Tormia

 

Voyage au Japon/Viaggio in Giappone

 

1923

 

 5. Qui e là.

 

Presto sarà un mese che siamo a Tokyo e ancora non riesco a rendermi conto della distanza enorme che mi separa dal mio paese natale. Il fatto è, credo, che sia perché  il Giappone mi sembra ben poco “estremo-oriente” nel senso europeo del termine.

Noi ci costruiamo sempre, laggiù, un Giappone straordinario a furia di “mikado”,* di “musmé”, di “samurai” e di altre espressioni altrettanto graziose da pronunciare che vuote di senso, poiché dalla Restaurazione (1868) i giapponesi non designano mai il loro Imperatore sotto il nome di Mikado, poiché la parola musmé, che significa bimbetta o fanciulla, rende davero divertente la famosa espressione “il paese delle musmé” (cosa che, di conseguenza, sta a significare “paese composto esclusivamente di fanciulle”) e poiché gli antichi capi guerrieri chiamati “samurai” non compiono più certo grandi imprese ai nostri giorni.

… No, il Giappone non è affatto, in questo momento storico, “estremo-oriente”. Certo, ci sono delle linee, degli aspetti, dei suoni particolari…, linea infinita di piccole case grigie, nelle periferie…, albe uniche al mondo, per il loro splendore…, rapidità dei crepuscoli…, rumore straordinario di geta sotto la volta della stazione centrale, quel rumore inascoltato da qualsiasi altra parte del mondo di migliaia di zoccoli di legno che si trascinano e stridono sul pavimento.

Ma tante immagini della vita quotidiana sono simili alle nostre. Questa grande città indaffarata, queste persone che si affrettano andando al lavoro, questi viali trafficati di vetture, di tram e anche – ecco la nota peculiare – di risciò, questa grandi scatole di uffici copiate dai palazzi americani e le cui porte gigantesche ingeriscono e vomitano una moltitudine di uomini con cappello e impermeabile che se ne vanno proprio come gli europei, a scribacchiare sulla carta, telefonare, annotare, ordinare…

Questi grandi magazzini, copiati dalle nostre “Boites à Chiffons”, con tè al sesto piano e orchestra europea e nei quali la sola differenza con i nostri è che non si entra senza essere stati gratificati di soprascarpe in tela, che vi sono messe altrettanto lestamente all’ingresso che levate all’uscita da incaricati sistemati alle porte e inchinati tutto il giorno sui piedi dei clienti…

… Ma, pur non essendo altrettanto misterioso e fiorito che nelle canzoni, questo paese non è meno palpitante di interesse. È per me ogni giorno materia di riflessione e osservazione, non voglio perdere niente tanto è grande il mio desiderio di penetrare questo popolo amabile e ospitale, verso il quale mi sento talmente attirata da tutto ciò che indovino in lui di sottile, di raffinato, di profondamente sano e vivente, di squisitamente artistico.

Indietro nel tempo, a Kawagoe. 2009.

Non ho più paura, quella paura bizzarra della primavera. Giorno dopo giorno, imparo qualche parola della lingua, così difficile da parlare, così armoniosa da pronunciare.

Il nostro 1° gennaio è stato delizioso. Qui il primo giorno dell’anno è festeggiato con molta allegria e in pompa magna. Per le strade solo giocatori e giocatrici di volano. Grandi e piccoli, ognuno provvisto di una racchetta molto bella il cui rovescio reca come decorazione la testa terribile di un eroe del passato o il busto di qualche dama celebre, si rimpallano fra risate e scherzi, dei piccoli volani piumati. Ogni città è in festa; ogni casa è decorata, davanti all’ingresso, di rami di pino, segno di dirittura e di longevità, e di tronchi di bambù. È la decorazione peculiare per il nuovo anno. Questo ornamento vegetale, moltiplicato all’infinito per le strade, le vecchie stradine, i viali, aggiunge all’allegria generale quella della natura, mai dimenticata nella pena o nella gioia da questo popolo così vicino alla sua immortale verità.

Ho imparato con sorpresa che il 1° gennaio ognuno aveva un anno in più. Così un neonato del 30 dicembre, che aveva già un anno alla sua nascita (si conta qui l’età a partire dai tre mesi dal concepimento), cioè l’altro ieri, ha due anni il 1° gennaio e non due giorni come si potrebbe credere.

Questo giorno di festa lo abbiamo trascorso in famiglia, una famiglia deliziosa che amo sempre di più.

Ci sono dei bambini, spontanei e molto vivaci, dai piccoli occhi luccicanti di intelligenza. Considerano con un’aria canzonatoria questa zia fenomeno che gli giunge dal cielo, tanto imprevista quanto straordinaria per i loro giovani sguardi.

Neppure un dettaglio della mia persona li lascia indifferenti. Ci sono domande a non finire alle quali, ahimè, non posso rispondere, e che mi ripetono senza stancarsi dieci, venti volte.

Ciò finisce per entrarmi a forza nella testa e così me le faccio tradurre. “Perché i miei capelli sono gialli, perché mi sono messa in testa quello strano cappello con le piume? Che cosa ho messo negli occhi perché abbiano il colore di quelli del gatto? Ho utilizzato molto “o-shiroi” per sbiancare così la mia pelle? Perché ho un grosso petto se non ho un bebé da allattare?” A questo punto, tutto questo piccolo mondo si sente in dovere di sbottonarmi alfine di stabilire una comparazione de visu con la loro mamma che, lei, si è lasciata tranquillamente aprire il suo kimono, continuando a parlare d’altro. Poiché mi difendo sentendomi diventare scarlatta, è un coro di protesta generale: “Sicuramente la zia ha dei capezzoli che vuole nascondere, cosa che la costringerà ad allattare nell’ombra i suoi neonati, quando ne avrà, perché, vero?, tutti sanno da sempre che i seni delle donne sono fatti per allattare i neonati, quindi, niente di più naturale che i bambini guardino e tocchino “per vedere se c’è del latte”, “come la mamma che ne ha ancora anche se non c’è nessun fratellino da tre anni”…

Io rispondo, o piuttosto faccio rispondere che io che non ho un bebé non ho, ovviamente, del latte. Allora un ometto di dieci anni mi dice, guardandomi bene in volto: “Ma allora quand’è che ne farai uno, di bebé?”

“È vero – aggiunge – non è ancora il momento, visto che la tua pancia non è grossa.”  Tutto ciò tradotto alla lettera mi getta di una grande meraviglia. Così questi bimbi, tutti questi marmocchi, sanno come vengono al mondo? “Ma certo, riprende l’ometto, ed è per questo che amiamo la mamma, perché il medico che è venuto a farle un grande buco nella pancia per farle uscire il fratellino le ha fatto proprio male. Ma non è che tutti sono usciti dalla pancia della mamma – continua questo ometto – Così Saburo, che è molto cattivo, beh, la mamma non sarebbe mai stata contenta di soffrire per lui, così è andata a cercarlo in un kinomata. Non è proprio onorevole. Mentre il mio fratello maggiore e io abbiamo avuto l’onore di nascere dalla nostra cara mamma.”

Un matsuri a Tōkyō. 2009.

Ma il Saburo in questione, ometto di sette anni, non la pensa allo stesso modo: “Non è vero, sei tu che sei nato sull’albero e io nella pancia della mamma.” Ed ecco nascere una discussione interminabile e che ci diverte alquanto. Più tardi, rifletto su ciò che ho appena sentito.

Decisamente, mi piace molto il modo con il quale si allevano i piccoli giapponesi. Così, qui niente misteri, niente sotterfugi, questi stupidi sotterfugi che si usano da noi per tutto ciò che riguarda la natura, questi sotterfugi che mettono un piccolo spirito in guardia, lo orientano spesso verso cattivi pensieri. Mentre queste ragazzine, questi bimbetti che sanno quali doveri li attendono più tardi, che vivono con l’idea più sana e più bella dell’uomo, la continuazione della famiglia: che sanità morale, che limpidezza di costumi non gli dà questa educazione! Ben inteso, non gli si dice tutto! Ben inteso un bambino non assisterà mai alla nascita di un fratellino, ben inteso gli si racconta una storia per spiegar loro dove sono andati i genitori a cercarlo, quel fratellino. Ma com’è minimo questo travestimento della verità! Come si sa, mentre si nasconde loro quello che è necessario per rispetto alla loro cara innocenza, li si prepara sin dalla più giovane età al loro unico grande dovere sociale: la famiglia. Come si è capaci del resto di inculcar loro, del tutto logicamente, il rispetto e l’amore che devono alla loro mamma “che ha sofferto per loro”.

C’è tanta purezza vera, reale, in quelle testoline, che faccio subito ammenda per la mia confusione di poco fa quando hanno tentato di sbottonare il mio corsetto.

Le nipotine sono adorabili, hanno dai 4 agli 8 anni. I loro nomi sono sonori e dolci: Takeko, Shizue, Tazoko, Mademoiselle Bambu, Mademoiselle Tranquillità (o Chiara, come il nostro nome francese), Mademoiselle Cicogna.*** Meno ardite dei maschietti, più riservate, più vezzose, già donne…

Poiché c’è un sole magnifico, andiamo in giardino. Vi rimane un po’ verde, malgrado l’inverno. Si fanno fotografie davanti al minuscolo ruscello, agli alberi nani, degli adorabili piccoli e vecchi pini tutti contorti dall’età, alla lanterna di pietra (toro) che sembra un corpo umano presentato sotto una forma rudimentale: testa, tronco e gambe.

Il pranzo è delizioso. Stufato di pollo preparato direttamente in tavola, grazie a un hibachi o forno a braci. Il pollo e le verdure sono portati già tagliati e, naturalmente, il tutto cuoce molto in fretta. Ed è molto buono.

In mio onore sono state aperte delle bottiglie di Château-Yquem, bevanda tanto rara quanto apprezzata, ma inaccessibile per molte persone. La Francia è così lontana…

E mentre gusto la cucina giapponese di famiglia, è un po’del mio paese che bevo, con questo vino delizioso.

Constato con gioia che i due aromi si combinano a meraviglia.

 

I figli di un'amica. Santuario di Ōmiwa, Nara ken, 2009.

* Si dice Tennō heika.

** Kinomata. Intersezione dei rami principali di un albero.

*** Ho preferito tradurre qui letteralmente per riprodurre la traduzione in francese dei nomi fatta dall’autrice. (NdT)

  • Traduzione (errori compresi) e foto sono mie. R.M.
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Tormia

 

 

 

Voyage au Japon/Viaggio in Giappone

 

1923

 

 

 4.     Un’accoglienza.

 

 

 

Sistemando alcune cose, ecco che salta ancora fuori il piccolo carnet.  C’è dunque un seguito…

 

 

Sono molto contento. Tutto si è svolto a meraviglia. L’accoglienza della mia famiglia è stata molto calorosa.

 

Mia moglie non si è svegliata che dopo Yokohama, proprio in tempo per vestirsi. Non so perché aveva l’aria triste e gli occhi rossi. Credo di indovinare che sia a causa del bacio. Ciò nonostante ho fatto tutto ciò che ho potuto per porre rimedio a questa gaffe involontaria. Queste europee sono comunque straordinarie.  Anch’io, del resto, sono molto affettuoso e mia moglie lo sa, ma perché non si rende contro che in Giappone tutto è diverso? Noi non intendiamo il pudore allo stesso modo degli europei.

 

Per noi il bacio deve restare nascosto perché lo consideriamo come il simbolo più puro dell’amore, come un gesto che deve restare segreto e che deve anche restare essenzialmente un gesto d’amore. Gli europei sviliscono il bacio, che noi idealizziamo. Essi baciano in ogni occasione e non importa chi. Essi incollano le loro labbra sulla pelle di persone che sono loro più o meno indifferenti, per un sì o per un no. Il primo gennaio tutte queste persone di baciano fra di loro con il pretesto degli auguri e la mia signora suocera è particolarmente scioccata dal fatto che non abbia mai posato le mie labbra sulla sua onorevole guancia.

