Una foresta che abbiamo traversato. Era a Shikoku? Forse. Agosto 2002.

Non amo la parola “radici” e l’immagine ancor meno. Le radici si nascondono nel suolo, si contorcono nel fango, si schiudono nelle tenebre; tengono prigioniero l’albero dalla sua nascita e lo nutrono al prezzo di un ricatto: “Se tu ti liberi, muori!”.

Gli alberi devono rassegnarsi: hanno bisogno delle loro radici. Noi no. Noi respiriamo la luce, noi desideriamo il cielo, e quando noi affondiamo nella terra, è per imputridire. La linfa del suolo natale non risale attraverso i nostri piedi verso la testa. I nostri piedi non servono che a camminare. Per noi, solo contano le strade. Sono queste che ci attirano – dalla povertà alla ricchezza o a un’altra povertà, dalla servitù alla libertà o a una morte violenta. Ci promettono, ci conducono, ci spingono, poi ci abbandonano. Allora noi crepiamo, come eravamo nati, ai bordi di una strada che non avevamo scelto.
 A differenza degli alberi, le strade non emergono dal suolo a seconda dei semi che sono stati gettati. Come noi hanno un’origine. Origine illusoria poiché una strada non ha mai un vero inizio; prima della prima curva, là dietro, c’era già una curva, e ancora un’altra. Origine inafferrabile, poiché a ogni incrocio si sono aggiunte nuove strade, che provenivano da altre origini. Se dovessimo considerare tutte queste confluenze, abbracceremmo cento volte la Terra.  
                         Amin Maalouf
 
Da: Origines, Paris, Grasset, 2004, p. 7-8.
La traduzione è mia.
=> Origini è pubblicato in italiano dalla casa editrice Bompiani.

 

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