In questa nuova stagione voglio ricordare le donne giapponesi. Un profilo alla settimana. Dedicato a noi.

Questi ultimi mesi sono stati per me troppo ricchi di impegni e ho trascurato un po’ queste pagine. Ora si riprende. Con rinnovata energia!

Genji monogatari emakimono (part.), Nagoya, Tokugawa bijutsukan.

Quando penso a dama Sarashina penso al piacere della lettura, alla gioia di nascondersi sotto una coltre, alla luce fievole di una candela, per gustare l’ultima avventura del nostro eroe preferito e pazienza se questo eroe si chiama Genji ed è un principe che tutte le dame di Heian amerebbero incontrare. 

Di dama Sarashina sappiamo che nacque attorno al 1009, che era figlia di Sugawara no Takasue e sposa di Tachibana no Toshimichi (?-1058), governatore della provincia di Shianano, e che alla morte di questi, come accadeva spesso all’epoca, si fece monaca buddhista.

Nel suo diario (di cui esiste una eccellente traduzione in lingua italiana che dobbiamo a Carolina Negri), dama Sarashina racconta la vita di una donna comune, preoccupata più dei propri figli o delle proprie aspirazioni che non delle vicende politiche del tempo e delle chiacchiere della corte imperiale da cui visse, per altro, sempre lontana. Nelle pagine che riguardano la sua giovinezza, dama Sarashina esprime con lo spirito di una fanciulla di rara sensibilità il gusto vorace per la lettura, la passione per le storie romanzate che andava a contrastare le letture edificanti buddhiste imposte dalle convenzioni del tempo. Uno spirito ribelle e appassionato dei giorni della giovinezza che poco a poco rientra nei ranghi di una disciplina che voleva le donne capace di adattarsi alla situazione contingente di un matrimonio, di figli da crescere, abbandonando per sempre i sogni e le aspirazioni che la lettura di quelle storie affascinanti di pura invenzione aveva alimentato.

 

Quella primavera [del 1021] si era diffusa una grave epidemia a causa della quale anche la mia nutrice, che a Matsusato mi era apparsa splendida al chiarore della luna, morì il primo giorno del terzo mese.

Per la mia inconsolabile sofferenza, non avevo neanche più voglia di leggere i racconti. Un giorno in cui non avevo fatto altro che piangere a dirotto, a un certo punto, involontariamente, guardai fuori: nella splendida luce del sole al tramonto cadevano petali di ciliegio.

Allora recitai:

I fiori di ciliegio che cadono

la prossima primavera

senz’altro li rivedrò.

Rimpiango però la persona

che per sempre mi ha abbandonata.

Quando venni a sapere che per la stessa epidemia era scomparsa anche la figlia del Ciambellano e Consigliere maggiore, io che soffrivo per la perdita della nutrice provai una profonda compassione per il dolore del marito, il Capitano, figlio del Ministro. Nel periodo in cui ero da poco nella capitale, mi avevano regalato un manoscritto di quella fanciulla per fare esercizio di calligrafia. C’erano scritti i versi: «Se nel cuore della notte non mi fossi destato…»  e anche la poesia:

Se vedete levarsi il fumo dalla valle del monte Toribe,

sappiate che si è dileguata la mia effimera esistenza.

Mentre osservavo la bellissima grafia con la quale erano scritte quelle parole che sembravano preannunciare il suo triste destino, mi commuovevo ancora di più.

Lettura appassionante. Dal Genji monogatari emakimono (part.), Nagoya, Tokugawa bijutsukan.

Mia madre, preoccupata di vedermi sempre depressa, per farmi distrarre mi procurò dei monogatari con i quali in effetti riuscii a svagarmi un po’. Dopo aver letto la storia di Murasaki avrei voluto leggerne il seguito, ma non potevo chiedere a nessuno di aiutarmi perché le persone a me vicine, essendo arrivate da poco nella capitale, non sarebbero riuscite a trovarlo. Non vedevo l’ora di procurarmelo e dentro di me non facevo altro che pregare: «Fatemi leggere tutti i fascicoli della Storia di Genji dal primo all’ultimo!»

Quando mia madre si recò al tempio di Uzumasa per un ritiro spirituale, andai anch’io con lei e senza considerare altro, chiesi al buddha di esaudire solo questo mio desiderio. Pensavo che non appena fossi uscita dal tempio avrei potuto leggere tutti i fascicoli di quel racconto, ma purtroppo non ci riuscii. Ero delusa e sconsolata, quando un giorno arrivò dalla provincia una mia zia, alla quale andammo a fare visita: «Come sei bella! E come ti sei fatta grande!», esclamò con affetto.

Giunto il momento di congedarci, fece: «Cosa posso regalarti? Una cosa utile, non ti piacerebbe di certo. Vorrei invece donarti qualcosa che desideri davvero».

Ero al settimo cielo quando portai via con me una sacca dove aveva messo gli oltre cinquanta fascicoli della Storia di Genji sistemati in una scatola, insieme ad altri racconti come Il capitano Zai, Tohogimi, Serikawa, Shirara e Asauzu.

Prima di allora avevo letto con il fiato sospeso solo alcune parti della Storia di Genji irritandomi perché non riuscivo a comprenderne bene la trama. La soddisfazione che provavo quando tutta sola, sdraiata dietro un paravento, tiravo fuori dalla scatola uno dopo l’altro i fascicoli per leggerli, era invece così grande che non avrei scambiato il mio posto neanche con quello di una consorte imperiale! Leggevo tutto il giorno, e la notte, quando ero sveglia, continuavo a leggere alla luce di un lume. Non facevo altro, e con immensa soddisfazione mi resi conto che senza sforzo ero riuscita a memorizzare diversi passi di quella storia.

Una notte mi apparve in sogno un monaco di bell’aspetto con una stola di stoffa gialla su una spalla e mi disse che dovevo al più presto imparare a memoria il quinto fascicolo del Sutra del Loto. Non parlai a nessuno di quel sogno e non avendo alcuna intenzione di imparare le sacre scritture, mi dedicavo anima e corpo solo alla lettura dei racconti.*

 

*Da Le memorie della dama di Sarashina (Sarashina nikki), a cura di Carolina Negri, Venezia, Marsilio, 2005, pp. 63-65.

 

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