Utagawa Kuniyoshi (1797-1961), Fun’ya no Yasahide, dalla serie Hyakunin isshu no uchi.

 

吹くからに
秋の草木の
しをるれば
むべ山風を
あらしといふらむ

Fuku kara ni
aki no kusaki no
shiorureba

mube yamakaze o
arashi to iuramu

 

Fun’ya (Bun’ya) no Yasuhide

(seconda metà IX sec.)

 

È perché soffia  Appena soffia,  Basta che spiri
che erbe e alberi d’autunno  gli alberi e le piante d’autunno  perché gli alberi e le piante autunnali
appassiscono; a ragione  si prostrano; ecco,  appassiscano.
dunque, il vento di montagna  il vento di montagna  Sarà per questo che il vento di montagna
lo chiamano violento.  si chiama tempesta.  si chiama anche tempesta?
Traduzione di Marcello Muccioli. Traduzione di Sagiyama Ikuko. Traduzione di Andrea Maurizi.

 

Si confronti la traduzione di Nicoletta Spadavecchia:

Quando in autunno / l’erba si curva e gli alberi / dal soffio spinti / dal vento di montagna / vedrai, dirai tempesta.

 

Fonte per il testo giapponese:

Japanese Text Initiative della University of Virginia Library.

Le traduzioni sono tratte da:

Sagiyama Ikuko (a cura di), Kokin Waka shū. Raccolta di poesie giapponesi antiche e moderne, Milano, Ariele, 2000.

Nicoletta Spadavecchia, Michelangelo Coviello (a cura di), Fujiwara Teika, Tanka. Antologia della poesia classica giapponese, Milano, Corpo 10, 1990.

Andrea Maurizi, Poesie di cento poeti in Virginia Sica, Francesca Tabarelli de Fatis (a cura di), Lo spirito giovane della calligrafia classica. Personale di Kataoka Shikō, Trento, Go Book, 2006.

Marcello Muccioli (a cura di), Fujiwara Teika, La centuria poetica, Milano, SE, 2010 (1a ed. Firenze, Sansoni, 1950).

 

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L’immagine che ho scelto per illustrare il waka n°22 è di Utagawa Kuniyoshi, celeberrimo artista del tardo periodo Edo la cui sensibilità è, inevitabilmente, molto diversa da quella che ha dato origine al componimento poetico del poeta e funzionario Fun’ya  (o, anche, Bun’ya) no Yasuhide, secondo la tradizione uno dei sei “geni” della poesia giapponese (rokkasen), insieme a Ono no Komachi, Ariwara no Narihira, Henjō, Kisen, Ōtomo no Kuronushi.

E in questa immagine, ecco cosa vedo.

 

Un cielo scuro, un’atmosfera tempestosa: è la sera di un giorno autunnale, o un pomeriggio turbolento di vento? Comunque sia, la scena ritratta da Kuniyoshi con un certa vena umoristica è percorsa da un potente dinamismo che rende con efficacia il clima di una giornata autunnale di forte vento.

Sullo sfondo di un cielo che dal verde-azzurro vira al grigio antracite, un uccello si abbandona, ali spiegate, alla spinta del vento. La dolce pendenza dei fianchi di una montagna chiude la scena. Davanti a questa massa scura volano oggetti: un ombrello giallo di carta e dei fogli bianchi sono sollevati in alto dal vento che agita i rami di un vicino salice piangente, fino a levarli verso il cielo. Sotto l’albero sono tre personaggi che l’abbigliamento cerimoniale rivela quali cortigiani: due figure del gruppo, il poeta stesso, nel noshi di broccato blu-viola e il  giovane attendente reggi-spada, dalla corta casacca e gli ampi pantaloni rimboccati, si trattengono il copricapo sollevando entrambi il braccio destro, con un gesto curiosamente identico mentre, davanti a loro, un altro elegante personaggio, che indossa una vistosa veste a grandi disegni viola su fondo chiaro, volge a noi la schiena, mentre cerca di trattenersi l’eboshi sulla testa.

La metà inferiore della scena è tutto occupata da una verde prateria spazzata dal vento su cui spiccano le macchie gialle degli ombrelli. In primo piano un artigiano fabbricante di ombrelli di carta traslucida (bangasa, wagasa) è pericolosamente sbilanciato nel tentativo di trattenere un ombrello che si è rovesciato. Il kimono rimboccato lascia nude le gambe scomposte in un movimento barcollante. Alle sue spalle è una sorta di rastrelliera a cui sono assicurati due ombrelli aperti. Per terra giacciono alcuni ombrelli chiusi insieme a fogli di carta oleata gialla (che qui hanno più l’aspetto di stuoie, in realtà) e a carte bianche pronte per l’uso, mentre nell’angolo in basso a destra si scorge, seminascosto dalle carte, un fusto verde di bambù, materiale con cui si fanno i manici dei bangasa e, accanto, una bacinella, un pennello largo da colla e un coltello dalla lunga lama, gli strumenti del mestiere. A sinistra della scena sono due fanciulli, probabilmente figli e aiutanti dell’artigiano: in primo piano, con la veste colorata e le gambe nude, uno dei due è riuscito a bloccare con il suo corpo un ombrello, dietro di lui l’altro sta invece rincorrendo dei fogli bianchi che svolazzano nel cielo e un ombrello che ormai ha preso il volo e se ne va, chissà dove, portato dal vento tempestoso in questa tempestosa giornata d’autunno.

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