Tormia

 

Voyage au Japon/Viaggio in Giappone

 

1923

 

 5. Qui e là.

 

Presto sarà un mese che siamo a Tokyo e ancora non riesco a rendermi conto della distanza enorme che mi separa dal mio paese natale. Il fatto è, credo, che sia perché  il Giappone mi sembra ben poco “estremo-oriente” nel senso europeo del termine.

Noi ci costruiamo sempre, laggiù, un Giappone straordinario a furia di “mikado”,* di “musmé”, di “samurai” e di altre espressioni altrettanto graziose da pronunciare che vuote di senso, poiché dalla Restaurazione (1868) i giapponesi non designano mai il loro Imperatore sotto il nome di Mikado, poiché la parola musmé, che significa bimbetta o fanciulla, rende davero divertente la famosa espressione “il paese delle musmé” (cosa che, di conseguenza, sta a significare “paese composto esclusivamente di fanciulle”) e poiché gli antichi capi guerrieri chiamati “samurai” non compiono più certo grandi imprese ai nostri giorni.

… No, il Giappone non è affatto, in questo momento storico, “estremo-oriente”. Certo, ci sono delle linee, degli aspetti, dei suoni particolari…, linea infinita di piccole case grigie, nelle periferie…, albe uniche al mondo, per il loro splendore…, rapidità dei crepuscoli…, rumore straordinario di geta sotto la volta della stazione centrale, quel rumore inascoltato da qualsiasi altra parte del mondo di migliaia di zoccoli di legno che si trascinano e stridono sul pavimento.

Ma tante immagini della vita quotidiana sono simili alle nostre. Questa grande città indaffarata, queste persone che si affrettano andando al lavoro, questi viali trafficati di vetture, di tram e anche – ecco la nota peculiare – di risciò, questa grandi scatole di uffici copiate dai palazzi americani e le cui porte gigantesche ingeriscono e vomitano una moltitudine di uomini con cappello e impermeabile che se ne vanno proprio come gli europei, a scribacchiare sulla carta, telefonare, annotare, ordinare…

Questi grandi magazzini, copiati dalle nostre “Boites à Chiffons”, con tè al sesto piano e orchestra europea e nei quali la sola differenza con i nostri è che non si entra senza essere stati gratificati di soprascarpe in tela, che vi sono messe altrettanto lestamente all’ingresso che levate all’uscita da incaricati sistemati alle porte e inchinati tutto il giorno sui piedi dei clienti…

… Ma, pur non essendo altrettanto misterioso e fiorito che nelle canzoni, questo paese non è meno palpitante di interesse. È per me ogni giorno materia di riflessione e osservazione, non voglio perdere niente tanto è grande il mio desiderio di penetrare questo popolo amabile e ospitale, verso il quale mi sento talmente attirata da tutto ciò che indovino in lui di sottile, di raffinato, di profondamente sano e vivente, di squisitamente artistico.

Indietro nel tempo, a Kawagoe. 2009.

Non ho più paura, quella paura bizzarra della primavera. Giorno dopo giorno, imparo qualche parola della lingua, così difficile da parlare, così armoniosa da pronunciare.

Il nostro 1° gennaio è stato delizioso. Qui il primo giorno dell’anno è festeggiato con molta allegria e in pompa magna. Per le strade solo giocatori e giocatrici di volano. Grandi e piccoli, ognuno provvisto di una racchetta molto bella il cui rovescio reca come decorazione la testa terribile di un eroe del passato o il busto di qualche dama celebre, si rimpallano fra risate e scherzi, dei piccoli volani piumati. Ogni città è in festa; ogni casa è decorata, davanti all’ingresso, di rami di pino, segno di dirittura e di longevità, e di tronchi di bambù. È la decorazione peculiare per il nuovo anno. Questo ornamento vegetale, moltiplicato all’infinito per le strade, le vecchie stradine, i viali, aggiunge all’allegria generale quella della natura, mai dimenticata nella pena o nella gioia da questo popolo così vicino alla sua immortale verità.

Ho imparato con sorpresa che il 1° gennaio ognuno aveva un anno in più. Così un neonato del 30 dicembre, che aveva già un anno alla sua nascita (si conta qui l’età a partire dai tre mesi dal concepimento), cioè l’altro ieri, ha due anni il 1° gennaio e non due giorni come si potrebbe credere.

Questo giorno di festa lo abbiamo trascorso in famiglia, una famiglia deliziosa che amo sempre di più.

Ci sono dei bambini, spontanei e molto vivaci, dai piccoli occhi luccicanti di intelligenza. Considerano con un’aria canzonatoria questa zia fenomeno che gli giunge dal cielo, tanto imprevista quanto straordinaria per i loro giovani sguardi.

Neppure un dettaglio della mia persona li lascia indifferenti. Ci sono domande a non finire alle quali, ahimè, non posso rispondere, e che mi ripetono senza stancarsi dieci, venti volte.

Ciò finisce per entrarmi a forza nella testa e così me le faccio tradurre. “Perché i miei capelli sono gialli, perché mi sono messa in testa quello strano cappello con le piume? Che cosa ho messo negli occhi perché abbiano il colore di quelli del gatto? Ho utilizzato molto “o-shiroi” per sbiancare così la mia pelle? Perché ho un grosso petto se non ho un bebé da allattare?” A questo punto, tutto questo piccolo mondo si sente in dovere di sbottonarmi alfine di stabilire una comparazione de visu con la loro mamma che, lei, si è lasciata tranquillamente aprire il suo kimono, continuando a parlare d’altro. Poiché mi difendo sentendomi diventare scarlatta, è un coro di protesta generale: “Sicuramente la zia ha dei capezzoli che vuole nascondere, cosa che la costringerà ad allattare nell’ombra i suoi neonati, quando ne avrà, perché, vero?, tutti sanno da sempre che i seni delle donne sono fatti per allattare i neonati, quindi, niente di più naturale che i bambini guardino e tocchino “per vedere se c’è del latte”, “come la mamma che ne ha ancora anche se non c’è nessun fratellino da tre anni”…

Io rispondo, o piuttosto faccio rispondere che io che non ho un bebé non ho, ovviamente, del latte. Allora un ometto di dieci anni mi dice, guardandomi bene in volto: “Ma allora quand’è che ne farai uno, di bebé?”

“È vero – aggiunge – non è ancora il momento, visto che la tua pancia non è grossa.”  Tutto ciò tradotto alla lettera mi getta di una grande meraviglia. Così questi bimbi, tutti questi marmocchi, sanno come vengono al mondo? “Ma certo, riprende l’ometto, ed è per questo che amiamo la mamma, perché il medico che è venuto a farle un grande buco nella pancia per farle uscire il fratellino le ha fatto proprio male. Ma non è che tutti sono usciti dalla pancia della mamma – continua questo ometto – Così Saburo, che è molto cattivo, beh, la mamma non sarebbe mai stata contenta di soffrire per lui, così è andata a cercarlo in un kinomata. Non è proprio onorevole. Mentre il mio fratello maggiore e io abbiamo avuto l’onore di nascere dalla nostra cara mamma.”

Un matsuri a Tōkyō. 2009.

Ma il Saburo in questione, ometto di sette anni, non la pensa allo stesso modo: “Non è vero, sei tu che sei nato sull’albero e io nella pancia della mamma.” Ed ecco nascere una discussione interminabile e che ci diverte alquanto. Più tardi, rifletto su ciò che ho appena sentito.

Decisamente, mi piace molto il modo con il quale si allevano i piccoli giapponesi. Così, qui niente misteri, niente sotterfugi, questi stupidi sotterfugi che si usano da noi per tutto ciò che riguarda la natura, questi sotterfugi che mettono un piccolo spirito in guardia, lo orientano spesso verso cattivi pensieri. Mentre queste ragazzine, questi bimbetti che sanno quali doveri li attendono più tardi, che vivono con l’idea più sana e più bella dell’uomo, la continuazione della famiglia: che sanità morale, che limpidezza di costumi non gli dà questa educazione! Ben inteso, non gli si dice tutto! Ben inteso un bambino non assisterà mai alla nascita di un fratellino, ben inteso gli si racconta una storia per spiegar loro dove sono andati i genitori a cercarlo, quel fratellino. Ma com’è minimo questo travestimento della verità! Come si sa, mentre si nasconde loro quello che è necessario per rispetto alla loro cara innocenza, li si prepara sin dalla più giovane età al loro unico grande dovere sociale: la famiglia. Come si è capaci del resto di inculcar loro, del tutto logicamente, il rispetto e l’amore che devono alla loro mamma “che ha sofferto per loro”.

C’è tanta purezza vera, reale, in quelle testoline, che faccio subito ammenda per la mia confusione di poco fa quando hanno tentato di sbottonare il mio corsetto.

Le nipotine sono adorabili, hanno dai 4 agli 8 anni. I loro nomi sono sonori e dolci: Takeko, Shizue, Tazoko, Mademoiselle Bambu, Mademoiselle Tranquillità (o Chiara, come il nostro nome francese), Mademoiselle Cicogna.*** Meno ardite dei maschietti, più riservate, più vezzose, già donne…

Poiché c’è un sole magnifico, andiamo in giardino. Vi rimane un po’ verde, malgrado l’inverno. Si fanno fotografie davanti al minuscolo ruscello, agli alberi nani, degli adorabili piccoli e vecchi pini tutti contorti dall’età, alla lanterna di pietra (toro) che sembra un corpo umano presentato sotto una forma rudimentale: testa, tronco e gambe.

Il pranzo è delizioso. Stufato di pollo preparato direttamente in tavola, grazie a un hibachi o forno a braci. Il pollo e le verdure sono portati già tagliati e, naturalmente, il tutto cuoce molto in fretta. Ed è molto buono.

In mio onore sono state aperte delle bottiglie di Château-Yquem, bevanda tanto rara quanto apprezzata, ma inaccessibile per molte persone. La Francia è così lontana…

E mentre gusto la cucina giapponese di famiglia, è un po’del mio paese che bevo, con questo vino delizioso.

Constato con gioia che i due aromi si combinano a meraviglia.

 

I figli di un'amica. Santuario di Ōmiwa, Nara ken, 2009.

* Si dice Tennō heika.

** Kinomata. Intersezione dei rami principali di un albero.

*** Ho preferito tradurre qui letteralmente per riprodurre la traduzione in francese dei nomi fatta dall’autrice. (NdT)

  • Traduzione (errori compresi) e foto sono mie. R.M.
Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedin

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *