Kamei Tōbei (1901-1977), La terrazza di Kiyomizu. Anni 50?

 

L’area di Gion è un particolare quartiere di Kyoto caratterizzato da un tipo di case a due piani con le facciate di graticci di legno che si susseguono su entrambi i lati delle strade piuttosto strette. Si dice che la pianta di Kyoto sia basata su quella di Ch’ang-an, la famosa capitale cinese del periodo T’ang. Io non sono mai stato a Ch’ang-an, nella provincia dello Shensi, e non posso dire se i vecchi quartieri residenziali intorno all’antico palazzo ricordino veramente il centro di Gion, però rammento che certe case basse a due piani di Soochow, Hangchow e dei quartieri meridionali della vecchia Nanchino erano piuttosto simili, anche se le case cinesi di solito sono costruite con mattoni, non con legno. Molte case a due piani, su una delle rive del fiume Kamo, con le geishe o le ragazze maiko appoggiate alle ringhiere di legno del secondo piano, mi ricordavano molto le case sul fiume Ch’in-huai, nei quartieri meridionali della vecchia Nanchino. Nanchino è stata una capitale famosa per tutto il periodo delle Sei Dinastie (220-589) e su quella riva del fiume Ch’in-huai si allineavano le case delle cortigiane. Le cortigiane, molte bellissime e assai dotate, attiravano la gente ricca e i letterati a divertirsi allegramente con musica, canti e vino tanto quanto le geishe di Gion durante il periodo Heian, o forse anche di più, benché quelle geishe e le ragazze maiko non fossero esattamente cortigiane. 

Molte storie e poesie meravigliose sono state scritte ispirandosi al fiume Ch’in-huai, sul quale scivolavano lentamente barche adorne di fiori, che trasportavano poeti, ragazze che cantavano e tavole da banchetto. La spensieratezza di quei giorni lontani a Nanchino è sopravvissuta fino ai tempi nostri, anche se le condizioni sono molto diverse da allora. Quando ero studente all’università di Nanchino, affittai con alcuni amici una barca con musicisti, vino e cibarie per fare una gita lungo il fiume, ma la sporcizia di entrambe le rive, l’acqua puzzolente, le ringhiere e le pareti pericolanti delle case, da cui le bellissime ragazze potevano precipitare da un momento all’altro, mi disgustarono. Ero andato per vedere come poteva essere stata in quei giorni la vita gaia descritta dalle storie cinesi, ma non riuscii proprio a immaginarla. Qui, nel quartiere Gion di Kyoto, posso immaginare la vita che si conduceva fin nei tempi del periodo Heian, pur con qualche mutamento. Qui, come ho già detto, sembra che tutti si sforzino di tener vivo il passato di Kyoto. 

Di tutti i luoghi che ho visitato a Kyoto, l’esperienza sul Kiyomizu-dera-ji [sic] m’è rimasta impressa in modo particolare… Il tempio di Kiyomizu-dera sorge su un promontorio situato presso le pendici occidentali delle colline Higashiyama, su un rialzo del terreno, a differenza degli altri templi costruiti in pianura. La struttura primitiva fu eretta all’inizio del nono secolo, mentre quella odierna, che risale al 1633, è una replica del padiglione principale originario. Anche se il tempio si ergeva su un terreno sopraelevato, il padiglione principale era stato costruito ancora più in alto, su solide palafitte di tronchi unite insieme a sorreggere l’ampia piattaforma di legno, circondata tutt’intorno da una balaustra, anch’essa in legno. Da lassù godevo d’una vista panoramica della città ben più vasta di quella offerta dalla torre di ferro accanto to alla stazione di Kyoto. La bellezza di questo panorama è data dalla vista del tempio, che sovrasta una distesa di alberi di diversa specie, con varie sfumature di verde, macchiata qua e là da fiori di ciliegio che vi fanno capolino. Ci sono scalinate in pietra dalla pavimentazione perfetta, punteggiate un po’ ovunque dai colori sgargianti dei kimono delle donne giapponesi… Mentre giravo qua e là, ogni tanto facevo qualche schizzo per illustrare ciò che non sarei stato capace di descrivere a parole. 

 

Jiǎng Yí 

[Chiang Yee]

(1903-1977)

 

Da: Il viaggiatore silenzioso, 1972.

Citato in:  Edwin Bayrd, Kyoto, Milano, Mondadori, 1973, pp. 151-152. 

 

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Pittore, calligrafo, poeta e scrittore, Jiǎng Yí (traslitterazione tradizionale del suo nome è Chiang Lee) si definiva “il viaggiatore silenzioso” e sotto questa denominazione pubblicò, in lingua inglese, una serie di resoconti dei suoi viaggi in cui la naturale curiosità si sposava a una freschezza e a una vivacità nelle descrizioni che lo resero famoso nel mondo anglosassone dove la serie ebbe un grande successo e fu ampiamente diffusa e ristampata. Docente di lingua cinese prima a Londra e a Oxford e poi negli Stati Uniti, a Harvard, ritornò in Cina dopo quarant’anni di assenza e lì morì, fra i paesaggi montuosi che avevano sempre ispirato la sua pittura.

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