Hiroshima. Sotto ai ciliegi. Marzo 2013.

 

Ricordo.

Passeggiavamo sotto i ciliegi, a Hiroshima. Era lungo il fiume, sul lato del Parco della Pace e nonostante il freddo coppie e famiglie si erano sedute sotto gli alberi dai rami cadenti, gli shidarezakura, a mangiare, per stare vicini, più vicini ai fiori. Era uno hanami sferzato dal vento gelido e ci colpiva vedere i passanti alzare naturalmente lo sguardo verso i rami fioriti.

No, non era una cosa da turisti, era semplicemente un’azione naturale, spontanea. I fiori splendenti, e sullo sfondo le rovine del Genbaku domu, i petali svolazzanti e poco lontano l’orrore della bomba. Era la vita che si affermava ancora una volta, davanti ai nostri occhi. Forse ognuno di noi aveva dentro questa osservazione, piccola e banale ma vera, certo. Forse ciascuno di noi aveva pensieri che non sentiva di condividere. Oppure nessun pensiero ma solo il desiderio di abbandonarsi ai fiori. Per quasi tutti era il primo hanami, ed era a Hiroshima. La sera poi saremmo tornati, avremmo riattraversato nella debole luce dei lampioni il parco, avremmo visto ancora piccoli gruppi seduti sotto i fiori. Fra noi le parole ora fluivano. Improvvisamente ci eravamo zittiti davanti al cenotafio che ricorda le vittime. Forse avevamo pregato. Poi avevamo ripreso il cammino verso il fiume scintillante delle luci riflesse dei palazzi sull’altra sponda. Ricordo che pensavo che ogni volta che torno a Hiroshima ci torno come a un appuntamento che non posso mancare, che tante altre volte ci tornerò, che penserò forse le stesse cose.  E ogni volta mi dirò che devo tornarci. E non avrò mai imparato abbastanza.

Ricordo che guardavo le folto del fogliame una luce lontana, ascoltando le voci degli amici lungo il viottolo. C’era la luna.

 

Per Alessia, Anna, Giuliana, Lucia, Marta, Stefania, Lino, Marco, Stefano.

E per Mario.

La cupola della bomba, il Genbaku domu, nella fredda notte di primavera. Hiroshima, marzo 2013.

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