Utagawa Kunisada (1786-1865) e Utagawa Kuniyoshi (1798-1861), Ōtomo no Yakamochi, dalla serie Nishikie Chūiri Hyakunin isshu, libro stampato policromo, pubblicato a Edo da Izumiya Ichibei, 1849.

 

かささぎの 
渡せる橋に 
置く霜の 
白きを見れば 
夜ぞふけにける

Kasasagi no 
Wataseru hashi ni 
Oku shimo no 
Shiroki o mireba 
Yo zo fuke ni keru

 

Consigliere di Mezzo Ōtomo no Yakamochi

(718?-785)

Quando io vedo il candore Quando si guarda

È dinanzi al candore

della brina deposta sul ponte delle gazze  della brina

sul ponte gettato

il ghiaccio candido  che imperla
dalle gazze, allora sì che vuol dire che la notte  il ponte delle gazze
la notte è inoltrata. è un’ala curva e fonda.  che mi accorgo che la notte è ormai fonda.
         Marcello Muccioli          Nicoletta Spadavecchia               Andrea Maurizi

 

Fonte per il testo giapponese:

Japanese Text Initiative della University of Virginia Library.

 

Le traduzioni sono tratte da:

Marcello Muccioli (a cura di), La centuria poetica, Milano, SE, 2010 (prima edizione: Firenze, Sansoni, 1950).

Nicoletta Spadavecchia, Michelangelo Coviello (a cura di), Fujiwara Teika. Tanka. Antologia della poesia classica giapponese, Milano, Corpo 10, 1990.

Andrea Maurizi, Poesie di cento poeti in Virginia Sica, Francesca Tabarelli de Fatis (a cura di), Lo spirito giovane della calligrafia classica. Personale di Kataoka Shikō, Trento, Go Book, 2006.

☛ Ho scelto queste traduzioni e non altre, che pure esistono, perché già nella mia disponibilità.

☀️☀️☀️

L’immagine che ho scelto per illustrare il waka n°6 è di Utagawa Kunisada e Utagawa Kuniyoshi, artisti del tardo periodo Edo la cui sensibilità è, inevitabilmente, molto diversa da quella che ha dato origine al componimento poetico di Yakamochi.

E in questa immagine, ecco cosa vedo.

 

Nella notte invernale il poeta, abbigliato in vesti di corte splendidamente decorate, osserva un ponte arcuato immerso nella nebbia. È il ponte delle gazze, quello cui fa riferimento il waka stesso, in periodo Heian metafora della scalinata che conduce alla residenza imperiale. Un angolo del padiglione a cui si accede dal ponte occupa la parte destra della stampa, come raggelato nell’atmosfera invernale.

Ciò che mi colpisce, in questa scena, è che la stampa sembra essere cromaticamente divisa in due: in basso, in primo piano, la superficie diagonale della veranda e la figura monumentale del poeta, la cui veste abbina cerchi verde-azzurri a losanghe rosse su un brillante fondo color crema, mentre in alto gli edifici, tratteggiati sinteticamente, sono immersi in un’atmosfera invernale resa in un bianco e nero smorzato solo dalla banda colorata di un azzurro intenso che allude alla luminosità peculiare alle notti della stagione fredda.

E del resto il waka stesso descrive una scena invernale, questo pare evidente. Molti artisti, però, interpretarono il riferimento al ponte delle gazze come un’allusione alla leggenda delle stelle innamorate (Tanabata) celebrata il 7 di luglio e che si collocava quindi, secondo il calendario lunare, all’inizio dell’autunno. La leggenda di origine cinese dell’amore fra il mandriano (Altair) e la tessitrice (Vega), separati dalla Via Lattea per volere del cielo e riuniti solo una notte dell’anno, quella, appunto, del 7 luglio, è molto amata in Giappone e ha ispirato nel corso dei secoli numerosi artisti i quali interpretavano il waka di Ōtomo no Yakamochi come se il poeta, ammirando l’immobilità di una scena avvolta nel gelo di una notte invernale, ricordasse la brina che nella notte di Tanabata permette al ponte delle gazze di attraversare il fiume celeste per unire le due stelle.

Come ha osservato lo studioso Joshua Mostow, non vi è alcun riferimento alla festa di Tanabata nei versi di Yakamochi ma gli artisti vollero che ci fosse. Solo così possiamo comprendere la stampa di Kuniyoshi che illustra il componimento n° 6 nella serie Hyakunin isshu no uchi. Un ponte di nuvole attraversa il cielo stellato e unisce i due innamorati ritratti secondo l’iconografia cinese.  La fanciulla dalle vesti svolazzanti e morbide sembra in attesa del mandriano che, seduto in una posa classica, si lascia condurre dal bufalo lungo l’aereo ponte che lo porterà, finalmente, accanto all’amata.

📖

Un testo imprescindibile per comprendere le interpretazioni iconografiche della raccolta Hyakunin isshu è:

Joshua S. Mostow, Pictures of the Heart. The Hyakunin Isshu in Word and Images, Honolulu, University of Hawai’i Press, 1996.

Utagawa Kuniyoshi (1798-1861), Ōtomo no Yakamochi, dalla serie Hyakunin isshu no uchi, pubblicata dall’editore Ebisu, fra il 1840 e il 1842 circa.

 

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Una sera, una via. Nel vecchio quartiere di Shinsekai, Ōsaka, agosto 2009.

Estraendo dalla sua busta la piccola rivista, la sfogliò per rileggervi la propria poesia:

Quanti cuori ci saranno dentro di me?

Due, quattro, sei, otto… nove o dieci…

No, poiché quei due si assomigliano.

Novanta o cento…

Ma no, a volte son diversi.

Forse mille…

Ma no! Perché ne nasca uno,

occorre qualcosa di … diverso!

Ah, con questi innumerevoli cuori,

cambio più rapidamente della luce!

Non è strano, comunque, che con un cuore

che cambia all’infinito,

noi viviamo in un mondo che crediamo finito?

“Veramente non vedo dove vada a parare…”, aveva giudicato uno dei membri della rivista alla lettura di questa poesia, mentre un altro, una donna, aveva osservato, con un sorrisetto ironico: “Piuttosto infantile…”. “Diciamo: né bene, né male…”, aveva tranciato Kawabe, l’editore, sistemando con gesto femminile una ciocca dei capelli boccolosi che gli ricadevano sulle spalle, con l’aria di non aver mai preso sul serio ciò che Haruta poteva produrre in materia di poesia. […]

Da due anni che prendeva parte alle attività de “L’isola blu”, [Haruta] vi aveva fatto comparire sei poesie, di cui nessuna aveva mai ricevuto il minimo elogio. Seduto sulla scomoda sedia del ristorante cinese, ricordò sottovoce a se stesso la prima:

Io non avevo domandato nulla, e poi, ecco, dieci anni,

mi hanno sbattuto fuori

nel bel mezzo del mondo,

un luogo triste e solitario e pieno di tumulto.

Sono stato pagato al prezzo della mia ricchezza,

e ho conosciuto il denaro con le sue servitù;

ho mentito, e ho riso senza averne voglia,

mi sono arrabbiato quando non avrei dovuto

e malgrado la mia fatica, ho mostrato buonumore

e poiché tutto andava bene, mi sono finto malato.

Ma cos’è questo mondo

se occorre agire sempre così?

Via, meglio non pensarci più.

Mi vado a coricare

poiché domani bisogna lavorare di nuovo.

Ecco, lì dentro scoprì che qualcosa non lo soddisfaceva; sì, mancava qualcosa…

Si ricordò le parole di Kawabe, quelle che gli lanciava ogni volta che Haruta gli presentava uno dei suoi componimenti poetici:

“Non bisogna credere che mettendo nelle frasi ciò che ti passa per la mente farai della poesia! Va bene alla scuola elementare! E le tue poesie, mio piccolo Satomi, sono poesie da scolaro!”

Ma Haruta, lui, credeva che erano proprio i bambini i veri poeti.

Miyamoto Teru

Da: Miyamoto Teru, Les Gens de la rue des Rêves (Yumemidōri no hitobito, 1986), Arles, Editions Philippe Picquier 1993. Traduzione dal giapponese di Philippe Deniau. Mia traduzione “di servizio” dal francese.

***

Un poeta dilettante e di scarsa fortuna si muove fra i personaggi bizzarri e di grande umanità in una viuzza della shitamachi di Ōsaka. Le vicende tragicomiche degli abitanti di questo piccolo budello dal nome poetico di Yumemidori, “via dei sogni”, di cui Haruta è testimone, ci raccontano dell’umanità che vive in un quartiere popolare di Ōsaka, la città amatissima di Miyamoto Teru, nato a Kōbe nel 1947 ma innamorato di Ōsaka e della sua gente.

Un gustoso romanzo a episodi che mi ricorda molto i capolavori di Ihara Saikaku, questo: le atmosfere della Ōsaka popolare e il dialetto della città (inevitabilmente destinato a scomparire nella traduzione) sono i veri protagonisti della scrittura di Miyamoto, insieme alla folla di personaggi – eccentrici a volte, a volte buffi, a volte tormentati, ma sempre ritratti con arguzia e empatia – che si muovono fra casa e bottega nel breve perimetro di una strada che racchiude un mondo di straordinaria umanità.

Cala la notte, si accendono le insegne. Ōsaka, agosto 2009.

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Utagawa Kuniyoshi (1797-1861), Sarumaru Tayū, dalla serie Hyakunin isshu no uchi, pubblicata dall’editore Ebisu, fra il 1840 e il 1842 circa.

 

奥山に 
紅葉ふみわけ 
鳴く鹿の 
声きく時ぞ 
秋は悲しき 

Okuyama ni 
Momiji fumiwake 
Naku shika no 
Koe kiku toki zo 
Aki wa kanashiki 

 

Sarumaru Dayū

(IX sec.?)

Questo waka nel Kokinwakashū è di anonima attribuzione.

 Oh quanto è più triste l’autunno, Tra i rossi aceri Triste è l’autunno
quando odo il grido del profondo del monte quando odo il bramito dei cervi
lamentoso del cervo suona la voce che avanzano
che scalpita sulle foglie d’acero del cervo solitario – tra le foglie ingiallite
nella profondità della montagna. oh tristezza d’autunno. nei recessi montani.
Trad. di Marcello Muccioli. Trad. di Nicoletta Spadavecchia

Trad. di Andrea Maurizi.

Propongo qui, come riferimento, anche la traduzione di Sagiyama Ikuko dal Kokin Waka shū. Raccolta di poesie giapponesi antiche e moderne (edizione Ariele, Milano, 2000):

 

Nella montagna fonda,

calpestando le foglie ingiallite

si lamenta il cervo,

e, quando sento la sua voce,

mi pervade la tristezza dell’autunno.

Kokinwakashū, IV, 215.

 

Fonte per il testo giapponese:

Japanese Text Initiative della University of Virginia Library.

 

Le traduzioni sono tratte da:

Marcello Muccioli (a cura di), La centuria poetica, Milano, SE, 2010 (prima edizione: Firenze, Sansoni, 1950).

Nicoletta Spadavecchia, Michelangelo Coviello (a cura di), Fujiwara Teika. Tanka. Antologia della poesia classica giapponese, Milano, Corpo 10, 1990.

Andrea Maurizi, Poesie di cento poeti in Virginia Sica, Francesca Tabarelli de Fatis (a cura di), Lo spirito giovane della calligrafia classica. Personale di Kataoka Shikō, Trento, Go Book, 2006.

☛ Ho scelto queste traduzioni e non altre, che pure esistono, perché già nella mia disponibilità.

☀️☀️☀️

L’immagine che ho scelto per illustrare il waka n°5 è di Utagawa Kuniyoshi, artista del tardo periodo Edo la cui sensibilità è, inevitabilmente, molto diversa da quella che ha dato origine al componimento che commenta.

E in questa immagine, ecco cosa vedo.

 

Sotto un albero di cachi carico di frutti maturi, presso l’ansa di un fiume, sosta una contadina le cui labbra rosse e il seno nudo, che si intravede dall’apertura del kimono allacciato con noncuranza, rivelano una certa sensualità. Il bimbo che tiene legato sulla schiena alla maniera tradizionale si sporge incuriosito, forse, dal fratello maggiore che sta lavando la grossa zappa nelle acque di un blu intenso. Il ragazzino sembra rivolgere uno sguardo alla madre (in una muta richiesta di approvazione per il lavoro ben svolto? Chissà…) mentre lo sguardo della donna si perde oltre il corso d’acqua, verso le risaie lontane e, più oltre, verso la collina rocciosa punteggiata delle chiome rosseggianti degli aceri.

La scena è immersa in una sospesa atmosfera autunnale, resa dai colori sui toni del bruciato e dell’arancione ed esaltata dalla presenza iconica e lontana di un cervo solitario il cui bramito è la voce malinconica della stagione, come ricordano i versi attribuiti al misterioso poeta Sarumaru, di cui non si possiedono notizie certe ma che Fujiwara no Kintō (966-1041) incluse fra i Sanjūrokkasen, i trentasei poeti immortali.

Vivace contrappunto al pensoso atteggiamento della donna, la presenza del cagnolino bianco, che non è difficile immaginare giocoso e saltellante fino a qualche istante prima.

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Utagawa Kuniyoshi, (1797-1861), Il poeta Yamabe no Akahito, dalla serie Hyakunin isshu, pubblicata dall’editore Ebisu, fra il 1840 e il 1842.

田子の浦に 
打ち出でてみれば 
白妙の 
富士の高嶺に 
雪はふりつつ

Tago no ura ni 
Uchi idete mireba 
Shirotae no 
Fuji no takane ni 
Yuki wa furi tsutsu

 

Yamabe no Akahito

(inizi VIII sec.)

Dal Man’yōshū.

 Sulla baia di Tago  Esco e guardo  Procedendo
 quando esco e guardo,  dalla baia di Tago  lungo la baia di Tago
 sull’alta vetta del Fuji,  l’attimo bianco  osservo la neve cadere
 ammantato di bianco,  sulla vetta del Fuji  sulla candida vetta
 la neve cade, cade, cade.  è la neve, la neve.  del monte Fuji.
Trad. di Marcello Muccioli. Trad. di Nicoletta Spadavecchia

Trad. di Andrea Maurizi.

Fonte per il testo giapponese:

Japanese Text Initiative della University of Virginia Library.

 

Le traduzioni sono tratte da:

Marcello Muccioli (a cura di), La centuria poetica, Milano, SE, 2010 (prima edizione: Firenze, Sansoni, 1950).

Nicoletta Spadavecchia, Michelangelo Coviello (a cura di), Fujiwara Teika. Tanka. Antologia della poesia classica giapponese, Milano, Corpo 10, 1990.

Andrea Maurizi, Poesie di cento poeti in Virginia Sica, Francesca Tabarelli de Fatis (a cura di), Lo spirito giovane della calligrafia classica. Personale di Kataoka Shikō, Trento, Go Book, 2006.

☛ Ho scelto queste traduzioni e non altre, che pure esistono, perché già nella mia disponibilità.

☀️☀️☀️

L’immagine che ho scelto per illustrare il waka n°4 è di Utagawa Kuniyoshi, artista del tardo periodo Edo la cui sensibilità è, inevitabilmente, molto diversa da quella che ha dato origine al componimento che commenta.

E in questa immagine, ecco cosa vedo.

 

La scena è dominata a livello compositivo da due figure piramidali: in primo piano, quella del poeta, splendidamente abbigliata secondo il costume di corte  e, alle sue spalle, la mole possente e maestosa del Fujisan. Accompagnato da un giovanissimo attendente che regge la spada, a piedi scalzi ma abbigliato di un elegante hitatare in una fantasia sui toni del rosso, il poeta sembra sostare sotto un elegante pino il cui tronco delimita il lato destro della scena. Figure minuscole sulla spiaggia si muovono avanti e indietro mentre vele ancora più lontane solcano le onde che si frangono sulla spiaggia, delineando il movimento della risacca. L’orizzonte è come immerso nella nebbia, una nebbia perforata dal cono perfetto del Fuji. Bianco e lontano. Sarà davvero la neve a imbiancarlo? Non vi è traccia di neve né sulla spiaggia, né sui rami del pino che si protendono verso l’acqua. I fiocchi non sono visibili. Forse appartengono solo allo sguardo del poeta.

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Con rigore scientifico, d’accordo, ma anche con grande rispetto.

Così, solo così ho accettato la sfida che mi ha proposto l’editore: concentrare una presentazione del buddhismo in poco più di cento pagine.

Una piccola introduzione a una delle avventure più straordinarie della storia umana.

 

 

Buddhismo, Milano, Editrice Bibliografica, 2017.

Variamente intesa come religione o filosofia, considerata da taluni religione atea e da altri religione che venera innumerevoli entità divine, religione panasiatica o religione universale, il buddhismo pone a chi lo avvicina una serie di questioni in apparenza ardue da risolvere. Pure il buddhismo, i cui insegnamenti non fanno riferimento a un messaggio rivelato bensì sono il frutto dell’esperienza di un uomo, Siddharta Gautama, il Buddha, mantiene intatta, a distanza di più di duemilacinquecento anni dalla sua origine, nella piana indogangetica del nord dell’India, tutta la sua capacità di interrogare l’uomo contemporaneo sulle grandi questioni esistenziali (la natura del dolore, la causa del dolore, la via per uscire dal dolore) e di proporre una via spirituale che continua ad attirare l’interesse di nuovi fedeli dentro e fuori il continente asiatico.

Questo testo vuole essere una guida sintetica, ma anche chiara e rigorosa, a una religione  che nel corso della suo lungo percorso attraverso un continente, nel corso dei secoli, ha saputo adattarsi a culture e ambienti differenti, dando vita a una pluralità di scuole e insegnamenti spesso molto diversi fra loro. 

La presentazione dei caratteri salienti di questa via spirituale, dalla vita e dall’insegnamento del fondatore, alle correnti e alle pratiche rituali e devozionali si propone di permettere al lettore di penetrare agilmente in una religione la cui natura articolata, complessa e multiforme rivela un sistema di di straordinaria ricchezza e complessità troppo spesso vittima di malintesi o di mode.

 

☛ Il libro è disponibile sia in edizione cartacea che in ebook.

Questo il link alla pagina della casa editrice: http://www.editricebibliografica.it/scheda-libro/rossella-marangoni/buddhismo-9788870759211-409546.html

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