Nei pressi di Takayama. Forse primavera del 2009.

 

Perché raccontarti questo? Per cominciare dalla dimensione pubblica, la più vistosa. Anche “padre non è mito” si colloca in questa prospettiva, benché su un terreno diverso. Sei diventato famoso con folgorante sostanzialità, ma più tardivamente di Dacia. Coloro che ti considerano un mito, orbitano in ambienti diversi. Non risparmiano però neanche loro qualche situazione fantozziana. Tuttavia, poiché più ancora che un mito per molti sei un “cult”, meno spassoso è il ventaglio di situazioni. Tra i tuoi cultori, alcuni vorrebbero possederti in proprio  e diffidano d’ogni altra verità. Per me, però, padre non è mito, padre è padre. Un essere concreto. Con le sue qualità, e con i suoi umani difetti. Insomma, entità reale; e per questo, a me più vicino.

 

Ho cercato un giorno di spiegarlo al tuo amico John. Parlando del campo di concentramento, affermava che era soltanto grazie a te che ne eravamo usciti tutti vivi. A me sembrava una visione un po’ troppo da super-uomo, hollywoodiana perfino. Secondo la mia ricostruzione dei fatti, aveva invece contato molto lo spirito di gruppo che aveva permesso ai più giovani, tra cui te, di collaborare per andare alla ricerca di cibo (uno scavalcava il muretto, l’altro faceva da “palo”,  un altro afferrava il cibo ecc.), o ascoltare le notizie dalla radio delle guardie (uno teneva per i piedi l’altro da sopra il tetto), risolvere dispute e tensioni, andare in cerca di radici commestibili, coordinarsi col resto del gruppo (Ernesto Salvatore si occupava delle questioni di salute, Weilschott delle analisi politiche, ecc.), ognuno svolgendo una funzione utile alla sopravvivenza degli altri.  Senza dimenticare Topazia, che, pur malata di scorbuto, si occupava di noi, e non soltanto; nascondeva le tue poesie e i fagioli, partecipava alle decisioni del gruppo, cuciva i calzini del più anziano tra voi, ecc. Certo, avevi fatto il yubikiri, valoroso evento che ci aveva procurato una capretta in dono. Ma dopo, col precipitare della situazione militare (procedere degli Alleati, irrigidimento dei Giapponesi), le cose erano peggiorate, le razioni diminuite, le vessazioni aumentate. Quando lo spirito di gruppo, logorato dal malessere fisico e psicologico, si era stemperato, ognuno tentò di sopravvivere come poteva.  Al Kosaiji, mentre Topazia, allo stremo e relegata all’interno del tempio a cucire camicie, si guadagnava del riso per i nostri pasti, capitò a voi adulti di andarlo a cercare da soli, magari pernottando tra i contadini dei dintorni, mangiando di nascosto dagli altri. Lo spirito del “team di sopravvivenza” era svanito. Se la guerra non fosse terminata da lì a poco, non so come sarebbe andata.

 

Nell’insieme, dunque, come dissi a John, per me eri più umano così: elemento coraggioso, intrepido e vitale di un entroterra d’eventi ei di persone del quale facevi parte come individuo che agiva in gruppo, soffriva, cercava soluzioni, e non come super-uomo. Non so se John ha capito. I tuoi cultori prescindono dalla natura umana. Ma il tuo “endocosmo” era un complesso mosaico di luci, forti emozioni, talvolta anche cedimenti, e questo ti conferisce più umanità.

 

Toni Maraini, La lettera da Benares, Palermo, Sellerio, 2007, pp.  94,95,96.

 

Universo Maraini. Un arbitrario, personale zibaldone per ricordarlo.

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