Da una stampa di Shibata Zenshin (1807-1891).

 

Salima cominciava a lavorare prima dell’alba e rincasava poco dopo mezzogiorno. Non appena metteva piede in casa si strappava i vestiti di dosso e si fiondava a fare la doccia. Aveva preso quell’abitudine dal primo giorno di lavoro, anche se concedersi il lusso di sprecare così tanta acqua calda per lavarsi in pieno pomeriggio le faceva venire una rabbia tremenda.

Sotto la doccia piangeva spesso. Girava in contemporanea il pomello con il cerchio rosso e quello con il cerchio blu, dopodiché attendeva in piedi che l’acqua sgorgasse da quel soffione simile al frutto del fior di loto. Quando l’acqua fredda e l’acqua calda si mescolavano e raggiungevano una temperatura tiepida, scoppiava in lacrime. Riusciva a distinguere con chiarezza il loro tepore persino mentre si lavava. Aveva i capelli talmente crespi che i denti del pettine faticavano a scorrere tra le ciocche: si lasciavano domare giusto fino all’altezza dei lobi, dove poi si arricciavano e l’acqua si infrangeva in maniera disordinata prima di defluire verso il basso. Ma la sua pelle nera era liscia come cuoio appena conciato, e la schiuma del sapone le scivolava fluida sulla curva delle spalle disegnando con destrezza strisce di colore bianco. Nonostante avesse dato alla luce due figli, aveva curve perfette come quelle di un uovo e il suo corpo sembrava contornato da una corda elastica e sensibile, pronta a restituire qualsiasi cosa la sfiorasse. Eppure, mentre lavava quel fisico di cui poteva andare fiera, piangeva in silenzio. Tutti i singhiozzi restavano imprigionati nelle bolle di sapone, e, quando queste scoppiavano, riecheggiavano contro il soffitto del bagno. Risuonavano più e più volte, poi si adagiavano sulle gocce d’acqua e tornavano a caderle sul corpo nudo come piume fluttuanti nell’aria.

 

Iwaki Kei, Arrivederci, arancione, Roma, Edizioni E/O,  2018.

Traduzione dal giapponese di Anna Specchio.

 

 

Una donna africana, fuggita alle atrocità e ostaggio del presente, e una donna giapponese, animata dal desiderio della scrittura ma confusa e in preda un sordo dolore, si incontrano nel destino comune dell’emigrazione in Australia, alla ricerca di una difficile integrazione. Storia di un’amicizia, di strenua volontà, di umana comprensione, questo libro – scritto con mano lieve ma denso di temi come raramente se ne incontrano in così poche pagine (poco più di un centinaio) – mi ha lasciato un’impressione duratura. L’importanza dell’empatia, il grande ruolo della lingua, il dialogo interculturale, la forza salvifica della scrittura, l’accettazione del proprio passato sono tutti temi che Iwaki affronta tratteggiando personaggi indimenticabili e, mentre racconta una piccola storia, sembra indicarci che l’unica salvezza possibile per noi, oggi, poggia sulla nostra umanità.

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