Oltre il finestrino, la pioggia. Verso Yamagata, inizio di agosto 2013.

Oltre il finestrino, la pioggia. Verso Yamagata, inizio di agosto 2013.

Dove se ne sarà andata la pioggia? Me lo chiedo, in questi interminabili giorni d’estate. E mi manca. 

Dov’è finita? Me la ricordo crepitante sulle foglie delle palme nel parco Ritsurin di Takamatsu. Il padiglione del tè, per un attimo, mi era sembrato avvolto dalla nebbiolina. Me la ricordo scrosciante arrivati a Yamagata, quasi un tifone. Eppure, al calare del buio, i gruppi dello Hanagasa matsuri avevano iniziato a danzare, incuranti e a poco a poco anche noi avevamo chiuso gli ombrelli, nel desiderio di non ostacolarci l’un l’altro: tutti avevano diritto di premiare con sorrisi e incoraggiamenti i danzatori e al diavolo il resto.

Solo per chi suona il taiko c'è un riparo dalla pioggia, nella notte di Yamagata. Agosto 2013.

Solo per chi suona il taiko c’è un riparo dalla pioggia, nella notte di Yamagata. Agosto 2013.

Dove sarà mai finita la pioggia? Ricordo. Un’estate il tifone ci aveva inseguito – e noi lui – da Matsue a Tsuwano, lungo la costa, giù giù, fino alla lontana Hagi. 

Aspetta. A Hagi, fra le rovine del castello, avevamo deciso di lasciare in fondo alla borsa la macchina fotografica. Il tifone non si arrestava, ed era già tanto se riuscivamo a camminare reggendo con le due mani i manici dei nostri ombrelli. Solo uno scatto fugace delle mura delle residenze dei guerrieri, le buke yashiki, spettrali presenze, e silenziose. Mentre i miei mocassini blu lasciavano tracce indelebili sulle mie estremità e avevo dovuto penare non poco, nella stanza di quel minshuku tutto per noi, a strofinare via le tracce di quel diluvio. Quella città e quel soggiorno sono sembrati un sogno. Un viaggio attraverso lo schermo della pioggia.

residenze di guerrieri sotto la pioggia. Hagi, agosto 2005.

residenze di guerrieri sotto la pioggia. Hagi, agosto 2005.

E poi? Già, le isole di Matsushima. Ci erano comparse davanti alla svolta della strada, scendendo dalla collina dov’era il bizzarro hotel in cui ci eravamo ritrovati. Inquietante, e così simile alla casa di Psycho – nella piccola hall la colonna sonora di un thriller, l’impiegato segaligno e cadaverico, gli specchi dall’insolita cornice allungata esagonale che ci ricordava quella di una bara, il bagno comune tradizionale a forma di grande calderone: tutto sembrava spettrale e ne eravamo deliziati. Ma quella mattina i nostri scherzi si erano interrotti alla curva della strada che scendeva verso il mare.

No, non avremmo dimenticato la pioggia che improvvisamente ci inondava, che dispiegava davanti ai nostri occhi un paesaggio unico. Isole nella nebbia, cielo e mare uniti in un colore e, nel mezzo, la massa accogliente dei pini.

Matsushima

 

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedin

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *