“Moi, comme les chiens, j’éprouve le besoin de l’infini”. Lautréamont

 

Per il capodanno del 1937 Clé* si trovava sulle Dolomiti, a Misurina, in attesa di Rolando e forse d’altri amici dell’amata banda tinegista. Il tempo era ostile. Il mondo delle crode era sigillato in un gelo polare. […]

Clé, tutto solo, non aveva alcuna voglia di uscire, e se ne stava nell’alberghetto Sorapis trafficando con gli sci, gli scarponi e le pelli di foca.

E qui accadde un fatterello, di quelli che possono decidere sequenze d’avvenimenti per una vita intera.

Clé liberò i suoi scarponi per gli sci dai vari fogli di giornale nei quali li aveva avvolti a Firenze, e buttò la cartaccia in un angolo della stanza, quando, proprio per caso, i suoi occhi caddero sopra un trafiletto che compariva in uno di quei fogli malamente spiegazzato. Il trafiletto, largo una colonna e lungo una decina di centimetri, diceva suppergiù: “Il noto orientalista professor Giuseppe Tucci, il quale percorse negli anni recenti memorabili itinerari nelle regioni inesplorate del Tibet occidentale, si prepara a tornare di nuovo sul Tetto del Mondo. Il professore conta di portare a termine un importante piano di ricerche che lo tratterranno tra le sue amate genti del Tibet per molti mesi”.

Clé provò un improvviso balzo al cuore. Poi ci dormì sopra ripetendosi: “Ma è una follia!”. Il giorno dopo l’idea folle persisteva a solleticarlo. Infine prese un foglio di carta, penna e calamaio (ancora le biro non erano state inventate) e scrisse al professore, offrendosi come possibile compagno, portaborse, o simili. Ebbe (lo capì poi) l’accortezza di dire che era non solo alpinista giovane e quadrato, ma assai pratico di fotografia. L’indirizzo? Non lo conosceva. Così spedì la lettera genericamente all’Università di Roma.

Due settimane dopo, tornato a Firenze, Clé trovò tra la sua posta una busta proveniente da Roma. Era il professor Tucci! Quasi incredibilmente il maestro non solo aveva ricevuto la lettera spedita tanto alla ventura da Misurina, ma rispondeva in modo abbastanza positivo. In sostanza diceva: “Vieni a Roma, potremo parlare del progetto”.

La corsa a Roma ebbe un ottimo risultato. Si vede che Clé piacque all’illustre accademico. Gli accordi furono presi. La partenza doveva aver luogo in aprile. Clé capì subito che aveva fatto bene a parlare di competenza fotografica. Tucci, che non aveva mai preso una macchina in mano, delegava la registrazione fotografica delle sue imprese a chi l’accompagnava.  Nei viaggi  del 1933 e del 1935 gli era stato vicino un ufficiale di marina, il capitano Emilio Ghersi. Il medesimo forse non era disponibile nel 1937. Insomma Clé si vide, quasi da un giorno all’altro, promosso a compagno di viaggio di uno dei massimi esploratori italiani del nostro secolo. Il tutto legato a quel trafiletto notato per caso su di un frammento di giornale, sgualcito per giunta, quel mattino a Misurina.

 

* Clé è l’alter ego di Maraini nella sua autobiografia in forma di romanzo.

Fosco Maraini, Case amori universi, Milano, Mondadori, 1999, pp. 331 e 332.

 

 Universo Maraini. Un arbitrario, personale zibaldone per ricordarlo.

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