Lungo la strada, dalle parti di Taitō-ku. Tōkyō, agosto 2007.

 

In occasione della mia prima visita in Giappone, nel 1977, i miei amici, anche quelli giapponesi, mi avevano messo in guardia. Soprattutto che io non giudicassi il Giappone da Tokyo: città sovrappopolata, anarchica, priva di bellezza, schiacciata dal suo gigantismo, interamente ricostruita dopo i bombardamenti del 1945, attraversata in ogni direzione da autostrade sopraelevate che si incrociano, nel tumulto, a livelli differenti…

Le mie passeggiate mi diedero tutta un’altra impressione. La città, brulicante di vita, mi parve respirare la giovinezza. I colori chiari e vari degli edifici mantenevano l’allegria. La libertà con la quale erano collocate le case e gli altri edifici mi sembrava un piacevole diversivo dalle vie europee in cui le case, allineate e saldate le une alle altre, chiudevano il passante fra muraglie di pietra. A Tokyo le costruzioni, staccate dalle loro vicine, orientate in maniera diversa, fornivano gradevoli contrasti di prospettiva. Anche nel cuore della metropoli, proponevano al passante degli angoli più tranquilli, dei piccoli rifugi…

Soprattutto, mi sono accorto che bastava lasciare le grandi arterie e inoltrarsi nelle vie traverse perché tutto cambiasse. Ben presto ci si perdeva nel dedalo di viuzze in cui le case basse, disposte senz’ordine, restituivano un’atmosfera di provincia. Il giardinetto che le fiancheggiava poteva essere minuscolo: la scelta e la sistemazione delle piante non mancava per questo di dare testimonianza del gusto e dell’ingegnosità degli abitanti delle vicinanze. Queste case private circondate di vegetazione alloggiavano forse persone della classe media: io riflettevo che a Parigi avrebbero rappresentato un lusso accessibile solo ai più ricchi. Percorrendo Tokyo ero meno urtato dalla brutalità dei quartieri degli affari che affascinato dal veder coesistere questi contrasti urbani. Ammiravo e invidiavo questa facoltà ancora concessa agli abitanti di una delle più grandi città del mondo, se non la più grande, di poter praticare degli stili di vita così differenti.

 

Claude Lévi-Strauss

(1908-2009)

“Aux habitants de Tokyo” in Le goût de Tokyo, Paris, Mercure de France, 2008, pp. 115-116.

 

🌊🌊🌊

Quello di Claude Lévi-Strauss fu prima di tutto un Giappone immaginato, fantasticato: quello scoperto in seguito al regalo fattogli dal padre pittore e collezionista di ukiyoe, di una stampa giapponese quando aveva solo 5 o 6 anni. Da allora, ad ogni successo scolastico, il padre prese a regalargli una stampa della sua collezione fino a che iniziò egli stesso, ragazzo, a fare economie per potersene acquistare qualcuna. L’antropologo, questo Giappone sognato sin dall’infanzia, lo visitò solo quando ebbe 70 anni, lui che aveva viaggiato e studiato culture per tutta la vita. E forse qualcosa di quel sogno, nel suo incontro con la realtà nipponica, rimase attaccato alla sua visione… Gli scritti di Lévi-Strauss sul Giappone sono raccolti nel volume dal titolo L’altra faccia della luna, pubblicato da Bompiani nel 2015.

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