Il fiume Sumida, la Skytree e le luci di fronte ad Asakusa. Tōkyō, aprile 2019.

In un mattino d’estate, mentre attraversiamo il ponte Azuma sul fiume Sumida, K. mi dice di aver seguito in Giappone il suo ragazzo da Ho Chi Minh City, ma che lui I’ha lasciata poco dopo. Ride. Sotto il ponte scarlatto, vaporetti carichi di turisti solcano le acque bruno-azzurre della baia di Tokyo. All’inizio è rimasta sconvolta, poi si è rassegnata. Cosa puoi fare, dice, quando la persona che ami s’innamora di un’altra? Non puoi mica cominciare a odiarla di colpo. 

K. è rimasta a Tokyo a studiare e ha trovato un lavoro part- time al 7-Eleven di Asakusa, il quartiere popolare dove abito io. Uno sciame di turisti si accalca intorno al grande tempio e al massiccio portone di epoca feudale. I visitatori si scattano selfie con le due statue gemelle che raffigurano il vento furioso e gli dei del tuono, di fronte a una lanterna rossa da 700 chili sponsorizzata dal fondatore della Panasonic.
La conosco appena. Le ho proposto di uscire per una passeggiata e un caffè perché incontrarla al 7-Eleven mi fa piacere, e ci siamo scambiati le email. Lei usa vari nomi. K. e uno di questi. In uno dei suoi messaggi dice: “Puoi chiamarmi con il mio nome inglese, Melissa”. 

È un tipo energico che non si fa mettere i piedi in testa. Mi piace il suo sorriso impertinente. Mi tira su di morale quando passo dal minimarket per fare la spesa mentre corro al lavoro o torno a casa. Quando arriva il mio turno alla cassa le dico: “Come stai?”, e lei risponde, con un accento più britannico che americano: “Bene, grazie. E tu?”. Pronuncia quelle parole come fossero una specie di sfida strafottente. La musica di sottofondo, spesso, è Daydream believer dei Monkees, la sigla scelta da 7-Eleven.

In quei minimarket quasi nessuno parla con i dipendenti. 

Attraversato il ponte, camminiamo verso nord e costeggiamo ia sponda del fiume per dieci minuti, passando sotto la sopraelevata che fu costruita per le Olimpiadi del 1964. È facile chiacchierare con un’estranea: del mio lavoro e della mia famiglia, del mio divorzio, del suo ragazzo che l’ha mollata, dei suoi otto fratelli e sorelle, tutti figli di genitori diversi. Lei chiede: “Che cosa ti piace di me?”. Io dico: “Il tuo umorismo”.

Svoltiamo a sinistra, attraversiamo il ponte Kototoi, quello blu, e riscendiamo a valle tra i turisti sotto i ciliegi, che hanno i rami coperti di foglie nuove, tutte verdi. Lei ordina un matcha latte al Tully’s coffee, che guarda la torre Tokyo Skytree. Dice che si è trasferita in un appartamento più vicino al minimarket, insieme a una coinquiiina e a un gatto randagio. Vuole diventare veterinaria. Però ha bisogno di soldi e ha intenzione di rimanere a Tokyo per guadagnare un po’. 

K. si trova nel posto giusto. La popolazione giapponese sta invecchiando, e per i giovani stranieri disposti a lavorare sodo per pochi soldi ci sono un sacco di opportunità. Al tempo stesso, il governo di Shinzō Abe ha un disperato bisogno della liquidità portata dai turisti, quindi se prima gli stranieri provenienti dalla Cina e dal sudest asiatico erano meno ricercati, adesso ottengono il visto con facilità e possono fare shopping esentasse. Di conseguenza, da qualche anno il numero delle persone che visitano il Giappone ha superato ogni record, e da adesso alle Olimpiadi del 2020 non farà che aumentare. […]

Per qualche tempo non ho più visto K., poi il giorno di Natale ha risposto a una mia vecchia email. L’ho invitata a pranzo in un ristorante di soba, dove ci siamo seduti sul pavimento davanti a un tavolino basso. Mi racconta di aver trovato un lavoro in un’azienda di marketing e di essersi iscritta a un corso di economia aziendale. Ha lasciato il 7-Eleven – e la sua “sgarbata” manager cinese – e punta a trovare un impiego presso una grande azienda giapponese di elettronica che la rimandasse in Vietnam. Le mancano la madre e il padre, che hanno più di 70 e 80 anni. Sono entrambi al terzo matrimonio, e K. è I’unica figlia che hanno avuto insieme. 

K. sa bene che tornando a Ho Chi Minh City il suo stipendio diminuirà. Le dico che anch’io sento la mancanza di mia mamma che sta dall’altra parte dell’oceano, ma uno deve stare là dove c’è il lavoro. Lei mi fa: “Puoi avere tutti i soldi che ti pare, ma non puoi comprarti il tempo da trascorrere coi tuoi genitori”. 

Dice che il Giappone le piace perché è pulito e sicuro, e la gente e gentile. Ma ho l’impressione che Tokyo potrebbe essere qualunque altro posto: noto che K., nonostante sia qui da quasi tre anni, non sa neanche come mangiare il banalissimo piatto di spaghetti soba freddi da intingere nella salsa. Per socializzare, esce con altri vietnamiti; la sua compagna di appartamento è una sua connazionale, e ogni tanto esce a bere con altri studenti: vietnamiti, cinesi, italiani, coreani. Però mettere d’accordo le persone per vedersi è difficile. 

Torniamo a parlare del suo futuro. Dopo pranzo saliamo da me a prendere un caffè e lei mi dice che a 27 anni, a casa sua, è già vecchia per sposarsi e che i genitori le fanno pressione perché si sistemi. Ma il matrimonio è scivolato in basso nel suo elenco di priorità: “La mia migliore amica delle elementari ha appena avuto il secondo figlio e la prima ha già sei anni. Ogni volta che torno giù la bambina mi chiede perché non ho anch’io un figlio. Vedo la mia amica litigare con il marito ogni giorno. Hanno pochi soldi, non hanno l’automobile, la casa non è di loro proprietà”. 

Il piano di K. è tener duro per altri due anni e poi tornare in Vietnam. E quando lascerà la grande azienda giapponese per una più piccola, potrà pretendere uno stipendio più alto. Per via dell’esperienza, dice. “Perché ho lavorato nella grande industria. È così che funziona, no? Sto diventando più forte e sto accumulando esperienza”. L’esperienza è come un’arma, e devi mettere a punto la tua. 

Poi mi consiglia di risposarmi e di fare un figlio, trovare qualcuno che si occupi di me, così potrò fare una vita “come tutti”. Guardiamo lontano, oltre la selva di tetti; poi l’occhio di K. corre al telefono e lei, sorpresa di quanto si è fatto tardi, se ne va. 

Mark Robinson

 

Traduzione di M.A.

Da: Internazionale Extra, n° 4, Tokyo, estate 2018, pp. 55-57.

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Vive dal 1988 a Tōkyō, Mark Robinson e della metropoli conosce tutto o quasi. Ha scritto corrispondenze dalla capitale giapponese per il Financial Times e Monocle e nel frattempo è diventato un critico gastronomico esperto di cucina giapponese. Per Kodansha USA ha scritto un libro che rivela tutti i segreti degli izakaya dal titolo Izakaya: The Japanese Pub Cookbook.

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