Da un acquarello di Satō Giei.

Una lettura per l’estate. Per chi legge questi post. Tutta dedicata a chi passa di qui.

La vorrei insolita, non scontata, che racconti qualcosa di interessante ma che non sia troppo pedante. Che doni leggerezza, quella di cui abbiamo bisogno sempre d’estate, e a maggior ragione in un’estate come questa. Una lettura che faccia riflettere, sì, ma anche sorridere un po’.

Ho trovato.

Proporrò pagine di un libro che ho apprezzato molto perché è proprio così, lieve e sorridente, come immagino fosse il suo autore. Si tratta del diario di un novizio zen, Unsui nikki, scritto e illustrato da Satō Giei (1920-1967), forse nel 1966, per celebrare l’anniversario dei 1100 anni dalla morte del fondatore della scuola Rinzai dello zen, l’energico maestro cinese Linji Yixuan, morto nell’ 867 (nome giapponese, Rinzai Gigen), una delle figure maggiori del Chan. Nel 1967, dopo la morte di Satō Giei, sotto il suo futon fu ritrovato il manoscritto del nikki (diario): fogli sparsi di acquarelli (96, per l’esattezza) accompagnati da brevi testi, a raccontare, “dall’interno”, la vita quotidiana di un monastero zen, vista attraverso lo sguardo di un novizio, un unsui, come è chiamato nello zen, ossia “nuvole e acqua”. 

Le nuvole che si formano e si dissipano liberamente nel cielo e l’acqua che scorre nel fiume adattandosi a ogni forma e aggirando ogni ostacolo: tale è l’ideale di vita dello Zen, l’ideale espresso dalla nozione del non attaccamento. Gli unsui rappresentano questo ideale in potenza.

L’unsui in questione è un monaco della scuola zen Rinzai, Satō Giei, nato a Ueno, nel Giappone centrale, e entrato come novizio al Tōfukuji, uno dei cinque grandi templi zen di Kyōto, nel 1939. Dopo aver completato gli studi al tempio, Giei è monaco presso l’eremo del maestro zen Ienaga Hatsumichi. Resta a Kyōto fino al 1942 quando è chiamato a succedere a suo padre, alla morte di questi, come responsabile del suo tempio. Durante la guerra,  pur arruolato, a causa della debole costituzione e dei ricorrenti periodi di malattia, viene messo a svolgere vari lavori per il municipio, continuando a gestire il tempio di famiglia, lo Hōsenji di Ueno, di cui oramai era diventato responsabile e lì muore, a soli 47 anni, nel 1967.

Se nel XIII secolo, all’epoca della sua fondazione, il Tōfukuji ospitava alcune centinaia di monaci, quando Giei vi entra nel 1939 i monaci che vi risiedono sono solo 22 e 9 ne restano alla fine della guerra. Come ho scritto altrove, * attualmente, all’interno delle scuole zen in Giappone, la vita strettamente monastica è minoritaria mentre  sono altre le forme di vita religiosa prescelte (ad esempio la gestione di un tempio locale ereditata dal  proprio padre). La visione di Giei può quindi sembrare in un certo senso idealizzata se guardata dalla nostra prospettiva ma la sua testimonianza restituisce per la sua  freschezza, vivacità e umorismo l’autenticità di una vita vissuta. 

Diario non diario, il nikki di Giei non è scritto in prima persona ma, attraverso la creazione di un personaggio fittizio, Yōkan, racconta alla terza persona lo scandire delle ore e delle stagioni all’interno del monastero, le cerimonie religiose, le regole che reggono la vita della comunità, dal bagno ai pasti, dalla rasatura del cranio, al canto dei sutra, alla pulizia dei giardini, al lavoro negli orti. Insieme a Yōkan anche noi lettori apprendiamo a conoscere meglio la vita quotidiana di chi ha scelto la via dello Zen.

Ma prima di iniziare, da domani, la nostra lettura d’estate, mi preme una precisazione sulla questione della “fonte”. Non possedendo copia della versione originale giapponese, compio una scorrettezza inaccettabile dal punto di vista scientifico: tradurrò dalla traduzione francese di Roger Mennesson pubblicata nel 2010 dalla casa editrice Philippe Picquier e non direttamente dal giapponese come si dovrebbe fare. Non sono un’accademica e quindi posso prendermi questa libertà, assumendomene i rischi, solo per farvi piacere.

Siate indulgenti.

 

La mia fonte: 

Satō Giei, Journal d’un apprenti moine zen, traduit du japonais par Roger Mennesson, Arles, Philippe Picquier, 2010.

*Il testo in cui ne parlo è Zen, edito dall’Editrice Bibliografica di Milano (2019).

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