Il Rokku di Asakusa, la strada di cinema e teatri. Tōkyō, anni Venti del XX sec. Foto d’epoca.

A un angolo della via che conduce da Ushigome-Kagurazaka alla palizzata, c’è un vicoletto che è rimasto esattamente com’era all’epoca feudale. In quel vicolo, anche se certe porte erano di vetro, c’erano tre edifici rimasti identici a com’erano stati secoli fa. Mio fratello viveva in una di queste case, con una donna e la madre di lei. Quando mi rimisi e fui in grado di uscire, fu lì che mi trasferii. 

La mia comparsa all’ingresso degli artisti del Cinema Palace, quel giorno, sorprese molto mio fratello.* Mi fissò con aperto stupore e mi chiese: “Akira, che t’è successo? Stai male?” Scossi il capo e risposi: “No, sono solo un po’ stanco”. “Un po’? Non direi proprio”, mi disse dopo avermi fissato di nuovo, alzando le spalle. Poi aggiunse: “Vieni ad abitare da me!”. 

E fu così che approfittai dell’ospitalità di mio fratello. Circa un mese dopo mi trasferii in una stanza lì vicino, ma anche così passavo tutta la giornata a casa di mio fratello. A mio padre avevo detto che avrei abitato da mio fratello, quando me n’ero andato da casa: così la bugia diventava realtà. 

L’edificio e il vicolo in cui abitava mio fratello erano esattamente uguali ai posti in cui per generazioni i cantastorie rakugo avevano ambientato i loro racconti. Non c’era l’acqua corrente, ma solo un pozzo. I residenti erano tutti dei tradizionalissimi Edokko, gli abitanti originali di Tōkyō. Il ruolo di mio fratello, in quell’ambiente, era quello di un samurai senza padrone, come quel mitico eroe del romanzo avventuroso- guerresco della fine del Settecento – Yasuhei Horibe -, ricoperto di gloriose cicatrici guadagnate in battaglia. Lo guardavano con timore e rispetto. 

Gli appartamenti erano divisi così: ognuno aveva un ingresso largo come due stuoie (tre metri quadrati circa) e una stanza da sei stuoie sul retro, con in fondo la cucina e il bagno. Lo spazio era molto ristretto. Sulle prime non riuscivo a capire perché mio fratello, con quello che guadagnava, volesse vivere in un posto come quello. Ma col passare dei giorni cominciai ad apprezzare i pregi di quella vita. 

Alcuni dei vicini erano operai edili, carpentieri, stuccatori e via dicendo. Ma la maggioranza dei residenti apparentemente non aveva mezzi di sostentamento, né una professione definibile. Eppure, si aiutavano a vicenda e condividevano tutto a un punto tale che quella che avrebbe potuto essere una vita spaventosamente difficile diventava una vita molto gaia; e tutte le occasioni erano buone per scherzare. Perfino i bambini facevano delle battute. 

La conversazione degli adulti era di questo tenore: “Stamattina ero lì sulla soglia di casa che prendevo il sole, quando dalla porta del vicino m’arriva in volo un materasso arrotolato. Poi da dentro il materasso rotola fuori il mio vicino. Sapete, sua moglie non fa le cose a metà quando fa le pulizie”. E il vicino: “Io direi che quella moglie è particolarmente delicata: lo imballa, così non si fa male”. 

In un luogo già così esiguo si trovava sempre qualcuno che ricavava minuscole stanzette in solaio e le affittava. In una di quelle mansarde abitava un giovanotto che faceva il pescivendolo. Ogni mattino, prima dell’alba, andava sulla riva del fiume con la sua scatola di latta a comprare le sue merci. Lavorava furiosamente per un mese intero e poi, alla fine del mese, indossava i suoi abiti migliori e si concedeva il lusso di una prostituta: come se quello lo ripagasse di tutto.

Quell’esistenza era appassionante come se avessi condiviso la vita dei personaggi della narrativa tardo settecentesca, nei racconti di Sanba e Kyōden. Imparavo moltissimo. I vecchi facevano mestieri come custodire le scarpe nei teatri dei cantastorie, sulla Kagurazaka, o fare le pulizie nei cinema. Così avevano degli abbonamenti gratuiti, e li vendevano a prezzi stracciati ai loro vicini. Ne approfittai anch’io, e per tutto il periodo in cui abitai nella zona passai ogni giorno e ogni sera al cinema o a sentire i cantastorie. 

A quell’epoca c’erano due cinema sulla Kagurazaka, l’Ushigomekan per i film stranieri e il Bunmeikan per i film giapponesi. C’erano tre teatri di cantastorie, il Kagurazaka Enbujō e altri due dei quali non rammento il nome. Quei due cinema non erano i soli a cui andavo, però. Mio fratello mi presentò ai suoi amici che lavoravano in altri cinema, e cosi potei vedere tutti i film che volevo. Ma riuscivo a godermi così tanto l’arte dei cantastorie solo perché vivevo in quel vicolo vicino alla Kagurazaka. Non avevo idea del ruolo che avrebbe giocato nel mio futuro l’arte popolare del cantastorie, mi accontentavo di gustarla senza pormi degli interrogativi. 

Oltre ad assistere alle esibizioni di artisti famosi, ebbi anche l’opportunità dí vedere quelle dei clown e degli attori comici che affittavano i teatri dei cantastorie per allestirvi i loro spettacoli. Ricordo ancora uno di quei numeri, intitolato “Il crepuscolo d’un idiota”. Era la pantomima di uno sciocco che sta impalato a guardare il tramonto, con gli uccelli che tornano al nido. Sembrava una cosa molto semplice, ma la bravura dell’artista nell’evocare il fascino e l’emozione della scena cui assisteva mi riempì di ammirazione. 

Intorno a quel periodo comparvero i primi film sonori, e alcuni mi rimangono impressi nella memoria. […] 

L’arrivo dei film sonori decretò la fine dell’epoca del muto. Con la decadenza del muto, non c’era più bisogno del commentatore, e il tenore di vita di mio fratello subì un colpo terribile. Sulle prime tutto parve rimediabile, perché mio fratello era capo benshi in un cinema di prima visione, il Taikatsukan di Asakusa, dove aveva un suo seguito di ammiratori. Il cambiamento fu molto graduale, e fu allora che scopersi che tra le pieghe della vita tanto allegra e spiritosa del nostro caseggiato si celava una triste realtà. Probabilmente ciò vale per ogni essere umano: dovunque, sotto apparenze brillanti, si nascondono sempre cose oscure. Era la prima volta che me ne accorgevo, e fui costretto a rifletterci seriamente. 

Succedevano anche là delle brutte cose, come dappertutto. Un vecchio stuprava la sua nipotina. Una donna dava un gran fastidio a tutti minacciando ogni notte di suicidarsi. Una notte, dopo che aveva tentato di impiccarsi e tutti l’avevano derisa, si gettò zitta zitta nel pozzo e affogò. E c’erano anche delle storie di bambini picchiati dai patrigni e dalle matrigne, proprio come nelle favole più lacrimose. 

Come può una matrigna essere crudele verso il suo figliastro? Non ha senso che si comporti così solo perché odia la prima moglie di suo marito. L’unica spiegazione di questo misfatto è l’ignoranza. Ma l’ignoranza diventa una specie di follia, nell’animale uomo.

Kurosawa Akira

(1910-1998)

Traduzione dall’americano di Roberto Buffagni.

Da: L’ultimo samurai. Quasi un’autobiografia (ed. originale giapponese 1975, ed. USA 1982),

a cura di Aldo Tassone, Milano, Baldini & Castoldi, 1995, pp. 118-121.

*Il fratello di Kurosawa faceva il benshi, il narratore cinematografico che commentava e recitava le battute degli attori nel cinema muto. Con l’avvento del sonoro il ruolo del benshi inevitabilmente scomparve. Nel 1929 il fratello di Kurosawa si uccise a 33 anni.

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Sono pagine come queste, nell’autobiografia mai compiaciuta del maestro Kurosawa, a farci meglio comprendere l’umanesimo del suo cinema e il suo sguardo sul mondo. Un libro avvincente, appassionante come le sue immagini. Secondo me, indispensabile.

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