Utagawa Kuniyoshi (1798-1861), Sōjō Henjō, dalla serie Hyakunin isshu no uchi, 1842.

天つ風 
雲のかよひ路 
吹きとぢよ 
乙女のすがた 
しばしとどめむ

 

Amatsukaze 
Kumo no kayoiji 
Fuki toji yo 
Otome no sugata 
Shibashi todomemu

 

Sōjō Henjō

(816-890)

 

 O vento del cielo Vento del cielo  Vento del cielo!
 ferma col tuo soffio  il pozzo delle nuvole Interrompi con il tuo soffio,
 le nuvole in cammino! chiudi soffiando il sentiero di nuvole
 La loro forma verginale ma ferma ancora un attimo affiché le fanciulle celesti
 per un istante arrestar vorrei. la danza delle vergini.  possano qui fermarsi ancora un poco.
  Trad. di Marcello Muccioli.    Trad. di Nicoletta Spadavecchia.   Trad. di Andrea Maurizi.

Fonte per il testo giapponese:

Japanese Text Initiative della University of Virginia Library.

Le traduzioni sono tratte da:

Marcello Muccioli (a cura di), La centuria poetica, Milano, SE, 2010 (prima edizione: Firenze, Sansoni, 1950).

Nicoletta Spadavecchia, Michelangelo Coviello (a cura di), Fujiwara Teika. Tanka. Antologia della poesia classica giapponese, Milano, Corpo 10, 1990.

Andrea Maurizi, Poesie di cento poeti in Virginia Sica, Francesca Tabarelli de Fatis (a cura di), Lo spirito giovane della calligrafia classica. Personale di Kataoka Shikō, Trento, Go Book, 2006.

☛ Ho scelto queste traduzioni e non altre, che pure esistono, perché già nella mia disponibilità.

 

🎐🎐🎐

 

Questo testo poetico è presente anche nel IX libro dell’antologia imperiale Kokinwakashū, dedicato al tema del viaggio (kiryo no uta). Questa la traduzione di Sagiyama Ikuko:

n° 872– Yoshimine no Munesada (Henjō)

Kotobagaki (prefazione originale):

Composto guardando le danzatrici di Gosechi.

 

O vento celeste,

soffia e chiudi

il varco delle nuvole!

Tratteniamo ancora un momento 

le eteree figure delle fanciulle.

 

 

Fonte: Kokin Waka Shū, a cura di Sagiyama Ikuko, Milano, Ariele, 2000, p. 526.

 

🌸🌸🌸

 

L’immagine che ho scelto per illustrare il waka n°12 è di Utagawa Kuniyoshi (1797-1861), artista del tardo periodo Edo la cui sensibilità è, inevitabilmente, molto diversa da quella che ha dato origine al componimento poetico dell’abate Henjō, uno dei Sei Poeti Immortali della tradizione.

E in questa immagine, ecco cosa vedo.

 

La scena immaginata da Kuniyoshi è divisa in due parti dall’imponente presenza di un grande tamburo cerimoniale inserito nella sua fiammeggiante cornice, il dadaiko, dalla cui sommità si erge perpendicolarmente un palo che termina con un disco rosso arancio, simbolo solare i cui raggi si protendono nelle varie direzioni. Il dadaiko, di cui si intravede un’altro esemplare a destra della scena, è una delle più antiche forme di tamburo esistenti in Giappone e risalirebbe al VII secolo. La ricca decorazione, i colori brillanti, l’utilizzo congiunto di due esemplari (uno di sinistra, sahodaiko, e uno di destra, uhodaiko), la ritualità con cui veniva trasportato e suonato ne denunciano la natura di strumento da cerimonia, suonato dai musici in occasione di importanti celebrazioni a Corte, come quella del Niinamesai o “Degustazione delle nuove messi”, che si celebrava in autunno. La nota che accompagna il componimento poetico nel Kokinwakashū, del resto, fa riferimento proprio al Gosechi no mai, una danza che veniva eseguita a Corte, in presenza del sovrano, l’Undicesimo Mese, allo scopo di celebrare il raccolto, secondo una tradizione che si faceva risalire a un episodio occorso all’imperatore Tenmu (r. 673-686) quando, durante un’escursione al monte Yoshino, presso Nara, avrebbe assistito alla danza di fanciulle celesti (forse apsaras, creature della mitologia buddhista) accorse al suono del suo koto.

La danza gosechi era eseguita da un piccolo gruppo di giovani donne, non sposate, scelte fra le famiglie aristocratiche più in vista. Una di queste fanciulle, abbigliata negli sfarzosi costumi tipici di questa antica danza, è ritratta da Kuniyoshi mentre volteggia sulla piattaforma rituale al ritmo dei tamburi, occupando la parte inferiore destra della stampa.

A sinistra, invece, sono ritratti i cortigiani che assistono alla rappresentazione. Verso il bordo inferiore della stampa, lungo una linea diagonale, è  la tenda a pannelli di stoffe policrome che protegge parte del pubblico e occulta la base dell’enorme dadaiko e del musico che lo percuote, mentre le teste di alcuni cortigiani non riparati dalla tettoia si scorgono sulla sinistra. Più sopra, un gruppo di tre personaggi dalle vesti colorate secondo il rango e che indossano il copricapo nero d’uso, l’eboshi, assiste alla danza stando ai piedi di un’alta veranda sulla quale stanno seduti altri dignitari e, discosto, il poeta, che sembra già indossare la sobria veste di monaco buddhista, anche se sappiamo che  Yoshimine no Munesada sarebbe entrato in religione con il nome di Henjō in epoca successiva alla composizione del waka qui illustrato. Dietro il poeta è il padiglione da cui è lecito supporre che il sovrano osservi la scena, una cortina (sudare) è sollevata, ma una nuvola, dalla sfumatura violacea, scende dal cielo a occultare l’interno del padiglione.

La stampa, in apparenza caotica nella varietà cromatica di vesti, pannelli e decorazioni, mi sembra resa armoniosa dal rincorrersi delle linee diagonali che ne accentuano l’effetto di profondità, una preoccupazione prospettica che sembra aver percorso a lungo la produzione dell’artista.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedin

Tutto sta nel primo incontro. Fra i banchi di una libreria, sugli scaffali di una biblioteca, a casa di un amico, sul banco di una fiera: una copertina ci attira, un titolo ci cattura, un nome ci fa sussultare e prendiamo in mano un libro. Ecco, è il primo contatto. Allora, poi, diventa inevitabile sfogliarlo e, senza rendercene conto i nostri occhi già stanno scorrendo le prime righe. Entriamo nella storia, ci si apre un mondo. Forse si tratta dell’inizio di un innamoramento, per quel libro, per un autore che da allora non abbandoneremo più, per un genere letterario. Oppure, che meraviglia, è la nascita di una passione per una cultura. La passione di una vita.

A me capitò nel 1978: il regalo di un profumo giapponese dal nome evocatore, Murasaki. E, subito dopo, la corsa in biblioteca Sormani, poco distante da dove lavoravo, durante una pausa pranzo, e  la scoperta del Genji monogatari (nell’obsoleta e francamente improbabile traduzione di Adriana Motti dalla storica versione inglese di Arthur Wiley).

Ecco, l’inizio di un libro a volte non è solo l’inizio di un libro.

Ma anche se fosse solo l’inizio di un libro, perchè non abbandonarci al gusto della scoperta, al piacere di un incontro?

Durante il regno di un certo Sovrano, non so bene quale, tra le numerose Spose Imperiali e dame di Corte ve n’era una che, seppure di rango non molto elevato, più di ogni altra godeva dei favori di Sua Maestà. Le dame di alto rango, convinte com’erano di dover essere le prescelte, la guardavano dall’alto in basso e ne erano gelose. Quelle dello stesso grado o di uno inferiore a maggior ragione si sentivano offese. Sera e mattina la sua presenza a Corte non faceva che esporla alla malevolenza delle altre e, forse per via del rancore che si riversava su di lei, ella si ammalò e in preda alla malinconia si ritirò più volte presso la famiglia d’origine, ma il Sovrano, sempre più sollecito, seguitava a prendersi cura di lei senza prestare ascolto alle critiche di coloro che gli stavano attorno e suscitando chiacchiere a non finire. Dignitari e nobili dei più alti ranghi, coinvolti loro malgrado, mostravano il proprio scontento distogliendo lo sguardo e mormorando che era un’infatuazione tale da turbare la vista e che nel regno dei Tang, per simili circostanze, il paese era caduto in preda a disordini e tumulti. Col passare del tempo, mentre anche nel resto del mondo la vicenda seminava malcontento e preoccupazione al punto che si citava l’esempio di Yang Guifei, non le erano state risparmiate umiliazioni, ma ella era riuscita a partecipare alla vita di Corte, confidando nell’affetto senza limiti che Sua Maestà le riservava. Il padre, che era stato Gran Consigliere, era morto, e la madre, appartenente a un’antica famiglia di tutto rispetto, convinta che la figlia non dovesse essere inferiore alle altre dame che grazie all’appoggio paterno avevano a Corte grande successo, le aveva fornito tutto quanto era indispensabile per ogni occasione ufficiale; pur tuttavia, essendo ella priva di un solido appoggio, in caso di bisogno non aveva nessuno su cui fare affidamento ed era più sola e sperduta che mai.

Forse anche nelle precedenti esistenze i legami che l’avevano unita a Sua Maestà erano stati profondi, perché le nacque un bambino, simile a un puro gioiello di cui al mondo non si vede l’eguale.

 

Murasaki Shikibu, La storia di Genji (Genji monogatari), Torino, Einaudi, 2012, pp. 3 e 4.

Tradizione di Maria Teresa Orsi.

Anonimo, Genji monogatari emaki, XII sec., (part). Nagoya, Tokugawa bijutsukan.

 

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedin

Utagawa Kuniyoshi, “Sangi Takamura”, dalla serie Hyakunin isshu no uchi, 1842.

 

わたの原
八十島かけて
こぎ出ぬと

人には告げよ
あまのつり舟

 

Wata no hara 
Yasoshima kakete 
Kogi idenu to 
Hito ni wa tsugeyo 
Ama no tsuri bune

 

Sangi Ono no Takamura

(802-852)

 

 Sulla distesa del mare  Sull’ampio mare  Barche di pescatori!
 fra le ottanta isole  remo per le ottanta isole:  Riferite ai miei cari
 io avanzo remando:  vi saluto addio   che tra le innumerevoli isole
 annunciatelo a tutti,  amici, vorrei dirvi  della sconfinata piana marina
 voi, barche di pescatori. barche di pescatori.   avanzo con la mia imbarcazione.
  Trad. di Marcello Muccioli.    Trad. di Nicoletta Spadavecchia.   Trad. di Andrea Maurizi.

Fonte per il testo giapponese:

Japanese Text Initiative della University of Virginia Library.

Le traduzioni sono tratte da:

Marcello Muccioli (a cura di), La centuria poetica, Milano, SE, 2010 (prima edizione: Firenze, Sansoni, 1950).

Nicoletta Spadavecchia, Michelangelo Coviello (a cura di), Fujiwara Teika. Tanka. Antologia della poesia classica giapponese, Milano, Corpo 10, 1990.

Andrea Maurizi, Poesie di cento poeti in Virginia Sica, Francesca Tabarelli de Fatis (a cura di), Lo spirito giovane della calligrafia classica. Personale di Kataoka Shikō, Trento, Go Book, 2006.

☛ Ho scelto queste traduzioni e non altre, che pure esistono, perché già nella mia disponibilità.

 

🎐🎐🎐

 

Questo testo poetico è presente anche nel IX libro dell’antologia imperiale Kokinwakashū, dedicato al tema del viaggio (kiryo no uta). Questa la traduzione di Sagiyama Ikuko:

n° 407 – Ono no Takamura

Kotobagaki (prefazione originale):

Un componimento inviato a una persona nella capitale, quando la nave che portava l’autore in esilio all’isola di Oki stava per salpare.

 

O barca di pescatori, dì alla gente della capitale

che, nella sconfinata pianura marina,

verso innumerevoli isole

la mia barca fu spinta a remi!

 

Fonte: Kokin Waka Shū, a cura di Sagiyama Ikuko, Milano, Ariele, 2000, p. 278.

 

🌸🌸🌸

 

L’immagine che ho scelto per illustrare il waka n°11 è di Utagawa Kuniyoshi (1797-1861), artista del tardo periodo Edo la cui sensibilità è, inevitabilmente, molto diversa da quella che ha dato origine al componimento poetico del poeta Takamura, considerato uno dei più valenti calligrafi e poeti in lingua cinese del suo tempo.

E in questa immagine, ecco cosa vedo.

La stampa è occupata quasi nella sua interezza dalla mole di una grande imbarcazione commerciale (bezaisen) che dispiega un’enorme vela al vento impetuoso che gonfia e fa volare due massicci fukinuki, stendardi simili a quelli dei daimyō, che ondeggiano eleganti recando i colori della nave, il nero e il mattone (così almeno paiono tali nell’esemplare, che qui utilizzo, conservato al British Museum). Dietro è il nobori, lo stendardo rettangolare che reca le insegne della casa mercantile, fondo blu con due righe trasversali bianche e un carattere, poco leggibile, inserito in un cerchio: il logo della casa. Di altrettanto difficile decifrazione è il kanji tracciato in nero sotto il bordo dell’imbarcazione il cui carattere mercantile è denunciato da alcuni barili stoccati nel vano aperto che si intravede a poppa. Sull’imbarcazione si muovono vari personaggi, alcuni dei quali guardano verso il mare tempestoso e, implicitamente, verso di noi.

In primo piano, proprio sotto ai loro occhi, ondeggia pericolosamente una piccola barca governata, a forza di braccia e con fatica, da due uomini che indossano solo il bianco fundoshi e, sul capo, uno hachimaki annodato a raccogliere il sudore dello sforzo. Ci volge le spalle, guardando verso la grande mole incombente del bezaisen, un terzo personaggio che forse, nell’intenzione di Kuniyoshi, allude al poeta Takamura, i cui versi ci raccontano di un addio, allorchè fu costretto all’esilio nell’isola di Oki quando, nell’834, nonostante la nomina a vice-ambasciatore, si rifiutò di partire come membro di una missione verso la  Cina dei Tang. Nell’840, il poeta venne comunque graziato e ottenne il permesso di rientrare a Heian-kyō.

Le terre che si scorgono in lontananza, ai lati del grande vascello, rappresentano forse le isole verso cui la piccola imbarcazione del poeta faticosamente, nel mare in burrasca, si dirige. 

In primissimo piano è la spuma del mare e le onde che si agitano furiose, facendo emergere a stento le figure seminude dei rematori, i cui remi, mossi di concerto, tracciano due eleganti tracce parallele rossastre che spiccano nel blu dell’ampia, tormentata, distesa del mare che va incontro alla notte.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedin

Vi aspettiamo allora

SABATO 19 MAGGIO 2018 – H. 17.00,

IN VIA MONCUCCO 26/2, MILANO

 

SHINTOISMO 

Edizioni Bibliografica, 2018.

