Yamamoto Tomokatsu, Hanamikoji street, 1953.

Non dimenticherò mai le strade lunghe e strette della Kyoto notturna, con le innumerevoli lanterne multicolori; l’aria profumata fischiava, rideva, e ogni tanto il gong di un tempio buddista risuonava dolcemente, discreto, mentre da dietro le verdi pareti di giunco s’udivano gli accordi aspri, e nervosi di un samisen accompagnare il triste canto d’una donna: 

E di notte, quando nevica,
e di notte, quando tutti bevono iI tè, 

se mi ami, vieni, ti prego… 

O un’altra eterna, ardente implorazione saffica d’una donna: 

E per tutta questa lunga, lunga notte, 

lunga come la coda d’un fagiano dorato, 

beh, è scritto ch’io dorma sola.
Mi ero perso, senza accorgermene, nelle viuzze dove vivono le geishe e vedevo vecchie donne sorridenti – vecchie veterane che ora lavoravano come portinaie e davano il benvenuto agli uomini e li aiutavano a togliersi i sandali e aprivano loro la porticina interna… mi fermai per un po’ vicino a una porta aperta. Mi chinai a dare un’occhiata al piccolo cortile. C’erano piante in piena fioritura nei vasi, profumo di legno aromatico, due grandi lanterne di carta sotto tre larghi scalini di legno… E su questi, disposte in bell’ordine, scarpe di ogni tipo. E un’altra fila di sandali e pantofole ammucchiati affrettatamente alla rinfusa. Certo in questa lunga notte, lunga come la coda di un fagiano dorato, le geishe, grazie a Dio, non dormiranno sole. 

Continuo a bighellonare a lungo anche dopo mezzanotte, mi sento troppo triste per chiudere occhio. Questo miraggio primaverile mi sembra la rappresentazione notturna di una città in cui Mara, il dio dell’umana delusione, si sia librato per un attimo nell’aria. Ora soffierà e ogni cosa – le lanterne, i tempi, gli uomini, i sandali di legno – svanirà. Continuo a girare avanti e indietro per vedere I’architettura del miraggio finché c’è ancora. Questa, dunque, è Heian-kyo, la “Capitale della Pace”, dove gli imperatori di Nara si rifugiarono nel 794 per salvarsi dai potenti e avidi monaci! Invano! Gli stessi monaci lascivi e raffinati erano cortigiani nel nuovo palazzo di Kyoto. Gli stessi fiori del male: la moda cinese, gli sprechi vergognosi, la religiosità e la dissolutezza. Esiste ancora il memorandum sottoposto all’imperatore Daigo da un onesto cortigiano: “I monaci sono inumani, non si curano della religione, hanno delle amanti, spacciano monete false, rubano e rapinano, mangiano carne e violano ogni norma”. I nobili passavano il loro tempo a comporre versi, indovinelli ed enigmi, a sistemare fiori, a organizzare festività per celebrare il ciliegio in fiore, la luna piena, l’acqua… coprivano gli alberi di fiori durante l’inverno e di neve durante I’estate. Andavano pazzi per i cani e i gatti, a cui assegnavano titoli onorifici e diversi servitori… 

Attraversando di notte le strade di questa città, le guardo come guarderei al buio una persona cara. Ogni città ha un sesso, maschile o femminile. Questa è femminile al cento per cento. Rievoco nella memoria le sue avventure amorose, gli scandali, la prodigalità e i lussi e tutto mi pare sacro e necessario. Questa città ha assolto il suo compito di donna. Ha aiutato la gente ad andare avanti sulla via del progresso col suo infallibile metodo femminile: amando, sprecando, elevando il lusso a quella che è, forse, la sua forma più vera e più alta – la sacra condizione della necessità. 

Sono contento d’aver scoperto, vagando per le strade, 1’essenza e la missione di questa antica città del peccato. Essa ha donato la cellula della propria femminilità per la creazione definitiva dell’anima giapponese. Sono contento perché domattina, quando tutti e due ci sveglieremo ed essa si scoprirà a me nella luce del sole, io saprò perché devo amarla e perdonarle ogni peccato, così come bisogna perdonare a una donna che pecca per troppo amore. 

Benedetta sia questa prodigalità, che noi chiamiamo lusso, eccesso, stravaganza! Civiltà significa considerare il lusso una necessità, superare I’animale non contentandosi solo di cibo, bevande, sonno e donne. Nel momento in cui il “bipede senza ali” desidera il lusso, non necessario, come desidererebbe il pane, comincia a divenire uomo. L’unico bene al mondo, ciò che si è salvato dalla massa dell’umanità, è il lusso: un dipinto, un fiore intagliato, una canzone, un’’idea superiore alla media dell’intelligenza. Il lusso è il maggior bisogno dell’uomo superiore. L’eccesso del suo cuore. Che è il vero cuore. 

Vado a zonzo tra gli infiniti sontuosi palazzi di questa città, che per mille anni è stata capitale. Mi fermo alla “Stanza Fresca e Blu”, i cui scalini sono stati disposti con tale precisione, che quando soffia di lontano la brezza dal lago Biwa la stanza si rinfresca. Ammiro i dipinti: uccelli, fiori, acque, giunchi; le statue; le iscrizioni; i drappi regali con i tre colori sacri, rosso, bianco e nero. Sulle pareti spiccano le sagge massime di Confucio: Il re è come il vento; il popolo è come l’erba. L’erba deve piegarsi quando passa il vento. I1 vento è passato, l’erba è appassita, solo la massima è rimasta. 

Ho attraversato i palazzi reali deserti, che neppure i ragni abitano più. I re sono morti e rimane solo il sacro emblema regale, il crisantemo con sedici petali, intagliato nell’avorio, nell’oro e nel legno o dipinto sui pannelli pieghevoli e sui ventagli. Ho attraversato i giardini; credo non vi sia al mondo uno spettacolo più bello d’un giardino giapponese o cinese, culmine della sapienza e della sensibilità raggiunte dall’uomo… 

Giro per i musei, osservo i dipinti giapponesi, sono preso da una sconfinata ammirazione di fronte alla semplicità e alla forza, all’ineffabile sobrietà di ogni segno. Quella è vera arte; nuda, senza inutili ornamenti e colori brillanti. Osservo quasi avidamente e ammonisco me stesso: non scordarti mai di questi giunchi dipinti da Kano Tanyu; rammentane la raffinatezza, le poche tinte grigio-argento, il contorno in nero dal tratto esile ma deciso e il giunco immortale che si piega sull’acqua invisibile… 

[…]

Giardini, scritti segreti, incontri per il tè, composizioni floreali, delicate fonti di gioia che non possono sgorgare dal petto dell’uomo bianco. La razza gialla è tanto più delicata di noi e contemporaneamente, in una misteriosa combinazione, più barbara. Le loro tradizioni e la loro storia sono piene, a volte, di fantastica sensibilità e di brutale crudeltà.

 Nikos Kazantzakis

(1883-1957)

Da: Giappone, Cina (1963). 

Citato in:  Edwin Bayrd, Kyoto, Milano, Mondadori, 1973, pp. 148-149.

👘🌹👘🌹👘

Poeta, scrittore, drammaturgo, filosofo, Katzantakis fu uno dei maggiori intellettuali greci del XX secolo, celebre per il romanzo Zorba il greco, la cui trasposizione cinematografica per la regia di Cacoyannis (1964) fu un clamoroso successo internazionale. Nel 1957 Katzantakis, già molto malato, partì per un viaggio in Asia, e in particolare in Cina e Giappone. A questo viaggio risale questa descrizione personalissima di Kyōto, frutto di un vagabondaggio notturno alla scoperta di Gion.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedin

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *