Kobayakawa Kiyoshi (1897-1948), Tipsy, 1930.

Presto Matsuzaki Katsuya discese la stretta scala. La disposizione dell’immobile obbediva alla moda del momento e ogni alloggio aveva una porta che dava direttamente sull’esterno. Dall’appartamento di Yōko, al primo piano, si scendevano cinque o sei gradini di una scala scura chiusa fra due muri; si raggiungeva così l’entrata, munita di piccoli ripiani su cui si riprendevano le proprie scarpe che si infilavano su un pianerottolo largo una trentina di centimetri. Yōko era rimasta presso la finestra, dandogli le spalle. Non lo riaccompagnò.

Quando si apriva la porta, si era assaliti da voci di bambini. Il muro in cemento, che si ergeva proprio di fronte, nella viuzza, segnava la recinzione di una scuola elementare. Le grida di bambini che giocavano in cortile dopo le lezioni salivano al cielo come un mazzo di fiori.

Il mattino, le voci che uscivano dalle aule si insinuavano fino all’appartamento dalle finestre chiuse ermeticamente e sentirle era per Matsuzaki una fonte di sofferenza.

“Non trovi che sia un po’ troppo rumoroso qui? Non vorresti cambiar casa?” – aveva proposto a Yōko.

Ma lei si era limitata a rispondere: “A me le voci dei bambini piacciono. Sono allegre, spesso mi ridanno il coraggio.”

Matsuzaki non poteva dirle che non gli piacevano perché gli ricordavano sua figlia, Tsuyuko. Così come evitava di parlare di Yōko davanti a sua moglie Ikuko e alla piccola, così evitava di parlare di loro davanti a Yōko. Era stata oggi la prima volta che aveva menzionato il nome di Tsuyoko. Non aveva proprio potuto fare altrimenti. E subito era stata la rottura.

Si costeggiava il muro della scuola per una ventina di metri e si raggiungeva una strada. Da là si scendeva in dolce pendenza fino al viale di Fukuyoshichō, dove passava il tram. Nel quartiere, delle file di case basse si allineavano lungo le vie, eppure il sole che declinava in questo giorno d’autunno aveva già relegato l’asfalto nell’ombra. Ogni passo allontanava Matsuzaki dalle voci dei bambini, dall’appartamento di Yōko.

Si disse che questa volta la rottura sarebbe stata irrevocabile. Benché Yōko si fosse mostrata risoluta nelle sue parole, quando si era poi girata verso la finestra le sue spalle affossate tradivano il suo abbattimento. Ne era stato così commosso che, allacciandola da dietro, le aveva proposto di ritornare sulla sua decisione: lei aveva semplicemente scosso la testa, in silenzio. Ed egli si era allora meravigliato di sentirsi sollevato.

Durante questi tre anni la vita di Matsuzaki non era stata affatto facile. Naturalmente non poteva che prendersela con se stesso, ma aveva veramente fatto fatica, non fosse altro che per poter mantenere due case. Il suo stipendio di insegnante non bastava. Aveva accettato di redigere un dizionario, di selezionare le illustrazioni per una rivista d’arte, di produrre delle recensioni di mostre per i quotidiani. Sapeva anche che questo denaro di cui aveva un tale bisogno lo rendeva sempre più ossequioso nei confronti degli editori. Ma il peggio, in definitiva, era di non poter essere in due luoghi diversi allo stesso tempo. Di non poter soddisfare nessuna delle due donne. […]

Matsuzaki aveva anche pensato di lasciare sua moglie e la bambina. Ma, di colpo, persino durante le notti che trascorreva da Yōko, sognava di Tsuyuko in lacrime, che errava alla sua ricerca nelle viuzze attorno alla stazione di Shinbashi. Allora lo prendeva l’esasperazione, davanti al sorriso di Yōko, indifferente alla sofferenza che lui doveva sopportava.

Eppure, era questo candore, questa infinita noncuranza nei sentimenti che avevano sempre attirato Matsuzaki verso Yōko. Era senza dubbio perché era stata allevata da sua nonna, aveva mantenuto in sé quell’ingenuità dell’infanzia che ancor oggi dava a volte ai suoi gesti, alle sue espressioni, un candore giovanile.

Era stato Matsuzaki a costringerla a munirsi di un libretto di risparmio, lei che, a trent’anni passati, ignorava persino come si apre un conto postale. Dalle mani di sua nonna, era stata direttamente spinta nel cuore della tormenta di Ginza, per essere scaraventata fra tutte quelle presenze maschili: non aveva avuto il tempo di diventare adulta.

La sua ingenuità le faceva scoprire sempre qualcosa da amare negli uomini, e secondo lui, era questa la ragione per cui la sua vita amorosa era così movimentata. Inoltre non era mai stata capace di opporre una rifiuto categorico alla minima richiesta.

Matsuzaki stesso aveva senza alcun dubbio approfittato di questa ingenuità. Il suo sollievo provava che attendeva questo momento di rottura, quando le aveva detto e ridetto che non l’avrebbe mai lasciata, che sarebbe rimasto con lei tutta la vita. […]

Arrivato al viale in cui passa il tram, si voltò, preso dal rimpianto.

Il cammino si elevava in dolce pendenza fino all’ingresso principale della scuola elementare: là si divideva in due percorsi che costeggiavano da una parte e dall’altra il muro di cinta. Quel cammino, Matsuzaki forse non l’avrebbe più intrapreso. I ricordi dei giorni in cui, il cuore tormentato, aveva salito e sceso quel pendio, lo sommersero.

 

Quando era di buon umore Yōko prendeva il suo paniere della spesa e lo riaccompagnava fino al viale. Attendeva in piedi sotto la tenda di un negozio finché non era salito sull’autobus a destinazione di Shinbashi. Al momento in cui l’autobus ripartiva, gli indirizzava un sorriso che rivelava i suoi denti. Quei giorni erano proprio andati…

Perché l’immagine dei ciliegi di Yoshino, che pure niente evocava nello spettacolo che si estendeva davanti ai suoi occhi, gli apparve improvvisamente?

Tre anni prima, a primavera, si erano dati appuntamento a Nara, al ritorno da una serie di conferenze che l’avevano portato a Kyōto e a Ōsaka: avevano visitato alcuni templi e, l’indomani, si erano spinti fino a Yoshino.

Era il solo viaggio degno di questo nome che aveva fatto in compagnia di Yōko. I ciliegi, a mezza costa, in piena fioritura, erano di una tale bellezza che si dimenticavano tutti gli ammiratori dei fiori, storditi dall’alcool. Erano saliti fino al padiglione di Saigyō, e quando ne erano discesi, il vento era caduto, la notte era vicina. Il profumo dei fiori, sul cammino della montagna abbandonata dopo la partenza della folla venuta ad ammirare i ciliegi, era quasi soffocante.

“Vale la pena essere andati a Yoshino almeno una volta nella vita” aveva detto un giorno Yōko.

Forse lei lo avrebbe dimenticato, ma non Yoshino.

Era loro impossibile ritirarsi insieme a Yoshino per cercarvi rifugio, e non erano abbastanza esteti per morire sotto i ciliegi. In piedi sotto i fiori, si vedevano, sollevando gli occhi, dei petali così fini, così fragili, che sembravano lasciare trasparire il blu del cielo.

Il sole brillava, l’aria era dolce, e a terra, depositandosi le une sulle altre, palpitavano le ombre dei fiori.

Matsuzaki guardava la pendenza disperatamente vuota.

Yōko era stata forse un fiore effimero: non riuscendo a raccoglierlo, gli sarebbe bastato aver calpestato la sua ombra, pensò.

 

Ōoka Shōhei

(1909-1988)

Da: L’ombre des fleurs (Kaei, 1958), Editions Philippe Picquier, Arles, 1995, pp. 22-27.

Traduction du japonais par Anne Bayard-Sakai.

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Un magnifico ritratto di donna, quello che ci presenta Ōoka Shōhei nel bel romanzo Kaei. Yōko è una entraïneuse nella Tōkyō del dopoguerra, indipendente ma fragile, sballottata com’è fra relazioni in cui l’egoismo degli uomini, la loro incapacità di comprensione, la porta a una solitudine tanto maggiore quanto numerosi sono gli uomini che la circondano e che ne subiscono il fascino senza riuscire però a cambiarle la vita. Il romanzo, purtroppo, non è ancora stato tradotto in italiano.

Nel 1957 Einaudi ha pubblicato con il titolo La guerra del soldato Tamura il capolavoro di Ōoka, Nobi, 1957 (Fuochi nella pianura), crudo e durissimo romanzo sull’esperienza bellica dell’autore nelle Filippine e considerato una delle opere fondamentali della letteratura  giapponese del dopoguerra.

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