 

L’insieme composito di riti, culti e concezioni del sacro di varia provenienza che si svilupparono nel Giappone arcaico e che vennero successivamente compresi nella definizione convenzionale, seppur problematica, di shintō  (lett.“la via dei kami”), è stato considerato a lungo come la religione autoctona giapponese, ancestrale e immutabile, caratterizzata da una supposta “unicità”. Pur essendo ancora a volte presentato in tal modo, lo shintō è da circa un quarantennio sottoposto a una revisione interpretativa volta a metterne in luce la natura di fenomeno religioso eterogeneo e complesso, caratterizzato da una dialettica fra continuità e cambiamento, tra riti della regalità e pratiche di devozione popolare continuamente creati e rinnovati nel corso dei secoli. Questa breve introduzione vuole essere un invito a non limitarsi alle interpretazioni tradizionali e precostituite dello shintō bensì a prendere in esame una visione problematica di questa tradizione che ha interessato tutti gli aspetti della sfera emotiva dei Giapponesi, condizionandone le idee sulla natura, sull’esistenza e sulla morte, sulla società, sulla politica, sull’estetica: una tradizione ben viva nella quotidianità del Giappone contemporaneo.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedin

Utagawa Kuniyoshi, Semimaru, dalla serie Hyakunin isshu no uchi, 1842 circa.

これやこの 
行くも帰るも 
別れては 
知るも知らぬも 
逢坂の関

 

Kore ya kono 
yuku mo kaeru mo 
wakarete wa 
shiru mo shiranu mo 
ausaka no seki.

Semimaru

(IX sec.)

“Vedendo la gente andare e venire, quando viveva nell’eremo che si era costruito vicino alla barriera di Ausaka.”

Questa è proprio quella barriera di Ausaka  È questo e quello Barriera del Pendio dei incontri:
dove andando o venendo  separazione e incontri è questo il luogo da cui si passa
ci si separa, chi va e chi torna quando si lascia la capitale o ci si torna
e conoscendosi o non conoscendosi chi si conosce e chi no e in cui amici e sconosciuti
ci s’incontra. sulla salita Ausaka.  si incontrano.
  Trad. di Marcello Muccioli.    Trad. di Nicoletta Spadavecchia.   Trad. di Andrea Maurizi.

Fonte per il testo giapponese:

Japanese Text Initiative della University of Virginia Library.

 

Le traduzioni sono tratte da:

Marcello Muccioli (a cura di), La centuria poetica, Milano, SE, 2010 (prima edizione: Firenze, Sansoni, 1950).

Nicoletta Spadavecchia, Michelangelo Coviello (a cura di), Fujiwara Teika. Tanka. Antologia della poesia classica giapponese, Milano, Corpo 10, 1990.

Andrea Maurizi, Poesie di cento poeti in Virginia Sica, Francesca Tabarelli de Fatis (a cura di), Lo spirito giovane della calligrafia classica. Personale di Kataoka Shikō, Trento, Go Book, 2006.

☛ Ho scelto queste traduzioni e non altre, che pure esistono, perché già nella mia disponibilità.

 

🌸🌸🌸

L’immagine che ho scelto per illustrare il waka n°10 è di Utagawa Kuniyoshi (1797-1861), artista del tardo periodo Edo la cui sensibilità è, inevitabilmente, molto diversa da quella che ha dato origine al componimento poetico del leggendario suonatore di biwa Semimaru.

E in questa immagine, ecco cosa vedo.

 

Il tronco nodoso di un pino dalla folta chioma domina la scena tagliandola diagonalmente. A destra è una capanna dal tetto di paglia la cui  finestra, aperta, mostra il poeta stesso che osserva il via vai dei viaggiatori, un fascio di fogli in mano. La sua espressione è sorridente, come compiaciuta, in apparente contrasto con la leggenda che narra di come Semimaru sia stato un celebre cantore cieco che suonava il biwa, un biwa hōshi dunque, un mōsō, ossia un religioso cieco. 

Il lato sinistro della stampa mostra in lontananza il dolce pendio della cosiddetta “barriera degli incontri” (afusaka no seki) chiamata anche barriera di Ausaka o “di Ōsaka” (nulla a che vedere con l’attuale metropoli il cui antico nome era Naniwa). Questo toponimo veniva utilizzato come utamakura (lett. “cuscino poetico”, un artificio letterario della poesia classica che legava il nome di una località a un’associazione di immagini e sentimenti comuni e condivisi da autore e lettore e che spesso si basava su un gioco di parole), giocando con il suono afu /au, analogo al verbo au, “incontrare”. Sul sentiero che si inerpica verso il passo, fra le colline verdeggianti, sostano e si muovono vari personaggi: qualcuno indica la strada ancora da percorrere a un viandante, altri recano sulle spalle merci e fascine, contadini o venditori ambulanti al pari di Shinroku, protagonista di un gustoso racconto di Ihara Saikaku (1642-1693), “Il cappello di Daikoku” (in Nippon eitaigura, “Il magazzino eterno del Giappone”, 1688). Figlio scapestrato di un ricco mercante di Kyōto che lo ha disconosciuto, Shinroku si mette in marcia verso Edo, trasformandosi a poco a poco in abile ciarlatano capace di turlupinare i creduloni che incontra strada facendo: “Superata la barriera di Ōsaka, dove «la gente va e viene, gente nota e gente ignota» riuscì a persuadere parecchi a fermarsi e ad acquistare la sua medicina: ci cascarono persino venditori ambulanti di aghi e di pennelli da scrittura, che avevano una lunga esperienza di imbroglioni.” scrive Saikaku, prendendosi il lusso di citare così il celebre waka di Semimaru.*

Nella stampa di  Kuniyoshi, in primo piano sono tre personaggi che indossano vesti dai colori simili, azzurro e beige, e dai motivi decorativi affini. Tutti e tre indossano i waraji, le caratteristiche calzature infradito in paglia. Seminascosto dal tetto della capanna di Semimaru è un servitore che reca a spalla il bagaglio della coppia che lo precede. La donna, girata di spalle, indossa il tipico cappello da viaggiatrice di periodo Kamakura (ichimegasa) e ha la sopravveste a losanghe trattenuta da un nastro rosso, secondo il costume da viaggio di quell’epoca, il personaggio che le sta accanto, e che con la mano sinistra sembra far cenno di affrettarsi al servitore, ha tratti del volto femminei ma l’acconciatura è quella di un codino (mage) da samurai, cosa che mi lascia incerta circa l’identità da attribuirgli. Spicca, nell’armonia cromatica della scena, il rosso mattone dei particolari delle vesti delle due figure in primo piano, viaggiatori che hanno appena lasciato il pendio degli incontri.

Semimaru, autore del waka qui illustrato, è un personaggio leggendario, della cui esistenza non si hanno testimonianze certe, ma solo aneddoti quali, ad esempio, quello contenuto nel Konjaku monogatarishū (XII sec.). Un dramma importante del teatro nō, attribuito dalla tradizione allo stesso Zeami Motokiyo (1363?-1443?), è dedicato alla sua leggenda. Semimaru, figlio dell’imparatore Uda, nato cieco e bandito dalla corte, è inviato alla barriera di Ausaka, fra Kyōto e il lago Biwa, affinchè vi si stabilisca e prenda i voti religiosi. Egli accetta il suo destino sapendo che è stato stabilito per lui dal karma di una vita precedente. Un uomo costruisce allora per lui una capanna dove prenderà dimora. Giunge in loco la sorella Sakagami, che lo cerca senza sosta e, sentendolo suonare il biwa, lo riconosce. I due si ritrovano e condividono memorie e ricordi, ma sarà una consolazione di breve durata perchè Sakagami dovrà presto dirgli addio. 

Sulla stampa di Kuniyoshi, non sono forse, allora, la principessa Sakagami e il suo piccolo seguito, coloro che si sono voltati per salutare un’ultima volta il poeta cantore? È forse per loro il sorriso di Semimaru? Il gioco delle ipotesi è appena iniziato.

 

* Da Ihara Saikaku, Storie di mercanti, traduzione di Michele Marra, Torino, Utet, 1983, p. 46.

 

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedin