“Nell’orto”, acquerello di Satō Giei.

 

Nell’orto

 

Se il monastero zen dipende in larga misura per il suo cibo dai doni che provengono dall’esterno, non è meno vero che dispiega sforzi di ogni natura per bastare a se stesso; per limitarsi alle verdure, ci si fa un punto d’onore di provvedere ai bisogni del tempio, cosa che dà al lavoro dei campi un posto speciale.

Quando ci si dedica al lavoro nell’orto, si fa la propria parte con concentrazione e silenzio, che si tratti di spargere il letame o di seminare. Coloro che si impegnano in questo compito misurano il prezzo di un semplice chicco di riso gettato per terra: sì, finisce per pesare tanto quanto il monte Sumeru e rivela fino a che punto noi siamo in obbligo con la natura. La fatica che uno ha fatto non è infruttuosa; si fa offerta delle primizie a Idaten.

Se la coltivazione degli ortaggi ha lo scopo di assicurare il beneficio di un raccolto abbondante, non deve però far dimenticare il lavoro sui kōan, secondo l’adagio: “Il lavoro in movimento vale cento milioni di volte il lavoro nella quiete”. Con simili esercizi per ritmare molto concretamente il giorno, non si ha forse la prova più pertinente, la più irrefutabile che la vita in un monastero zen respinge ugualmente la letargia sonnolenta e il sogno inconsistente?

 

Satō Giei

(1920-1967)

 

Fonte:

Satō Giei, Journal d’un apprenti moine zen (Unsui nikki, 1966),

traduit du japonais par Roger Mennesson, Arles, Philippe Picquier, 2010, pp. 72-73.

Edizione giapponese pubblicata da The institute for Zen studies nel 1972.

❖Mia traduzione “di servizio” dall’edizione in lingua francese.

 

➽ Maggiori informazioni sul libro e il suo autore le trovate in questa pagina:

https://www.rossellamarangoni.it/una-lettura-per-lestate-unsui-nikki-il-diario-di-un-novizio-zen.html

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