Sulla binario di Ochanomizu. Il nostro primo viaggio a Tokyo, 1998.

A Tazaki Tsukuru piaceva guardare la stazione JR di Shinjuku.

Ogni volta che ci andava, comprava al distributore automatico un biglietto di accesso e saliva di solito al binario 9 o 10. Era lì che arrivavano i treni rapidi della linea Chūō. Treni a lunga percorrenza, diretti a Matsumoto o a Kōfu. I passeggeri, in confronto a quelli che salivano e scendevano ai binari delle linee metropolitane, erano molti meno, e anche le partenze non erano altrettanto frequenti. Quindi si poteva sedere su una panchina e assaporare con calma l’atmosfera.

Andava a vedere le stazioni come altri vanno ai concerti o al cinema, a ballare, allo stadio, o a guardare le vetrine. Quando aveva tempo e non sapeva cosa fare, o quando aveva qualche pensiero che lo preoccupava, i suoi passi lo portavano quasi automaticamente in una stazione. Al binario, seduto su una panchina, beveva un caffè comprato al chiosco e controllava su un orario in formato ridotto (che teneva nella cartella) l’ora di partenza dei treni: non faceva nient’altro. Poteva passare giornate intere in quel modo. Da studente, osservava la configurazione dell’edificio, il flusso dei passeggeri, i movimenti dei controllori, e annotava scrupolosamente quello che gli sembrava importante, ma ormai non avrebbe avuto senso.

I rapidi rallentavano e si fermavano al binario. Le porte si aprivano, i passeggeri scendevano uno dopo l’altro. Era uno spettacolo che bastava a dargli un quieto senso di appagamento. Quando capiva che un treno partiva in perfetto orario, senza inconvenienti, anche se succedeva in una stazione di una compagnia diversa dalla sua, si sentiva orgoglioso. Di un orgoglio pacato e privo di ostentazione. “*

Leggendo L’incolore Tazaki Tsukuro e gli anni di pellegrinaggio di Murakami ho ritrovato lo scrittore che conoscevo e amavo. La storia di un giovane ingegnere, un costruttore (perché tsukuru sta per “fare”) di stazioni che si crede “senza qualità”, incolore, appunto, (certo in contrapposizione anche allo stretto gruppo di amici che frequentava al liceo, ognuno dei quali recava nel nome il riferimento a un colore), ma di cui emerge a poco a poco l’intima ricchezza e profondità, mi ha riconciliata con uno dei miei scrittori preferiti. Uno scrittore da cui mi ero allontanata per “prendermi una pausa”. Non che non continuassi ad amare i suoi libri di un tempo, che non continuassi a seguire gli spostamenti dei suoi personaggi in giro per le strade della metropoli, dai vicoli di Kabukichō ai locali di Ikebukuro, dalle caffetterie lungo Omotesandō alle viuzze di Hachiōji.

Ma è che il monumento ambizioso di 1Q84 mi è sembrato – sin dalle prime pagine – eccessivo, un esercizio di mestiere, una dimostrazione di abilità che non mi ha dato nessuna emozione. D’improvviso mi sentivo, allora,  tradita da uno dei miei scrittori prediletti: non avevo forse acquistato Sotto il segno della pecora, il suo primo romanzo ad essere tradotto in italiano (ahimè, allora, dall’inglese), nel lontano 1992?

Quel libro di Murakami comprato tanti anni fa...

E, da allora, non avevo forse atteso con ansia la pubblicazione in Italia di ogni sua opera, dopo che il rappresentante di turno ce ne aveva anticipato l’uscita, passando in libreria a prenotarne le copie? Non l’avevo consigliato con passione a destra e a manca, ogni volta che se ne presentava l’occasione?

Non l’avevo scelto come autore di culto attraverso cui parlare di Tōkyō nel mio libretto su quella città?  E ora? Che (mi) stava accadendo?

Sì, quelle due lune in cielo mi avevano dato la sgradevole sensazione che Murakami “facesse troppo il Murakami”. A furia di voler stupire, mi sembrava tutto troppo prevedibile. Quel libro era per me una costruzione ardita e complessa dalle fondamenta fragili, inconsistenti.

Confesso: temevo di averlo perso per sempre.

Mi sentivo non solo abbandonata ma, a leggere dell’entusiasmo suscitato a livello planetario da un romanzo per me tedioso e addirittura fastidioso come 1Q84, mi sentivo anche emarginata: una lettrice incapace di cogliere la grandezza di un’opera che non stava lasciando nessuno indifferente. Una lettrice incapace? Ah, no, scusate: una lettrice esigente, ecco.

Dopo qualche capitolo già sentivo la sgradevole sensazione di essere stata turlupinata. E allora che si fa? Si chiude il libro. Fine.

Ma è arrivato Tazaki Tsukuru a riportarmi lo scrittore che amavo, a restituirmi intatto il piacere di leggerlo, di farmi assorbire dalla pagina, catturare dalla storia, dai discorsi, dai dialoghi e dai pensieri dei personaggi che incontrano Tazaki nel suo peregrinare alla ricerca delle sorgenti del proprio dolore. Una storia di amicizia e di rinascita.

Così questa lettura mi ha riconciliata con Murakami e mi ha riportata al ricordo di angoli di Tōkyō che amo e che rivedo attraverso le sue parole.

Mi sembra un buon livre de chevet, per iniziare bene le letture dell’anno.

Buon anno di buone letture, allora. A voi e a me.

 

 * Haruki Murakami, L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio, Torino, Einaudi, 2014. Traduzione di Antonietta Pastore.

 

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