Una proposta di assaggio. Ohara, novembre 2017.

Martedì, 31 marzo (diciannove settimane e un giorno).

 

Mi sono dovuta alzare molto presto perché il supermercato dove dovevo lavorare oggi si trovava lontano. Nel tragitto verso la stazione ero avvolta dalla bruma mattutina. Avevo le ciglia congelate. 

Questo lavoro mi piace perché ogni volta mi porta in un luogo diverso, in una zona che non conosco. 

Quando osservo la gente recarsi in massa al supermercato nel piazzale di ogni piccola stazione, con il passaggio a livello, il parcheggio per le biciclette, il capolinea degli autobus, ho la sensazione di essere in viaggio. 

Appena arrivo mostro il permesso che ho ottenuto dalla ditta per la quale lavoro ed entro dall’ingresso posteriore dei supermercati. Nel retro avverto sempre una sensazione di squallore, scatole di cartone, resti di verdure e buste di plastica bagnate sono sparsi in disordine e la luce dei neon è molto debole. Tendo il permesso allo sportello della guardiola, di solito il sorvegliante annuisce con poca affabilità. 

Anche il reparto vendite, prima dell’apertura, è deprimente; gli scaffali sono coperti e le luci quasi tutte spente, 

Con la busta che contiene gli strumenti di lavoro mi guardo intorno cercando il posto migliore per sistemarmi. 

Oggi ho scelto il corridoio tra gli scaffali dei surgelati e della carne. 

Come faccio ogni volta, ho costruito un appoggio con i cartoni presi nel retro, l’ho coperto con una tovaglia a fiori e vi ho sistemato i piatti e allineato i biscotti. poi ho preso la ciotola e la frusta e ho cominciato a montare la panna. In quel momento il rumore della frusta è riecheggiato da un angolo all’altro dei banchi di vendita sprofondati nel silenzio, e ho provato, come sempre, un senso di disagio. 

Indifferente allo sguardo dei commessi, riuniti come ogni mattina davanti alla cassa per ricevere istruzioni, sbattevo con fervore la frusta. 

Quello di oggi era un supermercato rinnovato da poco. Il pavimento e il soffitto erano lindi con riflessi lucidi. 

Spalmando la panna sui biscotti, esortavo i clienti con le parole del manuale della ditta: “Oggi la panna è in offerta. Assaggiatela! Provate anche i nostri biscotti!” e non aggiungevo altro. 

Mi passavano davanti persone diverse: signore anziane con i sandali, ragazzi in tuta da ginnastica, filippini con i capelli ricci. Alcuni clienti hanno preso e mangiato i biscotti che offrivo sul piatto, altri hanno fatto apprezzamenti del tipo: “Costeranno meno del solito?” sfilandomi davanti. Altri ancora, senza dire una parola, mettevano nei loro cestini le confezioni di panna. 

Io sorridevo a ognuno di loro allo stesso modo, dato che la quantità delle vendite non influisce sulla mia paga. È comodo sorridere a tutti con il medesimo distacco, senza sentirsi coinvolti. 

Il primo cliente di oggi è stata una signora anziana dalla schiena curva, con una sciarpa avvolta intorno al collo, portata a mo’ di asciugamano; dalla sua mano sinistra penzolava una borsetta di stoffa marrone. Era una vecchietta dall’aspetto riservato che avrebbe potuto scomparire silenziosa tra la folla. 

“Le dispiace se ne prendo uno?” si è avvicinata con fare discreto.
“Prego” le ho risposto con cordialità.
All’inizio ha fissato gli occhi sul piatto come se stesse guardando un oggetto raro. Poi ha teso lentamente il braccio e ha afferrato un biscotto con le dita secche e rugose. Dalla mano alla bocca, invece, è stata di una rapidità sorprendente. Come un bambino, ha arrotondato le labbra, e chiudendole ha strizzato gli occhi. 

Eravamo in piedi circondate da migliaia di generi alimentari. Alle sue spalle erano allineate con cura carni tagliate a fettine sottili, a piccoli pezzi, macinate. Dietro di me, in un’aria gelida, erano impacchettati fagiolini, pasta sfoglia e crocchette surgelate. Alti scaffali, stipati di prodotti diversi, si susseguivano uno accanto all’altro occupando un’ampia superficie. Le verdure, i formaggi, i dolci e le salse sembravano non aver fine, a stare lì in piedi veniva il capogiro. 

A centinaia, i clienti ci giravano intorno con il cestino in mano. E come se galleggiassero sull’acqua, procedevano ondeggiando in cerca di cibo. 

È spaventoso pensare che la gente mangi tante cose ed è assurdo che si raccolga in posti come quello solo per procurarsi del cibo. 

Mi sono ricordata di mia sorella* che con occhi malinconici osserva il croissant e poi spezza la piccola punta dalla mezza luna. E ancora, in successione, lei che la inghiotte mentre gli occhi le si velano di lacrime, e gli avanzi della colazione sul tavolo. 

Quando la vecchietta ha mangiato il biscotto, la sua lingua è balenata davanti ai miei occhi: di un rosso vivo, in contrasto con il suo aspetto dimesso, le luci vi si riflettevano sopra. Si è visto chiaramente anche l’interno scuro della bocca. La lingua ha avvolto con elasticità la panna bianca. 

“Posso prenderne un altro?” ha chiesto, chinandosi e facendo dondolare la borsetta. 

Io ero disorientata, non succedeva quasi mai che qualcuno assaggiasse due volte, ma le ho subito sorriso: “Prego, prego”. 

Come prima, ha afferrato un biscotto con le dita rugose, ha arrotondato le labbra e l’ha ingerito lasciando intravedere la lingua rossa. Aveva un modo di mangiare salutare, scandito da movimenti regolari pieni di ritmo e di energia . 

“Allora, ne prendo una”. E ha messo nel cestino una confezione di panna. 

“Grazie” le ho risposto pensando a come l’avrebbe utilizzata una volta tornata a casa. 

La schiena curva della vecchietta si è dileguata tra la folla. 

 

Ogawa Yōko

(1962)

Traduzione dal giapponese di  Concettina Bucci.

Da “Diario di una gravidanza” (Ninshin karendā, 1991)

in Rose del Giappone, a cura di G. Carli, Roma, e/o, 1995, pp. 74-76.

*Ossia colei che è in gravidanza.

 

 

Una delle scrittrici giapponesi contemporanee più tradotte e apprezzate fuori del Giappone, la Ogawa, che per questo racconto ha vinto nel 1991 il prestigioso premio Akutagawa, è scrittrice schiva e sensibile, difficilmente inquadrabile in un genere data l’eterogeneità dei temi che affronta, soprattutto nella scrittura breve. Protagoniste delle sue storie sono soprattutto le donne a cui viene data la voce e la memoria che altrimenti sarebbero loro negate. Come ha dichiarato più volte, è stato leggendo da bambina il Diario di Anna Frank che ha sentito il bisogno di mettersi a scrivere, per restituire voce a chi, altrimenti, non troverebbe posto nel la memoria del mondo.

 

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