Shimura Tatsumi (1907-1980), Il rossetto.

 

Demoni Bianchi, così le ha soprannominate qualcuno. Esseri in grado di creare uno scenario simile al più profondo e insondabile degli inferi. I loro sotterfugi non sono mai percepibili, ma dicono che senza difficoltà possano far perdere la testa ad un uomo per poi lasciarlo affogare in un lago di sangue, oppure condannarlo a risalire una montagna di spine oberato dai suoi debiti. Le loro voci gentili, quelle con cui cercano di adescare i passanti salutandoli con un “buonasera, signore!”, sì, proprio quelle ora suonano come il verso di un fagiano che ingoia un serpente, che a sentirlo ci farebbe tremare. Eppure anche loro, come tutti gli altri, avevano passato dieci mesi* nel ventre materno. E quando erano piccole, anche loro si erano attaccate al seno della madre per poi essere cullate e trastullate con filastrocche scandite da leggeri battiti di mano. Sì, erano adorabili, allora. A quei tempi, quando gli veniva offerto di scegliere tra il denaro e dei dolci, loro rispondevano “voglio il biscotto okoshi“** e tendevano la mano.

Certo, ormai non sono più così sincere nel loro lavoro, ma accade talvolta che, per un cliente su cento, arrivino a versare vere lacrime. “Ehi, sentite questa” dice una “riguarda Tatsu-san, quello della tintoria. Anche ieri era là dai Kawadaya a spassarsela felicemente con Oroku, quella ragazzaccia. Era una cosa disgustosa. Lui l’aveva trascinata fuori e se la facevano l’un l’altra perfino in strada. Ma cosa pensa di fare quello, andare avanti sempre a folleggiare in quel modo? Quanti anni pensate che abbia? Due anni fa ne aveva già trenta. Ogni volta che lo vedo lo prego di mettere la testa a posto, di procurarsi almeno una casa – Sì, sì.. – mi risponde sempre lui in modo vago e ipocrita, ma il fatto è che non mi ascolta per niente. Sapete, suo padre sta invecchiando e sua madre è un po’ cieca. Lui non dovrebbe farli preoccupare, dovrebbe darci subito un taglio e mettersi a risparmiare. Io sarei ben disposta lavargli il suo hanten*** e ricucirgli i calzoni da lavoro, ma lui, con quel suo spirito frivolo, quando si deciderà a prendermi in casa? Appena ci penso mi viene a schifo starmene qui a fare questo lavoro, non mi va nemmeno  più di darmi da fare per attirare i clienti. Ah, non ne posso più!” si lamentava. Con quella stessa voce con cui è solita ingannare i clienti, parla ora della spietatezza della gente. E afflitta dal mal di testa, riflette sul da farsi. “Ah” dice un’altra “è già il sedici della festa del bon. Ecco, oggi vanno in visita al tempio del dio Enma e portano anche i loro figli: sembrano così felici quei piccoli con addosso i loro bei kimono, e per quella paghetta che hanno appena ricevuto. Senza dubbio i loro genitori non possono che essere due persone piene di risorse. Chissà, mio figlio Yotarō avrà preso un giorno di ferie dal suo padrone e adesso sarà in giro da qualche parte a divertirsi. Ma sono sicura che, dovunque vada, starà provando invidia per gli altri ragazzi, cosa vuoi, con due genitori come noi, un padre che non la smette di bere e senza una fissa dimora, e una madre come me, ridotta a imbellettarsi in questo modo vergognoso per vivere. Se anche sapesse dove abito, di sicuro non verrebbe a trovarmi. L’anno scorso, quando sono andata a Mukōjima per ammirare i fiori, mentre camminavo sull’argine del fiume con le altre colleghe, vestita da signora con i capelli acconciati in uno chignon ovale, l’ho incontrato in un chiosco del tè. – Ehi! – l’ho chiamato. Sembrò stupefatto nel vedermi così, tutta truccata come una giovane. – Siete voi, madre? – mi chiese con aria disgustata. Figuriamoci se mi vedesse quando mi acconcio i capelli con un grande shimada facendo bella mostra di un fermaglio di fiori alla moda… e se mi sentisse mentre scherzo con i clienti. Quanto lo rattristerebbe, povero figlio mio, ancora così giovane. L’anno scorso, quando l’ho visto, mi comunicò che in quel periodo prestava servizio in un negozio di candele a Komagata. “Per quanto possa essere dura, io non mi darò per vinto e continuerò a lavorare, lo giuro” mi disse. “Mi darò da fare e farò in modo che tu e mio padre possiate condurre una vita agiata. Nel frattempo cerca di tirare avanti con qualche mestiere onesto, sii paziente, fa’ in modo di cavartela da sola fino ad allora. E non prendere marito, per favore” mi raccomandò. Purtroppo per una donna è difficile guadagnarsi da vivere solo fabbricando scatole di fiammiferi, e non sono forte abbastanza da poter far la serva presso qualche cucina. Considerando dei lavori ugualmente faticosi, ho scelto questo che è più facile per tirare avanti. Certo, non ho fatto questa scelta a cuor leggero, neanche per sogno, ma quel caro ragazzo mi eviterà perché non gli sono stata di parola. E questa acconciatura shimada, di solito non mi sta affatto a cuore, ma oggi me ne vergogno così tanto” concluse nella penombra della sera, davanti allo specchio, con le lacrime agli occhi.

 

Higuchi Ichiyō

(1872-1896)

 

Traduzione di Paola Cavaliere e Atsuko Azuma.

Da Acque torbide (Nigorie, 1895), Milano, Jouvence, 2015, pp. 39-42.

*Tradizionalmente si conta come un mese di gravidanza anche quello del concepimento.

E la gravidanza è indicata con l’espressione totsuki tōka (dieci mesi e dieci giorni).

**Sottili biscotti fatti con farina di riso o di miglio in vendita tradizionalmente davanti al Sensōji di Asakusa, a Tōkyō.

***Giacca da lavoro per operai e artigiani.

 

👘💄👘

Nessuno, come Higuchi Ichiyō, è mai riuscito a dar voce al dolore delle donne dei quartieri del piacere. L’acuta sensibilità, le esperienze personali, l’aver gestito un negozietto ai margini del quartiere e l’aver potuto osservare la vita e le sofferenze di quelle donne hanno permesso a Ichiyō di poter raccontare l’altra faccia del mondo dei fiori e dei salici, quella sordida, quella dura, quella più lontana dal romanticismo o dalla versione idealizzata creata ad uso degli stranieri che ancora permane in molto dell’immaginario comune – e non solo di quello maschile. In questo romanzo breve molte sono le voci che si levano, molti i personaggi di cui sono raccontate le vicende, storie che passano di bocca in bocca, fra pettegolezzi e compassione. Senza compiacimento alcuno.

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