Il Rokku di Asakusa, la strada di cinema e teatri. Tōkyō, anni Venti del XX sec. Foto d’epoca.

A un angolo della via che conduce da Ushigome-Kagurazaka alla palizzata, c’è un vicoletto che è rimasto esattamente com’era all’epoca feudale. In quel vicolo, anche se certe porte erano di vetro, c’erano tre edifici rimasti identici a com’erano stati secoli fa. Mio fratello viveva in una di queste case, con una donna e la madre di lei. Quando mi rimisi e fui in grado di uscire, fu lì che mi trasferii. 

La mia comparsa all’ingresso degli artisti del Cinema Palace, quel giorno, sorprese molto mio fratello.* Mi fissò con aperto stupore e mi chiese: “Akira, che t’è successo? Stai male?” Scossi il capo e risposi: “No, sono solo un po’ stanco”. “Un po’? Non direi proprio”, mi disse dopo avermi fissato di nuovo, alzando le spalle. Poi aggiunse: “Vieni ad abitare da me!”. 

E fu così che approfittai dell’ospitalità di mio fratello. Circa un mese dopo mi trasferii in una stanza lì vicino, ma anche così passavo tutta la giornata a casa di mio fratello. A mio padre avevo detto che avrei abitato da mio fratello, quando me n’ero andato da casa: così la bugia diventava realtà. 

L’edificio e il vicolo in cui abitava mio fratello erano esattamente uguali ai posti in cui per generazioni i cantastorie rakugo avevano ambientato i loro racconti. Non c’era l’acqua corrente, ma solo un pozzo. I residenti erano tutti dei tradizionalissimi Edokko, gli abitanti originali di Tōkyō. Il ruolo di mio fratello, in quell’ambiente, era quello di un samurai senza padrone, come quel mitico eroe del romanzo avventuroso- guerresco della fine del Settecento – Yasuhei Horibe -, ricoperto di gloriose cicatrici guadagnate in battaglia. Lo guardavano con timore e rispetto. 

Gli appartamenti erano divisi così: ognuno aveva un ingresso largo come due stuoie (tre metri quadrati circa) e una stanza da sei stuoie sul retro, con in fondo la cucina e il bagno. Lo spazio era molto ristretto. Sulle prime non riuscivo a capire perché mio fratello, con quello che guadagnava, volesse vivere in un posto come quello. Ma col passare dei giorni cominciai ad apprezzare i pregi di quella vita. 

Alcuni dei vicini erano operai edili, carpentieri, stuccatori e via dicendo. Ma la maggioranza dei residenti apparentemente non aveva mezzi di sostentamento, né una professione definibile. Eppure, si aiutavano a vicenda e condividevano tutto a un punto tale che quella che avrebbe potuto essere una vita spaventosamente difficile diventava una vita molto gaia; e tutte le occasioni erano buone per scherzare. Perfino i bambini facevano delle battute. 

La conversazione degli adulti era di questo tenore: “Stamattina ero lì sulla soglia di casa che prendevo il sole, quando dalla porta del vicino m’arriva in volo un materasso arrotolato. Poi da dentro il materasso rotola fuori il mio vicino. Sapete, sua moglie non fa le cose a metà quando fa le pulizie”. E il vicino: “Io direi che quella moglie è particolarmente delicata: lo imballa, così non si fa male”. 

In un luogo già così esiguo si trovava sempre qualcuno che ricavava minuscole stanzette in solaio e le affittava. In una di quelle mansarde abitava un giovanotto che faceva il pescivendolo. Ogni mattino, prima dell’alba, andava sulla riva del fiume con la sua scatola di latta a comprare le sue merci. Lavorava furiosamente per un mese intero e poi, alla fine del mese, indossava i suoi abiti migliori e si concedeva il lusso di una prostituta: come se quello lo ripagasse di tutto.

Quell’esistenza era appassionante come se avessi condiviso la vita dei personaggi della narrativa tardo settecentesca, nei racconti di Sanba e Kyōden. Imparavo moltissimo. I vecchi facevano mestieri come custodire le scarpe nei teatri dei cantastorie, sulla Kagurazaka, o fare le pulizie nei cinema. Così avevano degli abbonamenti gratuiti, e li vendevano a prezzi stracciati ai loro vicini. Ne approfittai anch’io, e per tutto il periodo in cui abitai nella zona passai ogni giorno e ogni sera al cinema o a sentire i cantastorie. 

