Utagawa Kuniyoshi (1797-1861), La principessa prega per la pioggia (Ame no Komachi), 1844 circa.

“La mia pietra tombale sia una stele alta più di lei. Fatele abbracciare la mia pietra tombale e seppellitela in mare”.

Poiché il padre morendo in un lago di sangue aveva espresso questo desiderio, i due figli gli costruirono una tomba d’ineguagliabile splendore. Il padre aveva trovato morte crudele per mano della giovane vedova e dell’amante di lei.

I due figli della moglie precedente sollevarono come fosse un fuscello la lapide alta più della nemica, e la trasportarono su una scogliera della costa. Così spaventoso era l’abisso, che un sasso tirato di lì toccava il mare piccolo come un seme e l’occhio non poteva seguirlo fino alle onde, dalla vertigine. Lì i figli denudarono la donna e con una corda la legarono alla lapide. Poi spinsero giù la lapide. La donna d’istinto si strinse braccia e gambe alla lapide in caduta. La pietra rotolò giù gemendo da parer viva.

Ma che accade? A metà precipizio la lapide s’arrestò un istante, poi invece di riprendere a rotolare, non si mette a scivolare giù bel bello con la donna a bordo come fosse una slitta? E nell’immergersi nel mare, non si trasforma in una barchetta? E la barchetta non punta dritta come un razzo verso il mare aperto? I due fratelli che avevano assistito alla scena, più che abbracciarsi si gettarono uno sull’altro: “O padre, perdonaci!” Gridarono sentendosi mancare.

Accorse l’amante della donna. La barca della donna è veloce come una rondine che trascorre [sic] nel cielo azzurro. Non c’è nave che possa tenerle dietro. Allora egli corse alla tomba del marito della donna e tornò reggendo come fosse un fuscello il basamento della lapide, poi si buttò in mare avvinghiato a quello. In effetti la pietra si trasformò in barca e partì come un razzo.

La barca dell’uomo raggiunse la barca della donna. L’uomo disse:

“Ora è nostro dovere render grazie all’uomo che abbiamo ucciso”.

“No, non dobbiamo render grazie a mio marito. Quando ti nascerà in cuore gratitudine, la tua barca si trasformerà in lapide”.

La donna non aveva ancora finito di dirlo che la barca dell’uomo si trasformò in lapide, e portandolo con sé affondò tra le spume marine. Vedendo ciò la donna disse:

“Barca mia, diventa una lapide e segui il mio amato fin in fondo al mare”.

E così nuda, affondò stretta alla lapide come una sirena.

Ma l’uomo, furibondo per esser colato a picco da solo, supplicò colui che aveva ucciso di suo pugno:

“O lapide, diventa barchetta e galleggia sul mare dove si culla la barca della mia amata”. Così, prima ancora d’arrivare sul fondo risalì a galla.

Ma cosa mai accadde allora? La donna che se ne andava a fondo e l’uomo che risaliva a galla s’incrociarono senz’accorgersene e solo la donna sprofondò fino in fondo al mare.

Questa donna è la principessa del mare.

Quando le sentii raccontare questa favola, pensai che avrebbe fatto un suicidio d’amore. Infatti andò a buttarsi in mare con l’amante. L’uomo morì ma lei, nell’attimo che riprese coscienza, con un grido si strinse al marito tradito. In seguito, quando mi vide disse:

“È andato tutto come nella favola. Tale e quale, fino alla fine”.

 

Kawabata Yasunari

(1899-1972)

 

Traduzione di Ornella Civardi.

 “La principessa del mare” (Ryūgū no otohime, 1926),

da Racconti in un palmo di mano. Suggestioni e artifici, Venezia, Marsilio, 1990, pp. 143-145. 

 

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Quasi una favola, questo delizioso, breve racconto di Kawabata, una delle sue celebri storie “in un palmo di mano”, che ha l’atmosfera di una vicenda arcaica. Ma l’allusione a un doppio suicidio d’amore per annegamento rimanda, almeno nella mia mente, a una prassi ancora ben viva negli anni in cui scrive, e oltre, se penso alla tragica morte nel Tamagawa dello scrittore Dazai Osamu e della sua compagna, Yamazaki Tomie, nel 1948.

Nota.  Ho sentito necessario modificare parzialmente la punteggiatura della traduzione su cui mantengo, comunque, qualche perplessità. 

 

 

 

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