 

Un bacio in pubblico – soprattutto un bacio d’amore – sarebbe dunque considerato in Giappone come un attentato al pudore, per i Giapponesi, ben inteso, perché dagli europei che abitano in Giappone,si tollera volentieri questo gesto che si sa essere nei loro costumi. Ma mia moglie non deve dimenticare che ormai è giapponese.

 

Sulla banchina della stazione centrale di Tokyo, mio fratello maggiore e sua moglie ci attendevano. È stata mia cognata la persona che ho scorto per prima. Senza dubbio per via di mia moglie voleva mostrarsi perfettamente all’altezza della situazione, perché si è precipitata sulla mia mano destra e l’ha scossa con calore. Il mio fratello maggiore ha fatto altrettanto, dopo di che ci siamo salutati a congratulati a lungo, cosa più conveniente. In seguito siamo stati presentati a tutte le onorevoli persone che si erano degnate di venirci a salutare al nostro arrivo.

 

Vecchio lampione di epoca Taisho a Hakodate. Estate 2001.

Poiché solo gli intimi erano stati avvisati, naturalmente non c’erano molte persone. Appena una quindicina, fra cui conviene ricordare numerosi allievi di mio fratello e diversi amici di un tempo. Eravamo tutti felici di rivederci ed è stato con molta allegria che abbiamo preso insieme una colazione all’europea nella sala da pranzo dell’hotel della stazione.

 

Mia moglie era naturalmente un po’ spaesata. Eppure mia cognata non si stancava di parlarle, ma poiché lo faceva in giapponese, il dialogo, per forza di cose, mancava di animazione. Tutti gli onorevoli signori hanno voluto che si togliesse il cappello per vedere i suoi capelli biondi, sfumatura che ci sembra sempre alquanto straordinaria per dei capelli. Evidentemente, com’è buona abitudine, non hanno lasciato trapelare nulla di quello che pensavano di lei. Ma le loro dimostrazioni di gentilezza non erano per nulla esagerate, bensì lusinghiere e mi è stato facile concludere che l’impressione prodotta fosse del tutto perfetta.

 

Il resto della giornata è trascorso in sistemazioni di oggetti e vestiti, interrotte dai due pasti principali, presi direttamente all’hotel. Ciò nonostante abbiamo già ricevuto una quindicina di visite, dieci o dodici telefonate, otto inviti a pranzo, quattro richieste di appuntamento e trentaquattro regali fra cui diciotto scatole di dolci differenti che necessiterebbero, per essere mangiati freschi, la presenza di dieci persone provviste di un solido appetito.

 

Si tratta, in tutta evidenza, di un’accoglienza proprio piacevole.

 

Verso mezzanotte mia moglie, senza dubbio stanca dal viaggio, si è lasciata andare su una poltrona esclamando “Sono stordita.” Mi domando perché. Mio fratello è sempre stato la discrezione in persona ed è per questo che ha approfittato dell’occasione per lasciarci dandoci appuntamento verso le sei e mezza del mattino dopo, poiché sa che le donne europee dormono fino a tardi e non vuole apparire importuno.

 

Tokyo eki, la stazione di Tokyo, facciata d'epoca Meiji, fotografata nell'estate 2002.

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 Tormia

 

Voyage au Japon/Viaggio in Giappone

 

1923

 

3 . Kobe.

Il treno si inoltra nella notte, verso Tokyo. In lontananza qualche rara stazione di campagna e poi delle luci, delle strade dalle lanterne multicolori e dalle affiches di stoffa issate come bandiere, delle piccole casupole, degli umili capannucce, poi il nero, la campagna. Una città. Ancora più luci, dei tram intravisti su strade più larghe. Qui e là una costruzione in pietra domina il paesaggio di case basse, di insegne luminose. E, sorta improvvisamente dietro a una nube, Madame la Luna.

Allora ecco queste montagne dai contorni frastagliati, ricoperte di pini i cui rami tormentati torcono le loro braccia nere contro il cielo.

Colline sopra Kobe. Arima onsen, aprile 2009.

Colline sopra Kōbe. Arima onsen, aprile 2009.

 

È il Giappone… il Giappone nella notte. Poiché ho già intravisto, in questa indimenticabile prima giornata, il Giappone nel giorno, un giorno radioso di primavera smarritosi in pieno inverno.

Ciò che mi ha colpita al momento dello sbarco è la sensazione di sicurezza che vi invade in mezzo al popolo giapponese a casa sua. Allorché in Cina ci si sente lontani, così lontani dall’Europa e quasi continuamente spaventati o meglio, spaesati, qui i primi passi sono pieni di tranquillità, si ritrova di colpo quantità di volti amici che vi sorridono e hanno tutta l’aria di dirvi, a forza di gentilezze e di piccoli saluti: “Datevi la pena di entrare, siate i benvenuti.”

Tutta la giornata è stata deliziosa, dalla corsa in risciò fino alla passeggiata a piedi, nelle vie brulicanti di gente, soprattutto di donne recanti strettamente legati sulla schiena e ben imbacuccati degli splendidi bimbi dai visetti rotondi e rosei di salute.

Tutte quelle persone che mi hanno guardata mi sono sembrate più curiose che ostili e poi, curiose in un modo così gentile, con dei piccoli inchini e degli sguardi brillanti di malizia, ben presto sviati. Fanno delle osservazioni su di me? Senza alcun dubbio. Devo sembrar loro strana quanto un giapponese lo sembrerebbe in Francia. Insomma, per noi due, niente di nuovo sotto il sole: là si guarda il marito giapponese, qui la moglie europea. Le stesse occhiate curiose o disapprovatici ci saranno scoccate nel mondo intero. Dappertutto ascolteremo, in tutta la nostra vita, le riflessioni di tutti coloro – e sono legioni – che una coppia come la nostra sorprende, diverte o scandalizza.

Perché ci sono gli scandalizzati. Ce ne saranno anche qui? Non so. In Europa, ne sono fioriti attorno a noi in un  modo rapido e intrigante. A tal punto che c’è stato il bisogno di classificarli per ordine di intensità. Primo: lo scandalizzato-tipo (generalmente non è un latino), che considera come inferiore chiunque non sia bianco, trova “disgustoso” o “scioccante” che una donna bianca sposi un uomo di colore. Secondo: lo scandalizzato-geloso-patriota che trova “deplorevole” che le giovani francesi “si mettano ora a sposare degli asiatici”: è generalmente uno scapolo indurito. A seguire abbiamo lo scandalizzato-religioso. Costui si corregge molto facilmente: il tale pretendente pagano si fa cristiano per compiacere la sua amata, da nero che era, eccolo bianco come la neve. È diventato un uomo “perbene” o, meglio, “come gli altri”. Si dice di lui che si è europeizzato o, ancora, “civilizzato”. Perché prima – vero? – quest’uomo senza fede, senza principi religiosi…”che orrore sposarlo”. Ma ora: “si può fare”.

Mentre questi ricordi piuttosto divertenti mi ritornano alla mente, LUI[1] mi guarda. Di fronte a me, i suoi occhi semichiusi non lasciano passare che una sottile linea nera e straordinariamente brillante. Il mio pensiero, che si era smarrito per un istante, ritorna alla mia prima giornata in Giappone.

Rivedo quella Kobe deliziosa incoronata dalla sue alte montagne verdeggianti, tutte frementi di vita e di colore. Com’è grazioso quel piccolo tempio all’aperto e nel cui giardino giocano rumorosamente dei bambini dai piedi nudi violacei per il freddo, in bilico sui loro alti geta e così poco coperti, sembra, con i loro kimono di cotone blu e le loro teste nude, rasate da poco. Rivedo quella buona vecchia nonna che tiene fra le braccia un neonato tutto imbacuccato. Inginocchiata ai piedi dei gradini che conducono all’altare, mormora preghiere mentre un bonzo, tutto vestito di bianco, officia con gravità, girandosi di quando in quando verso la fedele. Battesimo pagano, esorcismo o preghiera per un bimbo ammalato?… Una religiosa francese, passeggera sul battello sul quale eravamo, guarda come noi, poiché il tempio è aperto da tutti i lati. E questo contrasto mi colpisce violentemente. Qui questa buona vecchietta e questo bonzo, tutti e due credenti, tutti e due convinti che indirizzano la loro supplica alla vera Divinità.

