Pennellate di colore sulla collina. Kyōto, primavera 2013.

 

In questo luogo, nella bella stagione quando i fiori sono profumati e nella stagione fresca delle foglie che cadono, giungono genti su palanchini o con barche. In primavera le coste sono dipinte da mille colori, in autunno le rocce sono tinte da centinaia di fogliami. Si ode il cinguettio degli usignoli nelle piane, si ammira la danza delle gru sulla riva. Sui lidi si affollano giovani dei villaggi e fanciulle delle marine, mercanti e contadini vanno e vengono a bordo di piccole barche. Anche in estate, nelle calde mattine e nei pomeriggi rossi di sole, amici con gli inservienti si radunano sulla costa ad ammirare l’orizzonte lontano. Quando spira il vento che increspa le onde, chi schiva la calura si rinfranca anche dai propri turbamenti. Quando si allunga l’ombra delle alture, chi cerca frescura trova serenità.

Una canzone recita:

 

Onde lontane,

onde che si avvicinano

ai lidi di Takahama,

si avvicinano sì, come si avvicinano i cuori

ma non mi avvicinerò io, mia diletta.

 

E un’altra:

 

Sui lidi di Takahama

il vento agita le onde

e agita anche me, che l’amo.

Ah, se potessi chiamarla “sposa”,

ma “rude” mi chiamò ella.

 

Traduzione di Antonio Manieri.

 

Da Hitachi no kuni fudoki. Cronaca della provincia di Hitachi e dei suoi costumi, Roma, Carocci, 2013, p. 101.

* La cronaca della remota provincia di Hitachi, nel nord-est del Giappone, è stata compilata in cinese da anonimi funzionari per adempiere ai loro compiti amministrativi. Risale all’VIII secolo. È uno dei cinque fudoki pervenutici.

 

Ma cos’è un fudoki?

Si tratta di rapporti ufficiali sulle province, comprendenti notizie sulla geografia dei luoghi, la toponomastica, la storia, i costumi dell’area osservata. Vennero redatti da funzionari all’inizio dell’VIII secolo, per conto dell’imperatrice Genmei (regnavit 708-714 d.C.). Della sessantina che dovevano essere stati redatti, se ne sono conservati solo cinque, più o meno completi. Di questi, solo il fudoki della provincia di Izumo è rimasto nella forma originale e risale al 733. Gli altri fudoki rimasti sono quello della provincia di Harima (ora Hyōgoken, del 715 circa), quello di Hitachi (ora Ibarakiken, del 715 circa), quello di Bungo (ora Ōitaken, del 740 circa) e quello di Hizen (ora Sagaken, del 740 circa). Rimangono inoltre numerosi frammenti di altri fudoki. Il testo curato da Antonio Manieri per Carocci è il primo fudoki tradotto in lingua italiana.

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Un angolo nascosto, ricordo di un'estate giapponese. Quella del 1999?

Riprendo in mano le cronache giapponesi del viaggiatore, iconografo, intellettuale svizzero Nicolas Bouvier (1929-1998). La sua capacità di evocare incontri e luoghi, la sua empatia, il suo sguardo partecipe ma mai compiaciuto, mai condiscendente, possono ancora insegnarci a vedere, a viaggiare, a metterci in cammino per incontrare altri esseri umani.

Qualche pagina la ruberò alla raccolta di suoi scritti uscita in italiano per i tipi di Diabasis alcuni anni fa: Il suono di una mano sola.

 

