Kobayashi Kinochika, Akasaka Kiinokunizaka, dalla serie “Vedute di Tōkyō”, 1880.

Sulla via Akasaka, a Tōkyō, c’è un pendio chiamato Kiinokunizaka, che vuol dire il Pendio della Provincia di Chi. Non so perché sia chiamato il Pendio della Provincia di Chi. Da un versante il pendio dà su un vecchio fossato, profondo e assai largo, i cui argini verzicanti salgono a ridosso di alcuni giardini; mentre dall’altro lato della strada si estendono le lunghe alte mura di un palazzo imperiale. Anzi l’era dei lampioni e dei jinrikisha,* il quartiere, scesa la sera, si faceva deserto; e i ritardatari preferivano allungare il tragitto di chilometri piuttosto che risalire da soli, dopo il tramonto, il Kiinokunizaka.

Tutto a causa di un mujina** che era solito bazzicare da quelle parti.

L’ultimo a vedere il mujina fu un anziano mercante del quartiere di Kyōbashi, deceduto una trentina d’anni or sono. E questa è la storia, quale lui la raccontò.

Una notte, a tarda ora, stava risalendo in fretta il Kiinokunizaka, quando scorse una donna accoccolata presso il fossato, tutta sola, che piangeva amaramente. Temendo che volesse annegarsi, si fermò per offrire, per quanto in suo potere, aiuto e conforto. Si rivelò una persona snella e leggiadra, vestita con eleganza; e portava i capelli acconciati come quelli di una ragazza di buona famiglia. – O-jochū ***- egli esclamò, avvicinandosi -. O-jochū, non piangete così… Ditemi che cosa vi è successo e, se posso fare qualcosa per voi, lo farò ben volentieri -. (E non lo diceva tanto per dire, poiché era una vera pasta d’uomo). Ma lei continuava a piangere, nascondendo il viso dietro una delle ampie maniche. – O-jochū – tornò a ripetere, mettendoci tutta la gentilezza -, ascoltatemi, vi prego!… Questo, di notte, non è un posto per una signorina. Non piangete, vi scongiuro! Ditemi solo come posso aiutarvi! -. Lentamente ella si alzò, ma gli dava la schiena, continuando a gemere e a singhiozzare dietro la manica. L’uomo le sfiorò la spalla con la mano, implorando: – O-jochū! O-jochū! O-jochū!… Ascoltatemi, solo per un istante!… O-jochū! O-jochū!…-. Allora la O-jochū si volse, abbassò la manica e si passò la mano sulla faccia; e l’uomo s’avvide che non aveva occhi, né naso, né bocca… e cacciato un urlo corse via.

Corse all’impazzata su per Kiinokunizaka; davanti a lui era tutto vuoto e tenebra. Corse senza fermarsi mai, senza mai osare di guardarsi indietro; e finalmente scorse una lanterna, così lontana da sembrare il lucore di una lucciola, e vi diresse i passi. Era solo la lanterna di un venditore ambulante di soba****, che aveva piazzato il banchetto sul ciglio della strada; ma qualunque compagnia umana era gradita dopo quell’esperienza; e si gettò ai piedi del venditore di soba, gridando: – Aa! aa! aa!!!…

– Kore! kore! – esclamò con fare brusco l’uomo della soba -. Su, via! Che ti è successo? Qualcuno ti ha fatto del male?

– No… nessuno mi ha fatto del male – boccheggiò l’altro -, solo che …Ah! aa!...

– Ti hanno solo messo paura? – s’informò con freddezza l’ambulante -. I ladri?

– Non i ladri… non i ladri –  rantolò l’uomo  atterrito…-. Ho visto… Ho visto una donna, presso il fossato… e mi ha mostrato… Aa! Non riesco neanche a dirti cosa!…

– Hé! Non sarà stato un QUALCOSA del genere per caso? – gridò l’uomo della soba, passandosi una mano sulla faccia: al che quella si fece in tutto e per tutto simile a un UOVO… E, simultaneamente, la lanterna si spense.

Lafcadio Hearn

(Koizumi Yakumo, 1850-1904)

“Mujina” (1904), da: Ombre giapponesi, a cura di Ottavio Fatica, Roma-Napoli, Theoria, 1992, pp. 55-57.

*Risciò.

**Creatura inquietante del folclore giapponese (chiamata anche nopperabō). Ho scelto di usare la minuscola iniziale, a differenza del testo da cui l’ho copiato, perché non si tratta di un nome proprio, come sembra credere il traduttore dall’inglese.

***Appellativo con cui si chiamava una  fanciulla sconosciuta.

****Tagliolini di grano saraceno.

👹👹👹

Scrittore e giornalista britannico di origine greco-irlandese, naturalizzato giapponese, Lafcadio Hearn ebbe una vita romanzesca e un gusto per l’avventura che lo condusse nel Giappone di periodo Meiji prima come corrispondente, poi come insegnante di inglese ed infine come docente universitario. Nel frattempo raccoglieva per diletto fiabe e leggende tradizionali, soprattutto a tema fantastico, che tanta parte hanno da sempre nell’immaginario nipponico. Della sua ricca produzione mi sembra che questo racconto sia un esempio davvero intrigante. Buona lettura!

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