WUNDERKAMMER

 

 

 

TŌKYŌ

Cupe nuvole celavano il fiume Sumida. Dal finestrino del piccolo treno a vapore egli contemplava i ciliegi dell’isoletta Mukōjima. I ciliegi fioriti gli parevano uno spettacolo triste, quasi fossero una fila di stracci. Eppure in quegli alberi piantati all’epoca di Edo egli finì per riscoprire se stesso.

 

Akutagawa Ryūnosuke (1892-1927)

da “Vita di uno stolto (Aru aho no isshō, 1927)” in La ruota dentata e altri racconti, traduzione di Lydia Origlia, Milano, SE, 1990, p. 67.

 

E i ciliegi già sfiorivano, lungo il Sumidagawa. Tokyo, aprile 2013.

 

 

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Programma e dettagli a questo link: 

https://www.editricebibliografica.it/scheda-corsi/rossella-marangoni/il-femminile-e-il-sacro-in-giappone-sciamane-sacerdotesse-monache-laiche-fra-shintoismo-e-buddhismo-01-2021-579534.html

Le iscrizioni sono aperte: vi aspetto!

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Forse la cosa più saggia è sempre tornare ai classici. Anche nella letteratura giapponese.

Confesso che esplorare i banchi delle librerie alla ricerca di letteratura giapponese in questo periodo mi lascia sempre delusa e non perché non ci siano proposte.

Solo che nessun libro “mi chiama”, come direbbe il protagonista di un anime che avevo amato tempo fa. Tutti questi mici e micetti, gattini che cadono dal cielo o caffetterie magiche, ristoranti incantati o tazze di tè che dispensano felicità, oggetti che fanno stare bene e altre amenità di questo genere no, non fanno per me.

È quella che chiamo “letteratura consolatoria”, un genere che scala le classifiche come niente, che risolve, oserei dire. Risolve il regalo all’amica ma anche il momento di noia, risolve un pomeriggio domenicale di pioggia e, ne sono certa, ha risolto parecchi regali di Natale.

No, questa letteratura “incantata” che racconta un Giappone di maniera, altrettanto fiabesco, no, non fa per me. Io ho bisogno di storie “larger than life” (non mi viene al momento nessuna espressione altrettanto efficace), che mi incidano, non che mi sfiorino, che mi lascino tracce, che sia impossibile dimenticare.

Che mi insegnino qualcosa.

Questa letteratura consolatoria non riesce a toccarmi, non mi commuove, e mi sembra artificiosa.

Lascia indietro il Giappone che incontri per strada, negli sguardi delle persone, sui treni della serata che riportano a casa,. 

Meglio tornare ai classici, allora. Antichi, moderni o contemporanei che siano ti prendono per mano e non ti lasciano andare. Diventano parte di te.

Kyōto, una libreria dalle parti di Teramachi, 2015.

 

 

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Ricevo dalle amiche del Garden Club di Milano e volentieri pubblico:

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La significativa copertina della rivista su cui era apparso il mio saggio. Il disegno è di Paolo Cardoni.

 

Io ritornai da la santissima onda 

rifatto sì come piante novelle 

rinnovellate di novella fronda, 

 

puro e disposto a salire alle stelle.      

Purgatorio, XXXIII

 

“Io, che sono nato in provincia, nel profondo di una foresta giapponese, da tanto tempo perseguo il sogno della somma felicità nel primo canto del Purgatorio. Il Paradiso, per me che sono pagano, è troppo lontano. Il mio sogno sarebbe arrivare al cerchio più basso del Purgatorio, dove, a differenza dell’Inferno, soffia il vento, cade la pioggia, crescono gli alberi, si vedono le stelle. E i ricordi dell’Inferno e tutto ciò che è apparso nel Purgatorio costituiscono le metafore più importanti della mia letteratura.” Ōe Kenzaburō, a Mondello per il Premio dei Cinque Continenti, nel 1993, così rendeva poeticamente omaggio alle sue radici provinciali e all’autore prediletto, Dante.

Sull’importanza dei riferimenti danteschi nella letteratura di Ōe Kenzaburō, premio Nobel per la letteratura 1994, si sono espresse voci ben più autorevoli della mia. A me solo piace ricordare qui la passione di uno scrittore giapponese, il più importante della sua generazione, lucida coscienza critica del Giappone contemporaneo, per un poeta che tutti noi amiamo, e invitarvi a leggere una delle sue opere più intense, Natsukashii toshi e no tegami, del 1987, tradotta in italiano con il titolo Gli anni della nostalgia da Emanuele Ciccarella Garzanti, 1997).

Come ho scritto in un saggio del 1995: “Opera biografica, Natsukashii toshi e no tegami può essere considerata la summa della poetica di Ōe, una sorta di guida al mondo creativo e spirituale dello scrittore. Vi ritroviamo la sua vita, la sua famiglia, le sue passioni, il suo passato politico e sentimentale, le sue letture e, soprattutto, il suo villaggio natale, il tempo mitico dell’infanzia vissuto nella vallata, la “foresta buia”: il tutto, ovviamente, trasfigurato dalla sua mirabile arte di raccontare.

Anche in quest’opera monumentale, come spesso prima ma soprattutto dopo Atarashī hito yo mezameyo (Svegliatevi uomini nuovi, 1983), Ōe fa uso della narrazione in prima persona: l’ “io narrante”, K per i suoi parenti, denuncia uno stile dalle connotazioni fortemente autobiografiche. Non è tuttavia una ripresa acritica della tradizione dell’ autobiografismo shishōsetsu, genere letterario dominante nella letteratura giapponese a cavallo fra XIX e XX secolo. Si tratta piuttosto di una sua ricostruzione e trasformazione in un sottile gioco di strategie letterarie: con sapienti mezzi di citazione di sé e delle opere care, con metafore, simbolismi, per ricreare una realtà al tempo stesso eloquentemente realistica e riccamente immaginaria.

La storia è quella dell’amicizia appassionata fra l’autore e il suo maestro spirituale, quel Fratello Gii che nel villaggio natale lo accompagnerà alla scoperta della poesia di Yeats, lo spingerà a studiare letteratura guidandolo infine nel mondo di Dante. Gii, novello Virgilio seppur demone, figura non priva di ambiguità, sarà testimone della sua cariera e, dal villaggio ai margini della foresta, intratterrà con lui un fitto scambio epistolare, criticandone le scelte o stimolandone la curiosità.

Il romanzo, davvero composito per l’affollarsi dei vari ricordi e la compenetrazione di tante diverse vicende, evidenzia di nuovo la grande passione di Ōe per Dante.

Nel romanzo, il nume tutelare Gii, conoscitore esperto dell’opera di Dante, conduce l’autore a “leggere” ogni destino umano come la traversata di uno specchio alla ricerca di un altro mondo. In effetti un’interpretazione originale della Commedia dantesca percorre tutta l’opera: ogni episodio, pur essendo legato alla storia personale dell’autore come a quella politica del Giappone, ha il suo equivalente nel cammino di Dante e Virgilio.”*

“Come piante novelle” è il motto prescelto da Ōe per il suo ex-libris: un richiamo toccante al Purgatorio.

Un invito alla speranza.

 

*R.M. “Kenzaburō Ōe. Il paradiso può attendere”, in Leggere, anno VIII, n° 69, aprile 1995.

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