Per me, per il mio compleanno, la voce di un poeta che non ho mai smesso di amare. Una voce conosciuta da tempo – avevo vent’anni – una lettura mai abbandonata.

Una vita breve spenta a 22 anni dal rombo di un’auto tedesca mentre attraversava la strada, in una città che ho molto amato, Praga, occupata dai nazisti e per lui, ebreo, non c’erano ambulanze, non c’erano ospedali.

Quante letture, quanti versi affiorano alla mente, imparati senza volere a memoria. Li ricordo sì. Li mantengo in vita.

Come molte, tante letture della mia vita, anche questa resta con me, mi accompagna. Sì, sono stata fortunata.

Chi si ricorda di Jiří  Orten? Non so, ma per me quella voce è ancora viva.

Eternamente giovane.

Praga, un tempo. In un vecchio libro di allora.

Ecco, la grande pioggia.

 

Ecco, anima mia, la grande pioggia, da oasi nel deserto,

da paesaggio di pietra, dove non filtra goccia,

ecco, la grande pioggia, diluvio che ci sommerge,

sogno di noi assetati, sogno dove berremo,

aogno dimenticato, sogno di pace perfetta,

sogno di una canzone, da tempo nella tastiera,

ecco, anima mia, la grande pioggia, da nubi

di parole e d’estate, ronzio di finestre e di ruote,

caduta, ma senza dolore, in cui la bellezza non si perde,

soltanto una quiete dolce, paese di biondi capelli,

labbra dischiuse, e mai sul limite estremo,

nembo che passerà fino al cader delle foglie,

e tempo a quel momento, tempi ancora,

che anche all’eterno verranno grigi i capelli,

ecco, anima mia, la grande pioggia, la pioggia che sognavi,

prima che la bonaccia venga, che tu ti risvegli.

(27.3.1940)

 

Jiří Orten

(1919-1941)

 

Traduzione di Giovanni Giudici e Vladimir Mikeš.

Dalla raccolta La cosa chiamata poesia, Torino, Einaudi, 1969, p. 67.

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