Negozi a Ninenzaka. Kyōto, agosto 2007.

 

A cinque minuti di strada dalla mia nuova casa, verso oriente, c’era un tempio, dove presi l’abitudine di andare nelle mattinate di nebbia, quando il grigiore m’invadeva e la mente stentava a concentrarsi. Me ne stavo seduto, davanti alle alture, fitte di alberi, che si levavano verso il cielo, ad assaporare i vasti silenzi, un gong risonante alle mie spalle, e a cogliere i dettagli: un vecchio monaco sfregava e sfregava per ripulire un sentiero, una ragazza, tanto chiara quanto il laghetto davanti a lei, sedeva sulla piattaforma del tempio, un altro Jizō di pietra, circondato dalle offerte di madri addolorate, un Buddha seduto che emanava una sensazione di pace così forte da trasformarla in saggezza. Tra i templi di Kyoto situati sulle colline orientali ce n’è uno che sembra proprio fuori del mondo; lo si raggiunge dopo una fuga di scale che si inerpicano tra i pini, lontano dalla frenesia e dal rumore quotidiano della città. Eppure non si riusciva a dimenticare il mondo circostante: dal basso proveniva, attutito, il rumore, rimbombante e sconsolato, di un camion della nettezza urbana che eseguiva il suo melanconico rituale.

A cinque minuti di strada da casa mia, verso occidente, c’erano delle sale di pachinko, i negozi di generi di conforto, e centri commerciali più moderni di quelli americani. Quando camminavo per le vie dei negozi, mi pareva di vagare in un mondo fantastico, fatto su misura per appagare i desideri dei bambini, acquietati da canzoni in versione Muzak e rassicuranti ninnananne. Sulla soglia del negozio locale di video da cui mi servivo, si udiva una voce metallica che diceva “Salve!” quando si entrava e “Grazie e arrivederci!” quando si usciva; il supermercato della zona, dopo avere trasmesso per tutto il giorno i messaggi delle offerte speciali, la sera all’ora di chiusura ammansiva i clienti con una lamentosa e insopportabile riedizione di Auld Lang Syne. Gli sbalorditivi depatōs [sic] – scatole compatte inserite in quel vero e proprio pacco dono che è questo paese moderno – non soltanto esagerano in modo vistoso in accessori, schermi, centri alimentari che si susseguono nei seminterrati, ma mettono anche a disposizione venti o più ristoranti nelle terrazze dell’ultimo piano e, sempre sulle terrazze, sale di divertimenti, non semplici sale giochi, ma interi luna-park, disordinatamente agglomerati nei cieli, che offrono la vista sulle colline e i templi da un lato, e dall’altro sconcertanti file di robot, montagne russe, pesci rossi in vaschette, procioni meccanici, e tunnel dell’orrore.

Talvolta pare che il Giappone sia una sorta di tintinnante casa della bambole, con elementi presi da tutto il mondo e ricostituiti per commercializzare sogni stranieri. Nel mio quartiere per esempio c’era il ristorante Ergo Bibamus, il panificio Notre Quotidien Pain a soli due isolati dal Our Daily Bread, e La Casa Felice, quasi tutti pieni di giapponesine della Kyoto Valley Girls in giacchetta da ginnastica con la scritta Style vivant: nous nous aimons et nous vivons che tendevano, presumo, a fare arubaito (lavoro part-time) per pagarsi le vacances. Poco lontano c’erano il Café-Bar Selfish, il Café Post Coitus, e la cafeteria Ringo, con le pareti ricoperte di manifesti dei Beatles, video non-stop delle ultimissime novità musicali menù disegnati come il L.P. The White Album, e persino una pubblicità che sollecitava la sottoscrizione alla squadra di calcio Ringo Star American. Tuttavia ogni volta che entravo in uno di questi luoghi, ispirati a soggetti di importazione, fosse esso il ristorante Shalom (con tutte le insegne in ebraico e in inglese), o il Moghul (propagandato da una ossequiosa figurina subcontinentale col turbante), oppure la cafeteria Mozart (specializzata nella Sacher), ebbene ovunque ero ricevuto da una squadra di giapponesine impeccabilmente educate, situate su entrambi i lati del bancone che svolgevano il loro ruolo in modo irreprensibile in una cornice di arredamento esotico.

Nelle strade cosmopolite, inoltre, pareva che ogni desiderio o bisogno fosse già stato preso in considerazione e ogni cliente veniva trattato come un Vip (nell’accezione del sistema per cui ai clienti viene concesso un suffisso onorifico in genere riservato agli dei o ai potenti). In uno dei miei giri intensivi in città trovai squisite paste francesi, givrés all’arancia, cassette di Lata Mangeshkar, che è raro trovare fuori dai confini dell’India, l’intero catalogo di New & Lingwood, il merciaio della mia fanciullezza. Un’intera schiera di inservienti in livrea, bottoni d’oro tutti luccicanti, mi correva, letteralmente, incontro per servirmi ogni volta che mi capitava di precipitarmi, con i miei jeans sgualciti, in un lussuoso albergo per usare la toilette. Mi è sorto qualche volta il dubbio che i ricchi a New York possano, per via delle blatte nel lavandino e dell’immondizia fuori della porta, sentirsi defraudati, invece qui anche i poveri si sentono miliardari: infatti qualsiasi acquisto viene confezionato come se fosse un tesoro inestimabile.

Quel Giappone che stava colonizzando il futuro con ingegnose comodità, era già, naturalmente, un dato acquisito; eppure mi meravigliavo sempre quando vedevo le cameriere organizzare le ordinazioni con il computer; le catenelle alle uscite del Kentucky Fried Chicken, le macchine specializzate nel lavaggio delle scarpe da ginnastica o nell’asciugatura dei maglioni nella lavanderia a gettoni di cui ero cliente. Il tutto non si risolveva nel fatto che i giapponesi avevano inventato le schede telefoniche per evitare il disagio dei gettoni telefonici, ma nell’essere riusciti a traslare l’invenzione in arte: le carte magnetiche erano decorate con vedute di giardini zen, oppure delle montagne Hokusai,  [sic] oppure del Golden Gate Bridge, oppure con i protagonisti dei cartoni animati, oppure con le foto dei campioni di sumō, o degli idoli degli adolescenti o anche, lo appresi in seguito, con l’immagine della persona amata o dei propri cari. Chiunque può accedere a queste comodità comprandole per la strada dalle macchinette o nei negozi, rivestite da un involucro speciale perché non si smagnetizzino. Il mondo perfetto, infiocchettato nella confezione regalo.

 

Pico Iyer

(n. 1957)

 

Traduzione di Melania Gagliazzo e Amedeo Poggi.

Da: Il monaco e la signora. Una stagione a Kyoto (The Lady and the Monk, 1991),

Milano, Feltrinelli, 1994, pp. 41-44.

 

 

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L’intellettuale e scrittore angloindiano Pico Iyer vive dal 1992 a Nara con la moglie giapponese. La sua attuale visione del Giappone, dopo tanti anni di residenza, sarà senz’altro più complessa e sfumata, ma quando vi arrivò nel 1991, come emerge da ciò che racconta in questo libro che è tante cose diverse (un libro di viaggio, un romanzo, un saggio) fu molto probabilmente anche lui esposto al virus del giapponismo, alla meraviglia e all’innamoramento. Non si spiega altrimenti l’uso di certe espressioni (tipico il ricorrente “giapponesine”) e certe considerazioni che, lette ora, possono lasciare il lettore avvertito davvero perplesso. E divertito.

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