A Nara.

 

 

Le nostre due valigie sono già messe l’una accanto all’altra, fuori dal nastro trasportatore, ormai vuoto, del volo proveniente da Parigi. All’aeroporto è così: ogni volta la consegna bagagli è più veloce del controllo documenti. E quest’anno sembra che i visitatori dall’estero si siano moltiplicati, la coda davanti ai poliziotti sembra interminabile, eppure tutto procede speditamente. Raggiungerò il bagno prima di uscire dal controllo doganale e, vedendo le istruzioni per l’uso e la piantina fuori della porta (ma ci si potrà mai perdere dentro a un lindissimo e ordinatissimo bagno pubblico?) oramai mi rendo conto di quello a cui ancora non credevo:  sono tornata.

Un arcobaleno di crisantemi. Pigra domenica mattina a Naramachi. 15 novembre 2015.

Un arcobaleno di crisantemi. Pigra domenica mattina a Naramachi. 15 novembre 2015.

Fuori dall’aeroporto già ci attendono le chiome rosseggianti degli alberi compresi fra aeroporto e stazione ferroviaria ma il caldo sembra quasi quello dell’estate, l’umidità è la stessa.  Sarà il caso di riconoscerlo: il bagaglio prevedeva una  fresca fine d’autunno. Tutto sbagliato. Sarò condannata a una sauna perenne?

L’autobus attraversa il cuore di Yamato per portarci a Nara, ed è una profusione di alberi di kaki, di filari di covoni nei campi, di strade provinciali su cui si susseguono piccole ramenya, ristorantini, officine, parcheggi, orti, case tradizionali con l’immancabile matsu contorto ad arte per adattarsi al fazzoletto di giardino su cui è destinato a governare. Poi, d’improvviso, le colline, i torii, le strade che percorrevamo a piedi nelle nostre estati, quando era imprescindibile trovarsi a Nara per Obon, mettersi in fila per rendere omaggio al Daibutsu e rifugiarsi nella sua mano tesa, palma aperta, fra la salmodia dei monaci e l’incenso che si diffonde fra le lanterne accese, nel cortile del tempio. Muto ricordo.

Già un caffè lungo la strada che porta al Kofukuji ci attende, poi arrivano gli amici, le bimbe, un pomeriggio in cui la mancanza di sonno, la stanchezza del volo, i frammenti di notizie provenienti dall’Europa (cui non possiamo/non vogliamo credere) sembrano spazzate via dal piacere di stare insieme, di scherzare sotto la pioggia battente, di  attraversare tutti insieme il bosco che sembra poggiare su un tappeto di foglie cangianti, mentre i cervi si muovono con pigrizia a brucare un’erbetta che sembra primaverile, come la temperatura, del resto.

Nara, appena arrivati. 14 novembre 2015.

Nara, appena arrivati. 14 novembre 2015.

Ma la pioggia d’autunno crea una nebbiolina che avvolge i pendii davanti ai nostri occhi. La pioggia lava gli antichi legni dei padiglioni, fa brillare le pietre del cortile che conducono al Daibutsu den. Il Todaiji ci accoglie e gli occhi del Buddha sembrano scrutarci.

Attorno regnano le foglie e l’ombra. Si chiude. E mentre usciamo un inserviente prepara le ciabatte dei monaci che forse arriveranno appena chiuse le antiche pareti, o forse no.  Noi certo non li vedremo ma ci incamminiamo per il sentiero fra le foglie, verso un piccolo ristorante di specialità locali. Mentre mi attardo a scattare una foto, sento che mi potrei accontentare di questo. Potrei restare qui, ferma, immobile, a guardar passare le stagioni. E non mi servirebbe altro.

Dietro al Daibutsuden, le foglie cadute. Nara, 14 novembre 2015.

Dietro al Daibutsuden, le foglie cadute. Nara, 14 novembre 2015.

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