 Tokyo, ottobre 1955 

…Siamo inginocchiati uno di fronte all’altro davanti a un tavolino basso nella loro unica camera. Sto scrivendo un articolo che mi ha procacciato ieri pomeriggio e che dobbiamo consegnare domani. Lui traduce, su un pezzo di carta suddivisa in 400 rettangoli – uno per ogni ideogramma – i fogli che man mano gli passo. È l’ultima pagina. È l’alba, abbiamo lavorato tutta la notte, parlando a voce bassa perché sua moglie e sua figlia dormono sulla stuoia accanto a noi. Dopo aver servito la cena sono uscite al bagno pubblico, rientrando con i capelli ancora umidi. “Oyasumi nasai – dormite bene”. Eccole ben al caldo sotto il piumone, frizionate come puledre; sognando si agitano, i loro piedi toccano i nostri. La piccola è uno splendore di sette anni con lunghe gambe grassottelle e sode, che disegna con pennarelli fluorescenti delle mele in stile Cézanne. La madre ha un volto liscio da fantasma, una splendida capigliatura che le arriva ai fianchi, e un’allegria contenuta: la sua sua presenza è un piacere, è la principessa Oku. Yuji ci si stira ridendo mentre l’alba dipinge di viola i cavoli che spuntano a ranghi serrati sotto la finestra aperta. Prima di andare al lavoro nostri vicini, ancora intrisi di sonno, spargono sui loro orticelli il contenuto delle latrine. Lui è un ometto secco e musicale, trasparente come un fiocco di neve. Ha uno sguardo da erotomane che si diverte e danza, con la leggerezza spettrale e inquietante di chi sia passato attraverso il fuoco. Quando incontriamo un essere realmente libero ci sentiamo all’improvviso stupidi, con i nostri viaggi e nostri progetti…

… Siamo andati a consegnare la copia col primo treno. Mejiro, Akihabara, Yotsuya, Akabane… A Tokyo la vita si esprime in lessico ferroviario. Piccole stazioni del metrò o della “Chuo line”, alti lampioni sulle giovani foglie. L’ultimo treno che se ne va, la musica di un paio di zoccoli di legno che diminuisce allontanandosi, lo zufolo straziante – tre note – del venditore di minestra calda. Carretti di ambulanti parcheggiati per la notte sul binario. Persone umili, piccoli debiti dimenticati e ritrovati: il mondo dickensiano trasposto in Giappone, con un’ineffabile dolcezza in più. Oltre le luci, qualche albero immerso nella notte i cui rami muovono i ricordi, gli incontri, le menzogne e i rimpianti. Visi stravolti incollati ai vetri appannati. Stazioni poste come una costellazione sulla città e che si sgranano nel buio come rosari…

Nicolas  Bouvier

 

  • Da Il suono di una mano sola. Cronache giapponesi, tr. di Paola Olivi e Beppe Sebaste, Reggio Emilia: Diabasis, 1999 (Chronique japonaise, Losanna: Payot 1975).

La casa del ferroviere. Sapporo, 2001.

 

 

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La luna velata in giardino. 10 agosto 2014.

In queste notti di luna velata d’estate, così bella e così misteriosa, mi torna alla mente una dama che amava la luna velata, Oborozukiyo no kimi, uno dei personaggi femminili più riservati e seducenti del Genji monogatari.

Teri mo sezu

kumori mo hatenu

haru no yo

oborozukiyo no

shiku mo zo naki.

Nulla che valga

una notte di luna appena velata

in primavera,

che non splenda del tutto

e non del tutto coperta da nubi.*

Oborozukiyo no kimi (Notte di luna indecisa) è la sesta figlia del Ministro della Destra (Udaijin) e sorella minore della dama del Kokiden (Kokiden no ōgisaki), sposa imperiale dell’imperatore (Kiritsubo-in). Nel libro VIII del Genji monogatari ha un’avventura con il principe Genji benché sia promessa all’erede imperiale (Suzaku-in).  

I festeggiamenti terminarono a notte avanzata. Quando i dignitari si allontanarono e anche l’Imperatrice e l’erede al trono si furono ritirati nelle proprie stanze, tutto tornò tranquillo, ma la luna che saliva luminosa nel cielo ero uno spettacolo a cui Sua Signoria Genji, preso da una leggera ebbrezza, non poteva essere indifferente: ora che le dame al seguito del Sovrano stavano dormendo, forse gli si poteva offrire un’opportunità altrimenti inimmaginabile, pensò, e si diresse con cautela verso il Padiglione del Glicine, ma vide che anche la porta della dama di compagnia a cui avrebbe potuto rivolgersi era chiusa e allora, con un sospiro, ancora incapace di rassegnarsi, provò ad avvicinarsi alla stanza esterna del Kokiden e si accorse che qui la terza porta a partire da nord era aperta. […] Anche la porta a cardine all’interno era aperta e non si avvertiva alcun segno di vita.

“È così che si vengono a creare situazioni rischiose”, si disse, mentre si avvicinava alla soglia della stanza principale per spiare all’interno. Pareva che tutti fossero addormentati, quando a un tratto udì una voce giovane e garbata, che certo non poteva appartenere a persona di basso rango: “Nulla che valga una notte di luna appena velata…”. Una donna, incredibile a dirsi, stava avanzando verso di lui. Al colmo della gioia la trattenne per la manica ed ella sembrò spaventata: – Mi fate paura! Chi siete dunque?

– Non avete nulla da temere, – le disse e poi recitò:

Velata è la luna

che vi affascina in questa tarda notte

prossima al tramonto

ma non così vago 

il legame che ci unisce,

– e dopo averla sollevata tra le braccia la portò nella stanza esterna chiudendo la porta alle loro spalle.”**

 

In seguito Oborozukiyo no kimi diventa Reggente del Servizio Interno e si installa al Kokiden. A Corte, la dama ormai è al servizio dell’Imperatore e gode dei favori di Sua Maestà. Come prima, la donna continua a scambiare lettere con Genji, di cui è innamorata. Questi approfitta dell’assenza di suo fratello, l’Imperatore, per recarsi da lei in piena notte. All’alba un pioggia torrenziale conduce negli appartamenti delle dame il padre di Oborozukiyo che sorprende la coppia in flagrante. (libro X).

Lo scandalo che ne segue è una delle ragioni dell’esilio di Genji e della sua caduta in disgrazia. Nel libro XXIV il principe si intrattiene una notte con la dama, rimasta sola dopo la partenza dell’imperatore, entrato in religione. Parlando tutta la notte con il principe, la donna realizza di essere divisa fra i suoi sentimenti per Genji e la paura di essere vista insieme a lui e di dar adito a chiacchiere. All’alba Genji contempla i grappoli di glicine del giardino che gli ricordano il banchetto dei glicini (si veda il libro VIII). Non potendo trattenersi oltre, il principe la lascia e andandosene coglie un ramo che le fa recapitare.

In seguito  la dama decide a sua volta di farsi monaca, malgrado i sentimenti che prova per Genji (libro XXV).

 

* Waka di Ōe no Chisato dallo Shin Kokin wakashū, citato in  Murasaki Shikibu, La Storia di Genji, Torino, Einaudi, 2012, p. 1309. Traduzione di Maria Teresa Orsi.

** Murasaki Shikibu, La Storia di Genji, Torino, Einaudi, 2012, pp. 166-167. Traduzione di Maria Teresa Orsi.

 

Illustrazione per il libro VIII del Genji monogatari.

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Una sera d'estate incamminandoci verso Ueno. Taito-ku, Tōkyō, agosto 2013.

 

Avevo intenzione di partire l’indomani, in mattinata. Se avessi atteso il crepuscolo, sarei stata triste. I fine giornata, soprattutto in estate, non erano il mio forte.

Questo mi ricorda che un giorno, all’epoca in cui avevamo appena traslocato, mia madre era uscita sul balcone dell’appartamento ed era rimasta a lungo a contemplare il cielo in lontananza, a fine giornata. Indossava un abito senza maniche (nella vita di tutti i giorni la mamma non porta certo il kimono, si veste all’occidentale, molto semplicemente). Le braccia levate, fissava il cielo come se fosse stata tutta assorbita da qualcosa.

“Che hai?” ho domandato, ma lei si è accontentata di sorridere scuotendo la testa.

Ho sentito allora che la mamma non doveva amare molto i fine giornata estivi.

Senza dubbio avrei finito per tornare sempre meno a casa della nonna, ho pensato. Amo questo quartiere. Lo amo, senza riserve. Ed è senza dubbio perché questo sentimento è puro che l’oblio arriverà presto.

Ho chiuso gli occhi. La gioia è tornata, poco a poco, sottile. Avevo voglia di baciare Emoto.

Mi sono ricordata che il rossetto di Akemi, la dipendente del Roman, era di un bel colore vivace. Il profumo del crepuscolo d’estate, una frazione di secondo, ha ripreso vita per avvolgermi, e ho sentito una tristezza dolorosa. La gioia e la sofferenza si mescolavano, avrei voluto piangere.

Mi sono alzata e ho socchiuso la tenda, per far penetrare nella stanza l’aria della sera. Gli insetti d’autunno già cantavano.

Mamma. Papà. Nonna. Zia Rumi.

Uno dopo l’altro ho evocato i loro volti.

L’aria risuonava delle strida delle cicale e dei grilli. Senza più pensare a nulla, ho teso l’orecchio e sono rimasta senza muovermi, attenta al canto dell’estate che finiva.

 

KAWAKAMI Hiromi

 

Da: Le temps qui va, le temps qui vient (Dokokara ittemo tooi machi), Arles, Philippe Picquier, 2013, pp. 83-84.

La traduzione del brano è mia.

 

Kawakami Hiromi è una scrittrice che ammiro molto. Di Kawakami si possono leggere in lingua italiana:

Gli anni dolci (versione manga disegnata da TANIGUCHI Jirō del romanzo La cartella del professore), Milano, Rizzoli Lizard, 2010.

La cartella del professore, traduzione di Antonietta Pastore, Torino, Einaudi, 2011.

Le donne del signor Nakano, traduzione di Antonietta Pastore, Torino, Einaudi, 2014.

 

 

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Su una vecchia cartolina pubblicitaria... uno zampirone! Sapporo, agosto 2001.

 

Sulle zanzare che bruciano

 

Il vostro corpo è minuscolo come un granellino di polvere e la sera, riunite [in sciami] a colonne che s’alzano all’ingresso posteriore delle case, [andate a] fare un rumore di tuono al bordo dei  comignoli [dei tetti]. Molestate la pelle di nobili e plebei, le persone di bassissimo rango, chi non possiede almeno uno shichō? Quanto mai si spende complessivamente, e inutilmente, per causa vostra! I tafani hanno un aculeo nella bocca, le api un pungiglione di dietro, ma non necessariamente per far del male all’uomo, ma solo per difendersi dai nemici, se questi si avvicinano. Proprio come un uomo che cinga la spada. Voi, invece, mirate a coglier di sorpresa le persone, bramose di soddisfare la vostra bocca e la pancia. Solo di rado, impigliate nella tela di un ragno, o afferrate dalla mano dell’uomo, non potete far uso del pungiglione, che è, dunque, inferiore alle forbici del borsaiolo.

Questa sera ho acceso un fascio di foglie di sugi * per [tenerle lontane e] rendere la mia veranda confortevole. Io detesto che profittiate di fessure [per entrare dentro la mia casa]; per questo, sebbene la mia azione possa sembrare puerile, vi affronto con una torcia e vi scaccio. È un inferno che avete voluto voi, non dovete prendervela con altri. Eppure, quando vi osservo, poverette [mi vengono spontanei questi versi]:

Hi wo tori ni

Konu ka wa hito ni

Yakarekeri.

Sono state bruciate

dall’uomo le zanzare che non son venute,

come le tarme, a scaldarsi al lume.

 

Yokoi Yayū (1702-1783)

Dalla raccolta di haibun (schizzo comico) Uzuragoromo (Il vestito di quaglia), pubblicata postuma nel 1787).

Trad. di Marcello Muccioli.

Juban (sotto-kimono) da uomo in seta (part.). Fine XIX sec.

Haibun?”

“Ma che cos’è?”

È un genere letterario che consiste in brevi saggi in prosa disseminati di haiku – proprio come il brano di Yokoi Yayū che ho ritrovato su un vecchio e glorioso manuale di letteratura giapponese e che ho deciso di ricordare qui.

I temi degli haibun sono sempre lievi, a volte francamente umoristici, destinati a un pubblico popolare. Il genere ebbe un certo successo durante il periodo Edo e fu  molto apprezzato e praticato anche dal maestro Matsuo Bashō. La prima raccolta di haibun, Takagura (Un magazzino di tesori), si deve però a Yamaoka Genrin (1631-1672). 

 

* Cryptomeria japonica.

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