La prima volta che abbiamo visto Matsushima. Era l’estate del 2001.

 

Il grande poeta Matsuo Bashō, visitando il nordest del Giappone nel 1689, fu talmente sopraffatto dalla bellezza dell’isola di Matsushima da riuscire a esprimere l’ineffabile sensazione solo in quello che è diventato uno dei suoi haiku più celebri: Matsushima ah!/A-ah, Matsushima ah!/Matsushima ah!

Matsushima, nota fin da seicento come uno dei “tre grandi paesaggi” del Giappone, è il realtà una arcipelago formato da più di 250 isole minuscole su cui crescono esili pini, simili a Tati piccoli ed eleganti giardini rocciosi armonicamente disposti in una baia dell’oceano Pacifico. Poiché le isole hanno agito come una barriera naturale contro lo tsunami che l’11 marzo 2011 si è abbattuto sulla costa nordorientale provocando conseguenze terribili, questo luogo così suggestivo ha subito relativamente pochi danni. Ma appena qualche chilometro più in su o più in giù lungo la costa, intere cittadine e villaggi, insieme con la maggior parte dei loro abitanti, sono stati inghiottiti dal mare. Ancora oggi i dispersi sono 2.800.

La scorsa estate ho deciso di fare un viaggio a Matsushima perché non avevo mai visto quel grande panorama. A dire il vero una volta c’ero già stato, ne 1975. Anche allora ero salpato dal porto su una nave carica di turisti come me, tutti giapponesi. Mentre facevamo un tranquillo giro della baia, un’accattivante guida commentava senza sosta le isole che teoricamente avremmo dovuto ammirare, descrivendone le forme particolari, snocciolandone i nomi e la storia. Il problema era che, per quanto noi allungassimo il collo nella direzione indicata dalla guida, non vedevamo assolutamente nulla perché eravamo in mezzo a una fitta nebbia. Ma questo non impediva alla guida di indicarci le tante bellezze, né a noi di aguzzare la vista in quel lattiginoso nulla.

L’esperienza mi lasciò perplesso. All’epoca, la mia conoscenza del Giappone era ancora limitata, e non sapevo come interpretare quella farsa. Perché stavamo fingendo di vedere qualcosa che non vedevamo? Cosa passava per la mente della guida? Era forse un esempio della celebre dicotomia che le guide turistiche sostengono essere tipica della personalità giapponese, quella tra honne e tatemae, i desideri privati e la facciata pubblica, a realtà ufficiale e ii sentimenti personali? O era la rigidità di un sistema che, una volta messo in moto, non poteva più cambiare direzione? O il fatto che i turisti fingessero era solo un modo educato per mostrare rispetto a una guida che stava facendo solo il suo lavoro?

Ancora oggi non so darmi risposta. Ma da allora ho visto vari altri esempi di giapponesi che in pubblico si conformavano volontariamente a una versione falsa della realtà, per proteggere “l’ordine pubblico” o “salvare la faccia. Il Giappone è un paese dove il re, o meglio l’imperatore, raramente viene visto nudo.

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La seconda volta le isole di Matsushima sono riuscito a vederle. Il cielo era terso. Ho ascoltato la guida illustrare gli splendidi paesaggi. I turisti che avevo intorno non sembravano prestare particolare attenzione a quello che diceva. Guarda un po’, mi sono detto, il Giappone è davvero cambiato. Poi mi sono accorto che erano tutti cinesi.

 

Ian Buruma

(n. 1951)

Da “Nel paese del Sol bugiardo” (Expect to be lied in Japan) in Internazionale n. 979, 14 dicembre 2012, pp. 96-101.

 

 

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Scrittore e saggista olandese naturalizzato britannico, Buruma ha una frequentazione di vecchia data del Giappone, di cui è un acuto osservatore e su cui ha scritto saggi importanti come Il prezzo della colpa. Germania e Giappone: il passato che non passa (Garzanti, 1994) che, a distanza di quasi un trentennio risulta quanto mai attuale e il più recente A Tokyo romance: a Memoir (Penguin, 2018), imprescindibile racconto di formazione sugli anni della sua giovinezza nella Tōkyō degli Anni Settanta.

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