Nei dintorni di Takayama. Agosto 2013.

[. . .] il fatto di essere tagliati fuori dalla “città” non aveva procurato alcun vivo dolore ai vecchi, incolti coloni del villaggio. In “città” noi venivamo respinti come sporchi animali; d’altra parte quanto serviva al sostentamento quotidiano era stipato all’interno del piccolo villaggio, raccolto sul versante sopra la stretta valle. Inoltre era l’inizio dell’estate e i bambini erano contenti che la scuola fosse già chiusa.

[. . .]

Abitavamo una piccola stanza, adibita in passato all’allevamento dei bachi da seta, al primo piano del magazzino della comunità situato nel centro del villaggio. Quando mio padre si stendeva sulle spesse assi del pavimento ormai consumate tra la stuoia e le coperte e io e mio fratello ci coricavamo su un letto costituito da una vecchia porta, quella che una volta era stata la casa dei bachi, ormai troppo piccola per contenerli ma ancora piena di foglie di gelso imputridite sulle nude travi del soffitto e di un odore pungente sulla carta delle pareti, si colmava di umane presenze.

Non avevamo nemmeno un mobile. A dare una certa impronta alla nostra povera dimora erano il fucile da caccia di mio padre – che riluceva opacamente, come se non solo la canna ma anche il calcio di una lucentezza oleosa fossero di un acciaio che paralizzava e respingeva al solo toccarlo -, le pelli di donnola essiccate, appese a mazzi alle nude travi, e vari tipi di trappole. Nostro padre provvedeva al sostentamento di tutti e tre, cacciando lepri e uccelli, cinghiali durante gli inverni nevosi, e facendo essiccare le pelli di donnola, catturate con le trappole, che poi portava all’ufficio municipale della “città”.

Mentre strofinavamo la canna del fucile con un panno intriso d’olio, io e mio fratello osservavamo il cielo scuro attraverso le fessure della porta di assi, come se da lì potesse filtrare ancora una volta il rombo dell’aeroplano. Ma era raro che un aereo solcasse il cielo sopra il villaggio. Posato il fucile sulla rastrelliera alla parete, ci stendemmo sul letto l’uno contro l’altro e aspettammo, totalmente in balia del nostro stomaco vuoto, che nostro padre salisse con la pentola di riso e verdure.

Io e mio fratello eravamo come piccoli semi ben protetti da uno spesso strato di carne e da una dura epidermide; semi verdi, morbidi e freschi, cui aderiva una tenera membrana che la semplice luce esterna avrebbe potuto sfaldare e distruggere. Fuori di quella dura epidermide, vicino al mare che dal tetto si vedeva brillare lontano e sottile all’orizzonte, nella città oltre le creste sfalsate dei monti, la guerra solenne e ostinata, come una leggenda che ha sfidato il tempo, vomitava aria stagnante. Ma la guerra per noi non era altro che l’assenza dei giovani dal villaggio e il postino che di tanto in tanto portava la notizia di un altro caduto sul campo. La guerra non scalfì la nostra dura epidermide né lo spesso strato di carne. E quell’aereo nemico che aveva poco prima solcato il cielo del villaggio, mai violato fino ad allora, per noi era solo una strana specie di uccello.

 

Ōe Kenzaburō

(n. 1935)

 

Traduzione di Nicoletta Spadavecchia.

Da: “L’animale da allevamento” (Shiiku, 1958), in Insegnaci a superare la nostra pazzia, Milano, Garzanti, 1992, pp. 88-90.

 

🌳🌳🌳

La dedica di Ōe sulla mia copia di Insegnaci a superare la nostra pazzia. Milano, 4 giugno 1996.

Ōe Kenzaburō, premio Nobel per la letteratura 1994, è la coscienza critica della società giapponese contemporanea, un intellettuale che non ha mai smesso di interrogarsi e interrogarci sui grandi nodi irrisolti del passato recente del Giappone (il militarismo, il bombardamento atomico, Fukushima) e sui dilemmi morali cui si confronta l’essere umano. Ōe l’ho incontrato il 4 giugno 1996, all’Università Statale di Milano ma la sua scrittura, complessa, impegnativa, implacabile, mi era già ben conosciuta avendo acquistato il suo primo libro durante una vacanza cubana, a metà degli anni Ottanta. In Italia allora il suo nome era totalmente sconosciuto ai non addetti ai lavori. Ōe Kenzaburō è uno scrittore che sfida le coscienze e ci invita a confrontarci e a riflettere sui grandi temi: il male, il dolore, l’alterità, il libero arbitrio, per citarne solo alcuni. Punto di partenza è sempre l’esperienza autobiografica: la nascita in un villaggio isolato in una verde vallata dell’isola di Shikoku prima, e poi il dramma della sua paternità: la nascita di Hikari, un bimbo con un grave ritardo mentale, ora apprezzato musicista.

Ho scelto oggi una pagina da un racconto del 1958 con cui ottenne il premio Akutagawa, il più prestigioso del Giappone, e una fama internazionale. Shīku (L’animale d’allevamento), memoria forse d’un episodio vissuto nel momento del delicato passaggio dall’infanzia all’adolescenza, narra l’impatto dell’esperienza del tempo di guerra sullo scrittore bambino. In pagine toccanti Ōe ci descrive mirabilmente il rapporto fra un gruppo di bambini di uno sperduto villaggio fra i boschi e un soldato afroamericano caduto con il suo aereo e fatto prigioniero dal capovillaggio. I bambini sono affascinati da questo strano personaggio che sconvolge la loro quotidianità ed eccita la loro fantasia, finendo con l’impersonare la forza vitale della natura. È il loro primo impatto con l’alterità. Vi è la struggente nostalgia per un’età di innocenza e gioia, l’infanzia e, insieme, la consapevolezza della caducità  delle cose del mondo, dell’impossibilità di protrarre i momenti di felicità. Come è scritto nelle motivazioni al Nobel dell’Accademia svedese, Ōe è la voce critica del Giappone “che con forza poetica crea un mondo immaginario, dove la vita e il mito si condensano per formare un’immagine sconcertante della condizione umana del nostro tempo” .

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedin

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *