Toyohara (Yōshū) Chikanobu (1838-1912), Setsugetsuka, 1885. Ritratto immaginario di una dama di corte di epoca antica.

Verso l’ottavo mese, Sua Altezza [l’imperatore in ritiro Go Fukakusa] era infastidito da un malessere non definito, ma che continuava a disturbarlo; non assaggiava cibo e sudava. Passarono così alcuni giorni e incominciammo a chiederci agitati che cosa fosse. Venne il medico e iniziò il trattamento della moxa, gliela applicò in  dieci punti, ma le sue condizioni non mutarono. Dall’ottavo giorno del nono mese incominciarono i riti per la longevità, ma dopo sette giorni Sua Altezza non migliorava e tutti si domandavano afflitti che cosa si potesse fare. Era venuto l’Ajari [Alto Sacerdote Imperiale presso il tempio Ninnaji]* che in primavera mi aveva mostrato le lacrime delle sue maniche e che sempre, quando ero mandata a portagli un messaggio, cercava di parlarmi, benché io riuscissi a eluderlo. Quella volta mi mandò una lettera appassionata e chiese insistentemente che gli rispondessi.

Molto infastidita, strappai l’estremità del nastro di carta sottile [che mi tratteneva i capelli] e vi scrissi il solo ideogramma “Sogno” e, senza neppure porgergliela, la abbandonai e uscii. Quando ricomparvi alla sua presenza mi buttò un rametto di shikimi. Lo raccolsi e andai in un angolo a osservarlo. Sulle foglie era scritto:

Nel cogliere lo shikimi

al risveglio all’aurora

le maniche erano asperse;

del sogno interrotto

la fine mi affascina.

Mi parve elegante e originale, e il mio animo mutò un poco, tanto che provai più gusto a portargli i messaggi e, quando mi parlava, gli rispondevo con serenità. Giunto a palazzo, aveva incontrato Sua Altezza che si era lamentato di trovarsi in quella condizione. [L’Ajari] disse: “Mandatemi qualcuno con l’oggetto accarezzato nell’uditorio, al momento in cui inizierà l’esorcismo”.

Nella prima parte della notte, all’ora in cui avrebbero dovuto incominciare [gli esorcismi], Sua Altezza mi disse: “prendi la mia veste e portala all’uditorio”. Tutti i monaci si trovavano ognuno nella propria stanza, intenti a vestirsi per partecipare alla funzione. Non c’era nessuno. Entrai nel luogo in cui egli era solo.

“Dove posso lasciare l’oggetto accarezzato?” domandai. “Nella camera accanto al luogo degli esorcismi” mi rispose.

Vi andai. La sala era nitidamente illuminata dal chiarore delle lucerne; d’improvviso egli mi raggiunse, sorprendentemente abbigliato con una morbida veste. Mi domandavo che cosa significasse, allorché mi sussurrò: “Ci si smarrisca pure su una strada oscura, Buddha ci guiderà” e piangendo mi abbracciò. Era terribilmente imbarazzante; ma per lui, perché era una persona a cui non si potesse gridare “che fate?”, pazientai. Continuavo a supplicare: “Anche nel cuore, di Buddha…” ma non fui esaudita. Mentre ancora il rimpianto di quel sogno mi pareva irreale, i monaci che l’avrebbero accompagnato [negli esorcismi] annunciarono: “È giunta l’ora” ed entrarono. Fuggì dalla porta opposta, dopo avermi sussurrato: “Nella seconda parte della notte, ancora una volta, assolutamente”.

Subito dopo iniziò l’esorcismo. Egli si comportava come se non fosse accaduto niente, ma io pensavo che non si sarebbe dovuto presentare [di fronte al Buddha] ed ero atterrita. Contemplavo la sua ombra proiettata vividamente dal lume delle lucerne: mi assalì un’ansia dolorosa per le tenebre de mondo futuro. Non bruciavo d’amore, eppure, nella seconda parte della notte, tornai segretamente da lui. La funzione era terminata e potemmo incontrarci con più agio. Il suo viso sconvolto dl pianto mi turbò. Già la notte si schiariva e si udivano rumori. Volle darmi la veste che indossava sulla nuda pelle, e chiese in pegno la mia. Ce la scambiammo e ci separammo. Ne avevo nostalgia, non riuscivo a dimenticare il suo aspetto commuovente. Tornata nella mia camera, mi coricai e mi accorsi che a una falda di quella veste era appuntato un foglio di carta di mayumi con un angolo strappato e i versi:

Se realtà

o sogno sia, ancora

distinguere non so,

tristezza è rimasta,

con la luna di una notte d’autunno.

[Non immaginavo] come avesse trovato il tempo per scriverla, ma mi pareva di capire che i suoi sentimenti non erano comuni; e allora cercai ogni occasione propizia per andare da lui. Trascorremmo le notti a incontrarci. Mi vergognavo per quello che il cuore di Buddha avrebbe provato a causa di quell’esorcismo, le cui formule erano state proferite con animo impuro. Nonostante ciò, dopo il ventisette, il male [di Sua Altezza] migliorò, il trentasettesimo giorno i voti si compirono e l’Ajari lasciò il Palazzo.

La notte precedente alla partenza mi disse: “In quale altra occasione sperare? La polvere si accumulerà sul pavimento del luogo delle preghiere, nel luogo degli esorcismi non salirà più il fumo del goma. Se hai i miei stessi sentimenti, indossiamo le [tonache dalle] maniche tinte di nero intenso, rifugiamoci in una remota casa di montagna dove trascorrere questa breve vita senza timori”. Questo discorso mi impaurì. 

Le parole con cui piangendo mi lasciò, ai rintocchi della campana che annunciava l’alba, mi commossero.

Nijō

(n.1258-m.dopo il 1306)

Traduzione di Lydia Origlia.

Da: Towazugatari. Diario di una concubina imperiale, Milano, Editoriale Nuova, 1981, pp. 78-80. 

Questa stessa traduzione è attualmente in commercio in Italia con il titolo 

Diario di una concubina imperiale (Towazugatari) ed è pubblicata  da SE (2008). 

*A questo amante, il principe imperiale Shōjo (fratellastro degli imperatori GoFukakusa e Kameyama e

sacerdote capo del Ninnaji), Nijō nel diario attribuirà l’appellativo di Ariake no Tsuki, “Luna all’Alba”.

🌘🌕🌒

La confessione non sollecitata (tale è la traduzione del termine “towazugatari”) di Dama Nijō – vissuta in epoca Kamakura alla corte dell’imperatore in ritiro Go Fukakusa (1243-1304, regno 1247-1259) e di suo fratello Kameyama (1249-1305, regno 1260-1274) – è uno dei classici della letteratura giapponese meno conosciuti, certo anche a causa della perdita del testo che, smarrito per secoli, venne fortunosamente ritrovato solo nel 1938 dal professor Yamagishi Tokuhei (1894-1987) durante una ricerca nella sezione geografica della Biblioteca Imperiale di Tōkyō. Nondimeno il testo si rivelò da subito di grande interesse sia perché documenta la vita della corte di Kyōto durante lo shogunato di Kamakura, quando il centro del potere reale era ormai lontano dalla capitale imperiale, sia perché presenta aspetti dell’esistenza delle donne utili a ricostruire la storia della condizione femminile in Giappone, sgomberando il campo da ogni facile idealizzazione. In questo senso Towazugatari è un testo importante per i gender studies e proprio per questo è sottoposto da qualche anno a una serrata analisi critica, soprattutto da parte degli studiosi anglosassoni. Il brano che ho scelto qui mi sembra esemplare del ruolo peculiare che occupa nella letteratura giapponese. La confessione di Dama Nijō ha ancora molto da dirci: ne consiglio vivamente la lettura.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedin

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *