Tormia

 

Voyage au Japon/Viaggio in Giappone

 

1923

 

 

2. Indiscrezione

 

 

È stato necessario – compito fastidioso – rifare i bagagli.  Molte cose erano già sistemate nella cabina, precario alloggio.

 

Un quadernetto è sgusciato fuori e, miracolo, è redatto in francese:

 

 

 

“Infine, stiamo per arrivare domani mattina. Quarantatre giorni di mare e ora è finita. Perché non deve funzionare la Transiberiana? Almeno in quindici giorni saremmo andati da Parigi a Tokyo, come ho fatto per due volte prima della guerra.

 

Che starà facendo lei sul ponte? È salita molto presto, l’ho sentita. Vuole ammirare le prime isole. Ha ragione. È molto bello. Molte cose sono belle, in Giappone. Ma la Francia è anch’essa un paese molto bello. Mi piace viverci.

 

Credo che avrà parecchie disillusioni, la piccola! Se solo indovinasse la serie nera delle serate solitarie che la attendono! Perché succederà che debba andare a tutte le onorevoli cene di onorevoli signori, visto il tempo che non mi vedono qui. Doveri. A volte anche piaceri.

 

Come si affinerà la sua giovane intelligenza e si accrescerà ancora qui, se saprà vedere e comprendere. Aveva bisogno di questo viaggio. Sarà salutare al suo spirito così avido di arricchirsi. Poi lo libererà, questo giovane spirito, dalle idee false che un’educazione religiosa rigida le aveva forzatamente inculcato.

 

Quando torneremo in Francia, comprenderà la sua nuova ricchezza, se lei avrà saputo cogliere ciò che occorreva là dove occorreva. Ho fiducia in lei.

 

Una cosa mi turba: ho paura di farla soffrire involontariamente. Perché la vita di una coppia francese e quella di un coppia giapponese sono due cose ben diverse e occorrerà che noi barattiamo la prima contro la seconda, almeno per qualche mese. Io cercherò di portarla dovunque mi sarà possibile, ma con certi jiji[1] ancora molto “būn-kara”,[2] sarà difficile condurre una signora alle riunioni maschili.

 

La fusione delle razze * è una cosa ben difficile. Ciò nonostante io, che conosco i francesi dal tempo in cui sono venuto a vivere fra di loro, posso dire che hanno molte delle nostre virtù e certi modi di vedere molto simili ai nostri.

 

Ho frequentato in Francia tutti gli ambienti, politici, clericali, scientifici, letterari, artistici, industriali, commercianti e agricoli. Durante il mio lungo soggiorno mi sono impegnato a scoprire il vero spirito francese; per ogni straniero, penetrare nel cuore di un popolo è un’impresa poco semplice. Ma, se ho incontrato cose sgradevoli e gradevoli, esse non mi hanno mai fatto perdere la mia imparzialità: è con gioia che ho constatato le numerose affinità intellettuali della  mia razza e della razza francese. Desidero che mia moglie conosca il Giappone con un cuore nuovo, privo di qualsiasi pregiudizio. Quali che siano i paradossi che la attendono, mi auguro ardentemente che comprenda tutto ciò che nel mio paese merita di essere apprezzato, se non amato.

 

Il Mare Interno dalla collina di Onomichi. Estate 2009.

… Il mio proprio sogno, di me che mi sono liberato di tutti i pregiudizi e di tutte le superstizioni inutili della mia razza per conservarne solo le virtù essenziali, sarebbe quello di liberare a sua volta dalle stesse catene la compagna che ho eletto fra tutte le altre donne.

 

Ci riuscirò? Vorrà lei stessa aiutarmi? So che dal nostro viaggio dovrà nascere o l’intesa perfetta e definitiva, o la discordia.

 

Che male mi fa il cuore a battere così nel mio petto!”

 

 

 

E il mio, anche!

 

Palazzo Imperiale a Tōkyō. Estate 2009.

 

* Utilizzo qui, solo ed esclusivamente per fedeltà al testo, il termine “razza”, in voga all’epoca in cui il testo è stato scritto. Termine che è privo di qualsiasi fondamento scientifico.

 

**Traduzione (errori compresi) e foto sono mie. R.M.



[1] Vecchi signori. (Nota dell’autrice)

[2] Xenofobi. (Nota dell’autrice)

 

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