Suzuki Harunobu (1725-1770), La cortigiana Kasugano mentre scrive una lettera.

“Contemplo gioiosa gli iris stupendi che avete voluto donarmi”. Questo e altro sanno scrivere le maestre di calligrafia di Kyōto. In genere, dopo aver prestato servizio presso una persona importante a corte e aver imparato I’etichetta e le varie formalità in uso durante l’anno, esse lasciano la corte e si sistemano definitivamente insegnando in una scuola dove anche le persone ragguardevoli mandano le figlie. Poiché anch’io, un tempo, avevo avuto la fortuna di prestar servizio a corte, mi fu facile trovare chi mi aiutasse ad aprire una scuola di calligrafia. Ero felice di poter vivere in un alloggio interamente mio; avevo appeso alla colonna dell’entrata uno striscione con la scritta: “Maestra di calligrafia” e avevo assunto al mio servizio una donna di campagna. Non avevo a mia disposizione che una cameretta, ma vi vivevo con il massimo decoro. Seguivo scrupolosamente le allieve che mi venivano affidate, ogni giorno correggevo diligentemente i loro saggi calligrafici e insegnavo quelle nozioni di etichetta che anche una donna è in grado di apprendere. Avevo ormai rinunciato a qualsiasi riprovevole proposito. Ma un giorno venne da me un giovane nel pieno fulgore della passione, perché gli insegnassi a scrivere una lettera d’amore. L’arte delle cortigiane, a cui un tempo mi ero dedicata, mi riusciva anche ora di grande utilità, forse perché mi aveva rivelato le radici dei rami intrecciati e del hiyoku.* Avrei saputo trovare le parole adatte a incantare qualsiasi donna. Vedevo chiaramente nell’animo delle fanciulle, e anche se si fosse trattato di una donna esperta delle cose del mondo, avrei trovato il modo di circuirla. Niente è altrettanto rivelatore dei sentimenti di una persona quanto una lettera. Anche trovandosi isolati in un paesino di montagna si può far raccontare dal pennello ciò che si pensa. Una lettera sia pur elaborata e lunghissima, ma falsa e bugiarda, verrà facilmente riconosciuta come tale e gettata via senza rimpianto. Invece i tratti di un pennello veritiero s’imprimono nel fegato e suscitano il desiderio d’incontrare subito l’autore della lettera.

Quando lavoravo nei quartieri dei piaceri, tra i numerosi miei clienti ve n’era uno particolarmente prestante, che non mi dispiaceva affatto: quando I’incontravo, mi sembrava che il mio corpo non fosse più quello di una cortigiana, mi concedevo con autentico abbandono e con la massima naturalezza. Anch’egli non sarebbe stato disposto a perdermi. Purtroppo, per una serie di avversità, dovemmo separarci; ogni notte, però, ci scambiavamo messaggi in segreto. Una notte, aprendo una mia lettera, gli parve di vedermi, per cui la rilesse più volte  e poi, coricatosi da solo, si addormentò stringendola sul petto nudo. Nel sogno quella lettera assunse le mie sembianze e per tutta la notte sussurrò parole d’amore. Mi riferì questo episodio quando, superate quelle avversità, riprese a frequentarmi. Appresi anche che era riuscito a cogliere, giorno per giorno, i miei reali sentimenti dai miei messaggi. Ma questo è naturale: se nel momento in cui si scrive si riesce a dimenticare ogni altra cosa per concentrarsi su un unico pensiero, non è possibile fallire.

Tornando al giovane che era venuto da me perché l’aiutassi a scrivere una lettera d’amore, gli dissi: “Se mi assumo l’incarico di scriverla è perché sono sicura che, per quanto insensibile sia la destinataria, riuscirò a ridurla schiava del vostro amore”, e mentre mi sforzavo di trovare le parole più adatte, incominciai a provare uno strano turbamento e m’innamorai di quel giovane. Così un giorno smisi di scrivere, e rimanendo con il pennello in mano come se stessi riflettendo, vinsi ogni reticenza e gli dissi: “Chi vi fa soffrire e non mostra di assecondare i vostri sentimenti è una donna crudele che non ha eguali al mondo. Perché, invece di persistere in questa vana passione, non rivolgete a me i vostri pensieri? Non sarò forse il vostro ideale, ma almeno con me potete discorrere. Credo sia meglio per voi approfittare di questa mia disposizione d’animo e della possibilità che avete di soddisfare subito il vostro desiderio”.

Il giovane si stupì e rimase silenzioso; dovette però concludere che il futuro con un’altra donna era incerto e che quella da me indicata era la via più breve e conveniente, e soprattutto dovette accorgersi che avevo capelli ricci, piedi con l’alluce ricurvo e bocca piccola,** perché alla fine rispose: “Non voglio nascondertelo: anche quando sono io a far proposte non penso di dover elargire oro o argento. Dunque, non aspettarti da me neppure un obi, e se anche in futuro, quando ci conosceremo meglio, tu mi chiedessi se c’è un negozio di sete e di kimono nelle vicinanze, non ti comprerei neppure due metri di seta, neppure mezzo metro di crespo rosso. Non ti prometto niente, ricordatelo, e ciò che non è convenuto in anticipo non ha valore”. Queste sue così scortesi parole, in risposta alla mia gentile proposta, mi fecero sembrare quel giovane odioso e tracotante e pensai che certamente non era uno degli uomini migliori di quella grande capitale e che avrei fatto bene a cercarne un altro, ma all’improvviso incominciò a cadere, con suono dolcissimo, la pioggia del quinto mese e dalla finestra entrò volando un passero che andò a urtare contro la lampada, spegnendola. Approfittando di quel buio improvviso, lui mi abbracciò strettamente, respirando con affanno e scompigliando tutti i fazzoletti di carta di Sugihara posati accanto al guanciale. In seguito, battendo leggermente sui miei deboli fianchi, esclamò: “Cento anni!”;*** io non risposi, ma in cuor mio mi dissi: “Sconsiderato! Pensa piuttosto a te, perché non permetterò di certo che tu viva fino a novantanove anni. Per le scortesi parole che mi hai detto, in meno di un anno dovrai appoggiarti a un bastone, ti ridurrò sottile e macilento, e alla fine sarai costretto a congedarti dal mondo”. E infatti lo indussi a giacere con me incessantemente, di giorno e di notte: quando s’indeboliva troppo gli offrivo un brodo di ghiozzo, uova e patate dolci, e così, come avevo previsto, la sua vita a poco a poco si affievolì e nel mese della lepre dell’anno seguente, quando tutti mutavano di veste, lui doveva ancora indossare una veste doppia invernale imbottita di cotone; alla fine, abbandonato come inguaribile da numerosi medici, se ne stava sdraiato con la barba incolta e le unghie lunghe, e se nel discorso accennavo a qualche piacevole ragazza, si portava la mano all’orecchio per sentir meglio e poi scrollava il capo rabbiosamente. 

 

Ihara Saikaku

(1642-1693)

 

Traduzione di Lydia Origlia.

 “Scrivana e maestra d’etichetta” dal cap. II di

Vita di una donna licenziosa (Kōshoku ichidai donna, 1686), Milano, SE, 2004, pp.  57-62.

*Simboli di rapporto d’amore. Hiyoku è un leggendario uccello ermafrodito della mitologia cinese, rappresenta quindi un’unione intima.

**Sono indizio, in una donna, di sensualità.

***Dal ritornello di una canzone dell’epoca: “Tu fino a cento anni, io fino a novantanove, finché insieme avremo i capelli bianchi”.

 

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Ascesa e caduta di una cortigiana: dai fasti del rango elevato di tayū, alla prostituzione in strada, attraverso una discesa via via più rapida verso la degradazione, la perdita della bellezza, la vecchiaia, la solitudine. Saikaku non si tira indietro qui, il realismo estremo con cui racconta la storia di questa “donna galante” non è neppure venato dell’umorismo con cui aveva qualche anno prima raccontato le avventure del libertino Yonosuke. Nessun sentimentalismo, nessuna tenerezza nelle vicende di questa donna  sensuale “innamorata dell’amore” ma, questa sì, una notevole consapevolezza che le fa dire, nelle ultime battute del romanzo: “Sono una donna sola, perché dovrei nascondervi qualcosa? Questo mio corpo durerà il tempo sufficiente perché il loto del mio cuore si schiuda ed appassisca. Mi sono abbandonata alla corrente, ma il mio cuore non ne è stato intorbidato”.

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