“Il brodo di riso”, acquerello di Satō Giei.

 

Il brodo di riso

 

Quando, colpito da colui che serve a tavola, risuona il gong a forma di nuvola, la grande assemblea capisce che deve mettersi in fila dietro al cerimoniere e raggiungere il refettorio. Situata fra il vestibolo d’ingresso e il padiglione principale, è una sala a tatami, lungo cui corre, per una larghezza di un tatami e mezzo, tre metri circa, una pedana sopraelevata. Una volta che ognuno ha raggiunto il suo posto, la propria ciotola davanti a sé, si recita vari sūtra e invocazioni per il pasto, poi viene distribuita la razione, ciotola dopo ciotola, come prescritto. Si prelevano sette grani di riso cotto, che si offrono agli spiriti affamati, gaki,** prima di unire tutti insieme le palme davanti a sé al segnale del sorvegliante che colpisce l’una contro l’altra le due tavolette di legno: è solo in quel momento che si possono prendere in mano i bastoncini.

Un brodo di riso, comunemente chiamato “zuppa in cui si osserva il soffitto”, chiara al punto che vi si riflettono gli occhi e il viso in cui spunta la barba, e del takuan, rapa nauseabonda a forza di essere stata a macerare nella salamoia: tali sono i due piatti di un menu frugale da strapparvi le lacrime! 

Come indica l’espressione “i tre padiglioni del silenzio”, è proibito fin il minimo rumore: nessuna questione di lappare il brodo di riso, di far scricchiolare fra i denti la rapa sotto sale, di urtare i bastoncini. Alla fine di questo pasto austero, la ciotola, risciacquata con il tè che vi è stato versato, è asciugata con un colpo di straccio e poi risistemata.

Se le regole sono stabilite con questa precisione cerimoniale e conformemente agli insegnamenti buddhisti, è che il pasto fa parte integrante degli “esercizi religiosi” e costituisce la provvista per la giornata svolta nella ricerca della Via.  È così che, grazie al rituale della tavola, si è in grado di cogliere l’essenza stessa della vita di un tempio zen: una riconoscenza spinta all’estremo per una vita dai bisogni ridotti all’estremo.

 

Satō Giei

(1920-1967)

 

Fonte: 

Satō Giei, Journal d’un apprenti moine zen (Unsui nikki, 1966),

traduit du japonais par Roger Mennesson, Arles, Philippe Picquier, 2010, pp. 54-55.

Edizione giapponese pubblicata da The institute for Zen studies nel 1972.

❖Mia traduzione “di servizio” dall’edizione in lingua francese.

 

*È lo unban, un gong appeso, a forma di nuvola, utilizzato per annunciare i pasti.

**I gaki sono gli spiriti affamati, una delle sei classi di esseri del ciclo delle rinascite: essi sono sottoposti a privazioni estreme e a grande sofferenza. 

 

 

➽ Maggiori informazioni sul libro e il suo autore le trovate in questa pagina:

https://www.rossellamarangoni.it/una-lettura-per-lestate-unsui-nikki-il-diario-di-un-novizio-zen.html

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