E accanto a noi questa umile creatura votata a una vita di carità e di preghiera, ugualmente fervente, ugualmente schiava del suo Dio che essa crede essere con tutta la sua anima semplice e pura, il solo, vero Dio!

O Conversione…

In ascolto mentre il monaco salmodia un sutra. Miyajima, 2007.

Ma perché, ancora, venire a turbare queste persone dai volti felici, dai costumi tranquilli, perché dir loro che non possiedono la vera Fede? Perché voler sostituire le loro favole con le nostre? Non valgono allo stesso modo? Non contengono, le une come le altre, una somma di ideale equivalente? Ogni pensiero, ogni supplica, ogni credenza è rispettabile se eleva l’uomo al di sopra del suo fango per avvicinarlo a un ideale.

La civiltà di queste persone ha superato le sue prove. La nostra pure. Proviamo dunque a incontrarci in altro modo invece che cercando, ancora e sempre, di fare adepti. Non possiamo scambiarci le nostre idee senza dover parlare di conversione? Sono forse dei barbari? Sappiamo bene di no, noi tutti che pensiamo, che non siamo dei settari. Allora? Che utilità volerli allontanare dalla Fede della loro infanzia per inculcar loro la nostra? E che imprudenza! Perché la religione dominante di un paese – se esiste realmente una religione in Giappone – non è stata formata da lunghi secoli di adattamento di un’Idea primaria ai costumi locali? Non è forse il riflesso di quei costumi, la somma dei bisogni spirituali di una razza?[2] Perché voler vestire questo popolo di un abito che non gli andrà, poiché non è stato tagliato a sua misura? So bene che il Cristo è morto per tutti gli uomini senza distinzione di razza, ma Buddha ha egualmente predicato per l’umanità tutta intera. Solamente, ecco, gli dei stessi ignoravano o ignorano la fusione delle razze, ed è ciò che è desolante…

Quante cose intraviste, quante idee sconvolte in questo primo giorno della mia nuova esistenza. Sono come stordita. Già non mi riconosco. Sento vivamente che il trasferimento è stato troppo brusco. Stamattina ancora mi trovavo in Francia, su quella nave francese satura di atmosfera francese. Ed eccomi, qualche ora dopo, in pieno Giappone. Sento che il mio cervello a momenti formicola di idee nuove e a momenti è come intorpidito.

Forse c’è in questo stato molto particolare del mio essere un’influenza tutta fisica, perché ho trascorso quarantatre giorni in mare.

Di nuovo i  timori mi assalgono. Come sarà l’accoglienza della famiglia? Che quantità spaventosa di novità mi attende?

D’istinto mi avvicino al solo essere che possa ormai rassicurarmi con una sua parola. E imploro: “Di’, mi proteggerai?” E cerco un bacio. Ma il bacio non arriva perché si sente arrivare nel corridoio il ragazzo che viene a preparare i nostri letti. E queste parole del mio amato scorrono fino al mio cuore come un’onda ghiacciata: “In Giappone, e noi ci siamo, non ci si bacia mai in pubblico, fai bene attenzione. Ah, e poi, un marito e una moglie non si danno mai il braccio per la strada, ti avviso affinché tu non ti sorprenda se cammino un po’ davanti a te, oramai.”

Risciò a Dōgo onsen (isola di Shikoku). Aprile 2009.


* Traduzione (errori compresi) e foto sono mie. R.M.


[1] Tutto maiuscolo nel testo.

[2]Utilizzo qui, solo ed esclusivamente per fedeltà al testo, il termine “razza”, in voga all’epoca in cui il testo è stato scritto. Termine che è privo di qualsiasi fondamento scientifico.

 

 

 

 

 

 

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Tormia

 

Voyage au Japon/Viaggio in Giappone

 

1923

 

 

2. Indiscrezione

 

 

È stato necessario – compito fastidioso – rifare i bagagli.  Molte cose erano già sistemate nella cabina, precario alloggio.

 

Un quadernetto è sgusciato fuori e, miracolo, è redatto in francese:

 

 

 

“Infine, stiamo per arrivare domani mattina. Quarantatre giorni di mare e ora è finita. Perché non deve funzionare la Transiberiana? Almeno in quindici giorni saremmo andati da Parigi a Tokyo, come ho fatto per due volte prima della guerra.

 

Che starà facendo lei sul ponte? È salita molto presto, l’ho sentita. Vuole ammirare le prime isole. Ha ragione. È molto bello. Molte cose sono belle, in Giappone. Ma la Francia è anch’essa un paese molto bello. Mi piace viverci.

 

Credo che avrà parecchie disillusioni, la piccola! Se solo indovinasse la serie nera delle serate solitarie che la attendono! Perché succederà che debba andare a tutte le onorevoli cene di onorevoli signori, visto il tempo che non mi vedono qui. Doveri. A volte anche piaceri.

 

Come si affinerà la sua giovane intelligenza e si accrescerà ancora qui, se saprà vedere e comprendere. Aveva bisogno di questo viaggio. Sarà salutare al suo spirito così avido di arricchirsi. Poi lo libererà, questo giovane spirito, dalle idee false che un’educazione religiosa rigida le aveva forzatamente inculcato.

 

Quando torneremo in Francia, comprenderà la sua nuova ricchezza, se lei avrà saputo cogliere ciò che occorreva là dove occorreva. Ho fiducia in lei.

 

Una cosa mi turba: ho paura di farla soffrire involontariamente. Perché la vita di una coppia francese e quella di un coppia giapponese sono due cose ben diverse e occorrerà che noi barattiamo la prima contro la seconda, almeno per qualche mese. Io cercherò di portarla dovunque mi sarà possibile, ma con certi jiji[1] ancora molto “būn-kara”,[2] sarà difficile condurre una signora alle riunioni maschili.

 

La fusione delle razze * è una cosa ben difficile. Ciò nonostante io, che conosco i francesi dal tempo in cui sono venuto a vivere fra di loro, posso dire che hanno molte delle nostre virtù e certi modi di vedere molto simili ai nostri.

 

Ho frequentato in Francia tutti gli ambienti, politici, clericali, scientifici, letterari, artistici, industriali, commercianti e agricoli. Durante il mio lungo soggiorno mi sono impegnato a scoprire il vero spirito francese; per ogni straniero, penetrare nel cuore di un popolo è un’impresa poco semplice. Ma, se ho incontrato cose sgradevoli e gradevoli, esse non mi hanno mai fatto perdere la mia imparzialità: è con gioia che ho constatato le numerose affinità intellettuali della  mia razza e della razza francese. Desidero che mia moglie conosca il Giappone con un cuore nuovo, privo di qualsiasi pregiudizio. Quali che siano i paradossi che la attendono, mi auguro ardentemente che comprenda tutto ciò che nel mio paese merita di essere apprezzato, se non amato.

 

Il Mare Interno dalla collina di Onomichi. Estate 2009.

… Il mio proprio sogno, di me che mi sono liberato di tutti i pregiudizi e di tutte le superstizioni inutili della mia razza per conservarne solo le virtù essenziali, sarebbe quello di liberare a sua volta dalle stesse catene la compagna che ho eletto fra tutte le altre donne.

 

Ci riuscirò? Vorrà lei stessa aiutarmi? So che dal nostro viaggio dovrà nascere o l’intesa perfetta e definitiva, o la discordia.

 

Che male mi fa il cuore a battere così nel mio petto!”

 

 

 

E il mio, anche!

 

Palazzo Imperiale a Tōkyō. Estate 2009.

 

* Utilizzo qui, solo ed esclusivamente per fedeltà al testo, il termine “razza”, in voga all’epoca in cui il testo è stato scritto. Termine che è privo di qualsiasi fondamento scientifico.

 

**Traduzione (errori compresi) e foto sono mie. R.M.



[1] Vecchi signori. (Nota dell’autrice)

[2] Xenofobi. (Nota dell’autrice)

 

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