Jigokudani, la “valle infernale” a Noboribetsu onsen. Isola di Hokkaidō, agosto 2001.

 

Noboribetsu (alla stazione)

In agosto, la gioventù giapponese parte a gruppi per visitare il suo wild west nell’isola di Hokkaidō, secondo orari stabiliti da molto tempo e tali da lasciar loro giusto il tempo di passare da un treno a un autobus e da quell’autobus a un altro treno dove alcuni leggono assiduamente la descrizione del paesaggio. Gli scompartimenti sono pieni di giovani robusti, di ragazze che scoppiano di salute, e i due settori si osservano ma quasi non si parlano, per quanto ne abbiano voglia. Quando qualcuno più audace, incoraggiato dai suoi complici, osa chiedere alle sue vicine da dove vengono e dove contano di andare, bisogna vedere con quale interesse il vagone segue il suo tentativo di approccio. Così, ciò che dovrebbe naturalmente manifestarsi tramite sorrisi, scherzi e goffaggini che toccano di più delle più abili manovre, resta a fermentare in quelle teste già così ben riempite dagli esami. Le ragazze si riempiono di brufoli o di tristezza. Talvolta anche (raramente) ci si suicida. I ragazzi diventano estremamente timidi o segretamente violenti fino al giorno in cui, per esempio, si mettono in sei per correggere un compagno troppo timido e imbranato, e così energicamente che quello non si rialzerà più. Di queste esecuzioni collettive che degenerano in omicidi, ne ho contate una mezza dozzina nei giornali di quest’estate.

Si va a Hokkaidō perché là fa fresco, ma anche per vedere le “solitudini” tanto celebrate dalle agenzie di viaggio. Ma non ci si va da soli: quindici o venti è già un buon numero, con qualche radiolina in più. La solitudine va bene, ma a patto che si sia in molti! È chiaro che le possibilità economiche del gruppo – che sono più modiche – svolgono un ruolo non trascurabile, ma c’è anche il piacere del numero. Del resto non ci trovo niente da ridire: quegli studenti sono semplicemente meno misantropi di me.

Di tanto in tanto però si incontra una pecora nera, un viaggiatore solitario, ma la benevolenza che ispira svanisce allorché vi confessa questa tara abbassando la testa come se fosse una malattia inconfessabile.

Quello che mi ha appena rivolto la parola è un ragazzo di Ōsaka. Il suo compagno l’ha lasciato, o forse si è ammalato. Sono ventiquattr’ore che è da solo. È stato in una birreria, poi ha visitato due crateri, i margini di una foresta “protetta”, e ha nostalgia di casa. Consulta un orario per vedere come combinare il suo viaggio col mio.

-Le piace il Giappone?

A volte sì, molto. Ma non amo questa domanda.

-Mangia sashimi (pesce crudo)?… Sa camminare con i geta (zoccoli di legno)?… mangiare coi bastoncini?

Un questionario inquieto, sentito tante volte da renderlo patetico. La risposta è a tutto, dato che il pesce crudo è un cibo squisito, i geta hanno il loro lato positivo, e la superiorità dei bastoncini di legno levigato che servono una volta sola rispetto alla forchetta d’acciaio passata in tutte le bocche non è più da dimostrare. Vivere “alla giapponese” non presenta nessuna difficoltà, anzi è un piacere; semplice apprendistato da boy.scout, come mi ha detto giustamente un giovane sacerdote francese. È vivere con loro che è talvolta difficile… e vivere soltanto.

Il mio visitatore nota un libro sul tavolino e lo sfoglia, la mente assente. Ha un tic che gli tira l’angolo destro della bocca, e mi rendo conto che per lui è duro. Se avessi un po’ di compassione non esiterei. Ma, ecco, sento che cerca un maestro… e io ho detestato tanto la scuola. E poi, so così poche cose che valgano la pena di essere insegnate. Ho invertito i ruoli; lui ha insegnato a me le regole dello shogi (gli scacchi giapponesi). Un attimo dopo me ne sono sbarazzato col sonno, restituendolo a quella solitudine che dovrà una buona volta imparare. Piano piano, io sto cercando di farlo.

Una domanda che,  in campagna, i contadini mi hanno fatto spesso: se avevo ancora mia madre. Quando venivano a sapere che viveva dall’altra parte della Terra, sul loro volto compariva un’espressione di sincera compassione: come! Tutto solo in un campo di riso, circondato da estranei, così lontano dal suo paese e da sua madre… “Però, dopo tutto – aggiungono a volte per consolarmi – quando le scrive riceverà dei bei francobolli”.

 

 

Nicolas Bouvier

(1929-1998)

 

Traduzione di Paola Olivi e Beppe Sebaste.

Da Il suono di una mano sola. Cronache giapponesi,

 Reggio Emilia, Diabasis, 1999 (Chronique japonaise, Losanna, Payot 1975), pp. 185-187.

 

 

🎌🇨🇭🎌 

Altre volte ho scelto brani di Bouvier, nel corso degli anni, per i post in questo blog e la ragione è data dalla mia stima incondizionata per questo viaggiatore (svizzero francofono) il cui sguardo disincantato e implacabile sul mondo e sulla vita l’ha tenuto sempre lontano da stereotipi e preconcetti, da “ismi”.  E le vicissitudini, senza un soldo a Tōkyō e a Kyōto (tanto per parafrasare Orwell), percorrendo a piedi il Giappone, dormendo nel retro di bar, sotto le tettoie dei templi, lungo i sentieri, ci restituiscono frammenti di vita giapponese raccontati senza alcun compiacimento, senza alcun abbellimento. Come un’attendibile testimonianza. E, verrebbe da aggiungere: “Finalmente!”. Così, alcune pagine delle sue cronache giapponesi restano scolpite nella mente, semplicemente indimenticabili.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedin

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *