì.

Quella notte non potei dormire per il fruscio del bambù vicino al mio capezzale. Aprii gli shōji: il giardino era una distesa d’erba; una luminosa luna rischiarava la notte estiva, spostai lo sguardo e vidi che, proprio grazie alle siepi e al muro, il giardino sembrava continuare in una vasta collina erbosa. Subito al di là di essa si stendeva l’oceano, con immense onde fragorose che parevano minacciare il mondo umano. Non riuscii a chiudere occhio fino all’alba, rimasi pazientemente ad aspettare sotto la strana zanzariera, con l’impressione ritrovarmi in un libro di racconti  illustrati. Ho viaggiato molto, dopo di allora, ma non ho mai provato simili sensazioni prima di fermarmi nella locanda di Nakoi.

Mentre dormo supino a un tratto apro gli occhi e vedo, appeso alla parete, un quadro con una cornice laccata di rosso. Contiene una poesia che riesco a leggere distintamente pur restando sdraiato:

L’ombra del bambù

spazza la scala

ma immobile rimane la polvere.

 

Natsume Sōseki

(1906)

 

 

Traduzione di Lydia Origlia. Da Guanciale d’erba (Kusamakura), Vicenza, Neri Pozza Editore, 2001.

Bambù nella foresta vicino a Matsushima. Estate 2013.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedin

Odio l’estate e lo so, non son la sola. Odio quella luce abbacinante, il calore soffocante, l’umidità, la testa che gira, il cervello che si mette a riposo. Odio l’estate qui, nella pianura, fra le zanzare e le erbe alte che nessuno taglia. Odio tutto quello che porta con sé: corpi sudaticci, schiamazzi e musica a tutto volume, treni in perenne ritardo ai bordi delle risaie. Finestre aperte e discussioni a cui assisti impotente, voci lontane. Ventri, pance, seni mostrati senza pietà. Volgarità e bottiglie di birra abbandonate, bicchierini appiccicaticci di gelato, sacchetti di plastica galleggianti sui corsi d’acqua. Marciapiedi assetati, giardini abbrustoliti, prati polverosi.

Odio l’estate. Ora. Qui.

Non sotto gli abeti nella radura di un bosco in montagna, non sulle rive di un lago alpino, sotto le rocce antiche, non con lo sguardo su una vallata lontana dalla terrazza di un rifugio.

Odio l’estate e lo so, non son la sola.

Almeno qualcuno, un tempo, l’ha scritto. Almeno una, o uno, di cui non so il nome, ha sentito come me. Ha, come me, sognato un impossibile anno, aspettando la stagione amica che porta, finalmente, il vento fra i pini, le gocce di pioggia alla terra assetata. Sollievo per il corpo e per la mente.

*****

 

Matsukage no iwai no mizu wo musubi agete natsu naki toshi to omoikeru kana.

Raccogliendo l’acqua del pozzo all’ombra dei pini, penso a un anno senza estate.

 

Anonimo

dall’antologia poetica Shūishū

 

Inizi dell’XI sec.

(sezione Estate, n° 131)

 

Ho scoperto questo waka in Shirane Haruo, Japan and the Culture of the Four Seasons, New York, Columbia University Press, 2012.

Kyōto, un angolo nascosto, un pomeriggio d'estate. Agosto 2013.

Kyōto, un angolo nascosto, un pomeriggio d’estate. Agosto 2013.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedin

Feria d’agosto, ferragosto… o forse era Obon? La festa di mezza estate mi porta ricordi diversi, contrapposti.Buone ferie

La lunga teorie di saracinesche abbassate, in strade deserte abbagliate dal sole in quei lunghi, interminabili pomeriggi: Milano era così, a Ferragosto. E lo è ancora, perché a volte non basta un’expo a cambiare il destino di certe vie, là dove i turisti possono spuntare solo per caso, perché hanno perso la strada, inseguendo il miraggio di un bar che troveranno chiuso.

Già, è ancora così il ferragosto, in certi angoli di città dove pigramente passano le ore, e l’asfalto sembra sciogliersi come il gelato alla frutta che gocciola dal cono e ti impiastriccia le dita.

Nel pomeriggio di Obon, verso il Todaiji. Nara, agosto 2013.

Nel pomeriggio di Obon, verso il Todaiji. Nara, agosto 2013.

Poi sopraggiungono i ricordi di Obon. La lunga fila di persone – e noi con loro – che procede lentamente, nella notte di Nara, verso la grande porta, e, oltrepassata finalmente, fra il chiacchiericcio e lo sventolio dei nostri grandi ventagli, entra nel grande tempio. In fila, in attesa, leviamo lo sguardo verso la finestra lassù e scorgiamo gli occhi del Daibutsu. Ci attende, nella calda notte di Nara. 

Il Daibutsu la notte di Obon. Nara, agosto  di un anno che non ricordo.

Il Daibutsu la notte di Obon. Nara, agosto di un anno che non ricordo.

Altrove lanterne punteggiano il parco, verso Kasuga Taisha. Ma prima di acquistarne una e camminare poi con cautela per evitare che si spenga, ci si fermerà forse a guardare il virtuoso del takoyaki che raduna attorno a sé una piccola folla. O non sarà invece la tentazione di un fresco kakigori, e la scelta di uno sciroppo dal gusto nuovo e insolito per noi da far versare sul ghiaccio tritato, a bloccarci d’improvviso nel bel mezzo del parco?

La difficile scelta del gusto del kakigori. Nara, agosto 2013.

La difficile scelta del gusto del kakigori. Nara, agosto 2013.

Ricordo poi le tante volte che ci eravamo fermati al laghetto Sarusawa o ci eravamo spinti più in là, verso la collina, per mescolarci ai gruppi in attesa che si accendesse lo spettacolo del Daimonji, il falò di fascine sulla costa della montagna per salutare le anime degli antenati che ritornano nell’aldilà.

Il Daimonji a Nara. Agosto 2013.

Il Daimonji a Nara. Agosto 2013.

 

 

Ricordi si sovrappongono ai ricordi. E’ sempre agosto, ma ovunque è diverso. Ci sono state le danze a Aizu Wakamatsu, nel pieno pomeriggio, nell’entusiasmo di gruppi familiari, di intere scolaresche, dei tanti turisti localo. C’eravamo ritrovati senza saperlo nel cuore della festa. 

Portando il micosi nel meriggio di Aizu. Aizu Wakamatsu, agosto 2001.

Portando il mikoshi nel meriggio di Aizu. Aizu Wakamatsu, agosto 2001.

Le parate danzanti di Kumamoto, in una notte quasi tropicale, in mezzo a gruppi quasi in maschera: gonnellini hawaiani, improbabili baiadere, bibite fredde e caramelle distribuite da personaggi travestiti da giganteschi peluche, ma con il ventaglio… Il matsuri del “paese del fuoco” (Hi no kuni matsuri) vicino al cuore vivo del grande vulcano, Asodake.

Nella notte di Kumamoto si danza per Obon. Agosto 1999.

Nella notte di Kumamoto si danza per Obon. Agosto 1999.

L’inarrivabile eleganza delle danzatrici dell’Awa odori a Tokushima, chi potrebbe dimenticarla? La leggerezza dei passi in un raro equilibrio su geta che sembrano non toccare il suolo, il mistero dei volti sotto gli appuntiti cappelli di paglia, le mani levate e mosse verso il cielo, verso le lanterne e le palme che ritmano il percorso sull’ampio viale di Tokushima. La danza sembra non avere fine, l’energia dei danzatori e dei musicisti, a cui si unisce quella della folla che li accompagna, sembra che attraversi la notte, instancabile.

Gesti di inarrivabile bellezza, l'Awa odori. Tokushima, agosto 2002.

Gesti di inarrivabile bellezza: l’Awa odori. Tokushima, agosto 2002.

Obon, la festa dei morti in Giappone, uno strano ferragosto in cui le comunità rinsaldano legami, si ritorna al paese natale, si celebra la gioia di ritrovarsi, di stare insieme. Il ricordo delle mie estati in Giappone è il ricordo dei matsuri, ognuno diverso, ognuno, per me, indimenticabile.

Nelle estati milanesi, nelle strade deserte, quel ricordo riempie il silenzio. Con la voce di innumerevoli cicale. 

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedin
Oltre il finestrino, la pioggia. Verso Yamagata, inizio di agosto 2013.

Oltre il finestrino, la pioggia. Verso Yamagata, inizio di agosto 2013.

Dove se ne sarà andata la pioggia? Me lo chiedo, in questi interminabili giorni d’estate. E mi manca. 

Dov’è finita? Me la ricordo crepitante sulle foglie delle palme nel parco Ritsurin di Takamatsu. Il padiglione del tè, per un attimo, mi era sembrato avvolto dalla nebbiolina. Me la ricordo scrosciante arrivati a Yamagata, quasi un tifone. Eppure, al calare del buio, i gruppi dello Hanagasa matsuri avevano iniziato a danzare, incuranti e a poco a poco anche noi avevamo chiuso gli ombrelli, nel desiderio di non ostacolarci l’un l’altro: tutti avevano diritto di premiare con sorrisi e incoraggiamenti i danzatori e al diavolo il resto.

Solo per chi suona il taiko c'è un riparo dalla pioggia, nella notte di Yamagata. Agosto 2013.

Solo per chi suona il taiko c’è un riparo dalla pioggia, nella notte di Yamagata. Agosto 2013.

Dove sarà mai finita la pioggia? Ricordo. Un’estate il tifone ci aveva inseguito – e noi lui – da Matsue a Tsuwano, lungo la costa, giù giù, fino alla lontana Hagi. 

Aspetta. A Hagi, fra le rovine del castello, avevamo deciso di lasciare in fondo alla borsa la macchina fotografica. Il tifone non si arrestava, ed era già tanto se riuscivamo a camminare reggendo con le due mani i manici dei nostri ombrelli. Solo uno scatto fugace delle mura delle residenze dei guerrieri, le buke yashiki, spettrali presenze, e silenziose. Mentre i miei mocassini blu lasciavano tracce indelebili sulle mie estremità e avevo dovuto penare non poco, nella stanza di quel minshuku tutto per noi, a strofinare via le tracce di quel diluvio. Quella città e quel soggiorno sono sembrati un sogno. Un viaggio attraverso lo schermo della pioggia.

residenze di guerrieri sotto la pioggia. Hagi, agosto 2005.

residenze di guerrieri sotto la pioggia. Hagi, agosto 2005.

E poi? Già, le isole di Matsushima. Ci erano comparse davanti alla svolta della strada, scendendo dalla collina dov’era il bizzarro hotel in cui ci eravamo ritrovati. Inquietante, e così simile alla casa di Psycho – nella piccola hall la colonna sonora di un thriller, l’impiegato segaligno e cadaverico, gli specchi dall’insolita cornice allungata esagonale che ci ricordava quella di una bara, il bagno comune tradizionale a forma di grande calderone: tutto sembrava spettrale e ne eravamo deliziati. Ma quella mattina i nostri scherzi si erano interrotti alla curva della strada che scendeva verso il mare.

No, non avremmo dimenticato la pioggia che improvvisamente ci inondava, che dispiegava davanti ai nostri occhi un paesaggio unico. Isole nella nebbia, cielo e mare uniti in un colore e, nel mezzo, la massa accogliente dei pini.

Matsushima

 

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedin