Il Filatoio di Caraglio (Cuneo), il più antico setificio in Europa ancora esistente, l’unico ad essere stato recuperato come museo e spazio espositivo, da domenica 23 luglio a domenica 5 novembre 2017 ospiterà una mostra che, attraverso oltre 100 kimono originali, propone un viaggio nel mondo, nella cultura e nell’estetica del Sol Levante, ancora oggi fonte di suggestioni per arte, grafica, design e moda.

La scelta del luogo non è casuale: nel 1868, quando il Giappone si apre al mondo con la restaurazione Meiji, i setaioli italiani sono già nel paese da diversi anni per approvvigionarsi dei bachi giapponesi, gli unici a resistere alla pebrina, malattia che impedisce al baco di produrre il prezioso filo. Furono dunque i semai, i setaioli italiani in Giappone, i primi ad instaurare un importante rapporto di fiducia e conoscenza con il paese del Sol Levante e tra i semai piemontesi, uniti nella “Società Bacologica Torinese”, alcuni erano proprio di Caraglio.

Nel percorso di mostra – progetto di Consolata Pralormo curatela di Nancy Stetson Martin con Fabiola Palmeri – emergono la vita, le tradizioni, le feste e i paesaggi giapponesi grazie ai motivi decorativi, ai colori, alle raffinate rappresentazioni di fiori e foglie, insetti e animali, montagne e onde impetuose. Dal linguaggio del decoro, parte integrante della cultura giapponese, emerge quel vasto impero dei segni che racchiude il pensiero poetico di una cultura visiva di origini antiche e significati profondi. “…In Asia il decoro parla” afferma Nancy Martin Stetson.

Dalla sala 1. Tema stagionale: primavera.

Attraverso 4 sezioni dedicate rispettivamente al succedersi delle stagioni, al paesaggio, all’acqua e all’arte, la mostra mette in luce la bellezza dei kimono e ci parla del Giappone, da sempre luogo di straordinaria potenza evocativa e da oltre un secolo punto di riferimento estetico per l’Occidente. Quella stessa estetica che a fine Ottocento conquistò e sconvolse il mondo artistico europeo, influenzando, tra gli altri, Vincent Van Gogh, Claude Monet e Gustav Klimt, fino a Mondrian e Maria Lai, continua ancora oggi a ispirare artisti, fra i quali Takashi Murakami ed il giovane Yoshiyasu Tamura. Il kimono è anche un archetipo per fashion designer come Issey Miyake e Rei Kawakubo, per il kimono designer Shinobu Baba che li disegna adattandoli al corso del tempo, e contagia positivamente la produzione di grafica e cinematografica contemporanea.

“Il linguaggio del decoro va studiato – sostiene Nancy Martin Stetson – il suo luogo di esposizione privilegiato è il kimono che ci fa intravedere un mondo ordinato e forse felice, raccontato in segni… È questo mondo, attraverso i suoi motivi, i suoi pattern e i suoi colori, che vogliamo raccontare”.

 

La prima sala, dedicata alle stagioni, ripercorre il ciclo della natura che nella cultura giapponese è sorgente generosa e misteriosa della vita, nella quale l’uomo deve vivere in armonia essendone parte integrante. Questa visione della natura è stata interiorizzata nel decoro del kimono, nel quale gli elementi naturali sono dunque predominanti e formano un codice simbolico, ma anche una sorta di almanacco spontaneo derivato dalla continua osservazione di segni naturali. Le fasi lunari, lo sbocciare di una pianta, il risveglio delle formiche, la rugiada notturna, fiori, foglie e animali danno vita ad un vero e proprio racconto in stoffa di quello che il poeta Kenkō nel XIII secolo descrisse come “la struggente bellezza del mondo”, una bellezza del tutto naturale, espressa nella tintura e nella decorazione dei kimono, testimoni tangibili della stessa antichissima tradizione.

Dalla sala 1. Tema stagionale: inverno.

Nella seconda sala, dedicata al paesaggio, le fodere interne di alcuni kimono rivelano la meraviglia nascosta di dettagliati dipinti a china, testimonianze rare perché lo stesso inchiostro nel tempo provoca sovente la polverizzazione della seta. Accanto ai significati benaugurali e poetici, la rappresentazione dei paesaggi si rifà a racconti e miti della letteratura classica e, ad introdurre la sala, sarà proprio la letteratura. Nelle vecchie scritture, nelle poesie, nelle canzoni tradizionali si ritrovano infatti tracce di un mondo rurale leggendario, trasformato nel tempo in modello canonico e in segni per l’arte e il decoro.

La terza sala, dominata da fluttuanti sfumature di indaco, è dedicata all’acqua, elemento vitale per il Giappone, arcipelago di quasi 7.000 isole circondate da un mare tranquillo o tempestoso, punteggiate di fiumi, laghi e sorgenti calde, colpite da piogge estive e incredibili nevicate. Gli abitanti di questo paese insulare hanno da sempre coltivato enorme rispetto per questo elemento naturale cui la storia, la religione, la filosofia giapponesi attribuiscono una forte valenza simbolica: l’elemento acqua, da cui si sprigiona una potente forza creatrice, è un culto oggetto di pratiche rituali e, naturalmente, soggetto privilegiato per l’arte e il decoro.

Dalla sala 3. Tema: acqua.

La quarta sala suggerisce le infinite implicazioni esistenti fra il kimono, l’arte e la moda attraverso dettagli di colore, forme geometriche, grafiche, logo e decori, volumi e spazi del corpo. Il kimono infatti è riuscito a regalare spunti espressivi a moltissimi artisti occidentali dalla fine del 1800 ai giorni nostri e continua ad influenzare i creativi in Giappone e nel mondo. Il confine fra arte e kimono è molto sottile e, per raccontare questi due mondi paralleli, ai kimono saranno accostate immagini, suggestioni, sfilate. Anche la struttura del kimono che non esalta le forme, ma le nasconde con grazia, detta ancora oggi le sue leggi per avvolgere il corpo e viene indagata e attualizzata dai grandi maestri del fashion nipponico come Issey Miyake, Yohji Yamamoto e Rei Kawakubo di Comme des Garçons la cui estetica, in mostra proprio in questi mesi al MET di New York, ha ormai innumerevoli seguaci. Immagini e video di sfilate suggeriranno stimolanti relazioni e reciproche influenze.

I kimono esposti provengono da una preziosa collezione privata, composta da oltre 700 kimono quotidiani e destinati alle cerimonie familiari del periodo Meiji (1868-1912), del breve periodo di pace Taishō (1912/1926) e del primo ventennio del periodo Shōwa (1926/1945).

Accompagna la mostra un catalogo a cura di Paola Gribaudo edizione Gli Ori.

 

Sede della mostra:

Filatoio di Caraglio, via Matteotti 40, 12023 Caraglio (Cuneo)

tel. +39 0171 61.83.00 – www.filatoiocaraglio.it – info@fondazionefilatoio.it

Dalla sala 4. Tema: arte.

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Un ponte fra il verde. Giardino di Hamarikyū. Tōkyō, agosto 2007.

 hitonatsu no

shi hashi wo rō ni

sutsubeki ka

Poesia di un’estate.

Potrei abbandonare il ponte

per le onde?

Yamaguchi Seishi

(1901-1994)

Traduzione di Irene Starace.

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Utagawa Kunisada (1786-1865) e Utagawa Kuniyoshi (1798-1861), Ōtomo no Yakamochi, dalla serie Nishikie Chūiri Hyakunin isshu, libro stampato policromo, pubblicato a Edo da Izumiya Ichibei, 1849.

 

かささぎの 
渡せる橋に 
置く霜の 
白きを見れば 
夜ぞふけにける

Kasasagi no 
Wataseru hashi ni 
Oku shimo no 
Shiroki o mireba 
Yo zo fuke ni keru

 

Consigliere di Mezzo Ōtomo no Yakamochi

(718?-785)

Quando io vedo il candore Quando si guarda

È dinanzi al candore

della brina deposta sul ponte delle gazze  della brina

sul ponte gettato

il ghiaccio candido  che imperla
dalle gazze, allora sì che vuol dire che la notte  il ponte delle gazze
la notte è inoltrata. è un’ala curva e fonda.  che mi accorgo che la notte è ormai fonda.
         Marcello Muccioli          Nicoletta Spadavecchia               Andrea Maurizi

 

Fonte per il testo giapponese:

Japanese Text Initiative della University of Virginia Library.

 

Le traduzioni sono tratte da:

Marcello Muccioli (a cura di), La centuria poetica, Milano, SE, 2010 (prima edizione: Firenze, Sansoni, 1950).

Nicoletta Spadavecchia, Michelangelo Coviello (a cura di), Fujiwara Teika. Tanka. Antologia della poesia classica giapponese, Milano, Corpo 10, 1990.

Andrea Maurizi, Poesie di cento poeti in Virginia Sica, Francesca Tabarelli de Fatis (a cura di), Lo spirito giovane della calligrafia classica. Personale di Kataoka Shikō, Trento, Go Book, 2006.

☛ Ho scelto queste traduzioni e non altre, che pure esistono, perché già nella mia disponibilità.

☀️☀️☀️

L’immagine che ho scelto per illustrare il waka n°6 è di Utagawa Kunisada e Utagawa Kuniyoshi, artisti del tardo periodo Edo la cui sensibilità è, inevitabilmente, molto diversa da quella che ha dato origine al componimento poetico di Yakamochi.

E in questa immagine, ecco cosa vedo.

 

Nella notte invernale il poeta, abbigliato in vesti di corte splendidamente decorate, osserva un ponte arcuato immerso nella nebbia. È il ponte delle gazze, quello cui fa riferimento il waka stesso, in periodo Heian metafora della scalinata che conduce alla residenza imperiale. Un angolo del padiglione a cui si accede dal ponte occupa la parte destra della stampa, come raggelato nell’atmosfera invernale.

Ciò che mi colpisce, in questa scena, è che la stampa sembra essere cromaticamente divisa in due: in basso, in primo piano, la superficie diagonale della veranda e la figura monumentale del poeta, la cui veste abbina cerchi verde-azzurri a losanghe rosse su un brillante fondo color crema, mentre in alto gli edifici, tratteggiati sinteticamente, sono immersi in un’atmosfera invernale resa in un bianco e nero smorzato solo dalla banda colorata di un azzurro intenso che allude alla luminosità peculiare alle notti della stagione fredda.

E del resto il waka stesso descrive una scena invernale, questo pare evidente. Molti artisti, però, interpretarono il riferimento al ponte delle gazze come un’allusione alla leggenda delle stelle innamorate (Tanabata) celebrata il 7 di luglio e che si collocava quindi, secondo il calendario lunare, all’inizio dell’autunno. La leggenda di origine cinese dell’amore fra il mandriano (Altair) e la tessitrice (Vega), separati dalla Via Lattea per volere del cielo e riuniti solo una notte dell’anno, quella, appunto, del 7 luglio, è molto amata in Giappone e ha ispirato nel corso dei secoli numerosi artisti i quali interpretavano il waka di Ōtomo no Yakamochi come se il poeta, ammirando l’immobilità di una scena avvolta nel gelo di una notte invernale, ricordasse la brina che nella notte di Tanabata permette al ponte delle gazze di attraversare il fiume celeste per unire le due stelle.

Come ha osservato lo studioso Joshua Mostow, non vi è alcun riferimento alla festa di Tanabata nei versi di Yakamochi ma gli artisti vollero che ci fosse. Solo così possiamo comprendere la stampa di Kuniyoshi che illustra il componimento n° 6 nella serie Hyakunin isshu no uchi. Un ponte di nuvole attraversa il cielo stellato e unisce i due innamorati ritratti secondo l’iconografia cinese.  La fanciulla dalle vesti svolazzanti e morbide sembra in attesa del mandriano che, seduto in una posa classica, si lascia condurre dal bufalo lungo l’aereo ponte che lo porterà, finalmente, accanto all’amata.

📖

Un testo imprescindibile per comprendere le interpretazioni iconografiche della raccolta Hyakunin isshu è:

Joshua S. Mostow, Pictures of the Heart. The Hyakunin Isshu in Word and Images, Honolulu, University of Hawai’i Press, 1996.

Utagawa Kuniyoshi (1798-1861), Ōtomo no Yakamochi, dalla serie Hyakunin isshu no uchi, pubblicata dall’editore Ebisu, fra il 1840 e il 1842 circa.

 

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Il banco del ristorante. Sushi e sashimi a Ueno. Aprile 2013.

Sashimi: ebi

Gamberi, scampi e aragoste crudi

 

Preparazione: 30 minuti.

 

12 gamberi o scampi piccoli oppure 4 gamberoni o aragoste . salsa di soia . wasabi . qualche foglia verde . fiori gialli di crisantemo commestibile

Le dosi sono per 4 persone.

 

Amaebi, gamberi dolci al mercato Nishiki di Kyōto. Estate 2009.

Togliere ai gamberi la testa e il carapace, che chiamerò guscio per brevità, lasciando però attaccata la coda. Pulirli, levare con uno stuzzicadenti il filamento nero, lavarli bene, asciugarli e servirli interi, se piccoli.

Nel caso di scampi o gamberoni piuttosto grossi (o se si ha addirittura un’aragosta) tagliare il guscio nella parte ventrale e, cercando di mantenerne intatta la parte dorsale e la coda, togliere la carne, quindi lavarla, asciugarla, tagliarla a fettine e riporla in frigorifero.

Far bollire il guscio svuotato finché diviene rosso, asciugarlo bene, posarlo su un piatto e accomodarvi dentro i pezzetti di polpa, decorando con foglie verdi e qualche fiore giallo di crisantemo. Come ogni altro piatto di sashimi, va accompagnato da ciotole con salsa di soia in cui sciogliere 1 pizzico di wasabi grattugiato.

 

🍚🍜🍚🍜🍚🍜🍚

Anche questa gustosa ricetta casalinga giapponese è stata scelta per noi da Graziana Canova Tura ed è tratta dal suo prezioso manuale:

 

Il Giappone in cucina

nuova edizione riveduta e aggiornata

Milano, Ponte alle Grazie, 2015.

 

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