A quell’epoca c’erano due cinema sulla Kagurazaka, l’Ushigomekan per i film stranieri e il Bunmeikan per i film giapponesi. C’erano tre teatri di cantastorie, il Kagurazaka Enbujō e altri due dei quali non rammento il nome. Quei due cinema non erano i soli a cui andavo, però. Mio fratello mi presentò ai suoi amici che lavoravano in altri cinema, e cosi potei vedere tutti i film che volevo. Ma riuscivo a godermi così tanto l’arte dei cantastorie solo perché vivevo in quel vicolo vicino alla Kagurazaka. Non avevo idea del ruolo che avrebbe giocato nel mio futuro l’arte popolare del cantastorie, mi accontentavo di gustarla senza pormi degli interrogativi. 

Oltre ad assistere alle esibizioni di artisti famosi, ebbi anche l’opportunità dí vedere quelle dei clown e degli attori comici che affittavano i teatri dei cantastorie per allestirvi i loro spettacoli. Ricordo ancora uno di quei numeri, intitolato “Il crepuscolo d’un idiota”. Era la pantomima di uno sciocco che sta impalato a guardare il tramonto, con gli uccelli che tornano al nido. Sembrava una cosa molto semplice, ma la bravura dell’artista nell’evocare il fascino e l’emozione della scena cui assisteva mi riempì di ammirazione. 

Intorno a quel periodo comparvero i primi film sonori, e alcuni mi rimangono impressi nella memoria. […] 

L’arrivo dei film sonori decretò la fine dell’epoca del muto. Con la decadenza del muto, non c’era più bisogno del commentatore, e il tenore di vita di mio fratello subì un colpo terribile. Sulle prime tutto parve rimediabile, perché mio fratello era capo benshi in un cinema di prima visione, il Taikatsukan di Asakusa, dove aveva un suo seguito di ammiratori. Il cambiamento fu molto graduale, e fu allora che scopersi che tra le pieghe della vita tanto allegra e spiritosa del nostro caseggiato si celava una triste realtà. Probabilmente ciò vale per ogni essere umano: dovunque, sotto apparenze brillanti, si nascondono sempre cose oscure. Era la prima volta che me ne accorgevo, e fui costretto a rifletterci seriamente. 

Succedevano anche là delle brutte cose, come dappertutto. Un vecchio stuprava la sua nipotina. Una donna dava un gran fastidio a tutti minacciando ogni notte di suicidarsi. Una notte, dopo che aveva tentato di impiccarsi e tutti l’avevano derisa, si gettò zitta zitta nel pozzo e affogò. E c’erano anche delle storie di bambini picchiati dai patrigni e dalle matrigne, proprio come nelle favole più lacrimose. 

Come può una matrigna essere crudele verso il suo figliastro? Non ha senso che si comporti così solo perché odia la prima moglie di suo marito. L’unica spiegazione di questo misfatto è l’ignoranza. Ma l’ignoranza diventa una specie di follia, nell’animale uomo.

Kurosawa Akira

(1910-1998)

Traduzione dall’americano di Roberto Buffagni.

Da: L’ultimo samurai. Quasi un’autobiografia (ed. originale giapponese 1975, ed. USA 1982),

a cura di Aldo Tassone, Milano, Baldini & Castoldi, 1995, pp. 118-121.

*Il fratello di Kurosawa faceva il benshi, il narratore cinematografico che commentava e recitava le battute degli attori nel cinema muto. Con l’avvento del sonoro il ruolo del benshi inevitabilmente scomparve. Nel 1929 il fratello di Kurosawa si uccise a 33 anni.

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Sono pagine come queste, nell’autobiografia mai compiaciuta del maestro Kurosawa, a farci meglio comprendere l’umanesimo del suo cinema e il suo sguardo sul mondo. Un libro avvincente, appassionante come le sue immagini. Secondo me, indispensabile.

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Negozi a Ninenzaka. Kyōto, agosto 2007.

 

A cinque minuti di strada dalla mia nuova casa, verso oriente, c’era un tempio, dove presi l’abitudine di andare nelle mattinate di nebbia, quando il grigiore m’invadeva e la mente stentava a concentrarsi. Me ne stavo seduto, davanti alle alture, fitte di alberi, che si levavano verso il cielo, ad assaporare i vasti silenzi, un gong risonante alle mie spalle, e a cogliere i dettagli: un vecchio monaco sfregava e sfregava per ripulire un sentiero, una ragazza, tanto chiara quanto il laghetto davanti a lei, sedeva sulla piattaforma del tempio, un altro Jizō di pietra, circondato dalle offerte di madri addolorate, un Buddha seduto che emanava una sensazione di pace così forte da trasformarla in saggezza. Tra i templi di Kyoto situati sulle colline orientali ce n’è uno che sembra proprio fuori del mondo; lo si raggiunge dopo una fuga di scale che si inerpicano tra i pini, lontano dalla frenesia e dal rumore quotidiano della città. Eppure non si riusciva a dimenticare il mondo circostante: dal basso proveniva, attutito, il rumore, rimbombante e sconsolato, di un camion della nettezza urbana che eseguiva il suo melanconico rituale.

A cinque minuti di strada da casa mia, verso occidente, c’erano delle sale di pachinko, i negozi di generi di conforto, e centri commerciali più moderni di quelli americani. Quando camminavo per le vie dei negozi, mi pareva di vagare in un mondo fantastico, fatto su misura per appagare i desideri dei bambini, acquietati da canzoni in versione Muzak e rassicuranti ninnananne. Sulla soglia del negozio locale di video da cui mi servivo, si udiva una voce metallica che diceva “Salve!” quando si entrava e “Grazie e arrivederci!” quando si usciva; il supermercato della zona, dopo avere trasmesso per tutto il giorno i messaggi delle offerte speciali, la sera all’ora di chiusura ammansiva i clienti con una lamentosa e insopportabile riedizione di Auld Lang Syne. Gli sbalorditivi depatōs [sic] – scatole compatte inserite in quel vero e proprio pacco dono che è questo paese moderno – non soltanto esagerano in modo vistoso in accessori, schermi, centri alimentari che si susseguono nei seminterrati, ma mettono anche a disposizione venti o più ristoranti nelle terrazze dell’ultimo piano e, sempre sulle terrazze, sale di divertimenti, non semplici sale giochi, ma interi luna-park, disordinatamente agglomerati nei cieli, che offrono la vista sulle colline e i templi da un lato, e dall’altro sconcertanti file di robot, montagne russe, pesci rossi in vaschette, procioni meccanici, e tunnel dell’orrore.

Talvolta pare che il Giappone sia una sorta di tintinnante casa della bambole, con elementi presi da tutto il mondo e ricostituiti per commercializzare sogni stranieri. Nel mio quartiere per esempio c’era il ristorante Ergo Bibamus, il panificio Notre Quotidien Pain a soli due isolati dal Our Daily Bread, e La Casa Felice, quasi tutti pieni di giapponesine della Kyoto Valley Girls in giacchetta da ginnastica con la scritta Style vivant: nous nous aimons et nous vivons che tendevano, presumo, a fare arubaito (lavoro part-time) per pagarsi le vacances. Poco lontano c’erano il Café-Bar Selfish, il Café Post Coitus, e la cafeteria Ringo, con le pareti ricoperte di manifesti dei Beatles, video non-stop delle ultimissime novità musicali menù disegnati come il L.P. The White Album, e persino una pubblicità che sollecitava la sottoscrizione alla squadra di calcio Ringo Star American. Tuttavia ogni volta che entravo in uno di questi luoghi, ispirati a soggetti di importazione, fosse esso il ristorante Shalom (con tutte le insegne in ebraico e in inglese), o il Moghul (propagandato da una ossequiosa figurina subcontinentale col turbante), oppure la cafeteria Mozart (specializzata nella Sacher), ebbene ovunque ero ricevuto da una squadra di giapponesine impeccabilmente educate, situate su entrambi i lati del bancone che svolgevano il loro ruolo in modo irreprensibile in una cornice di arredamento esotico.

Nelle strade cosmopolite, inoltre, pareva che ogni desiderio o bisogno fosse già stato preso in considerazione e ogni cliente veniva trattato come un Vip (nell’accezione del sistema per cui ai clienti viene concesso un suffisso onorifico in genere riservato agli dei o ai potenti). In uno dei miei giri intensivi in città trovai squisite paste francesi, givrés all’arancia, cassette di Lata Mangeshkar, che è raro trovare fuori dai confini dell’India, l’intero catalogo di New & Lingwood, il merciaio della mia fanciullezza. Un’intera schiera di inservienti in livrea, bottoni d’oro tutti luccicanti, mi correva, letteralmente, incontro per servirmi ogni volta che mi capitava di precipitarmi, con i miei jeans sgualciti, in un lussuoso albergo per usare la toilette. Mi è sorto qualche volta il dubbio che i ricchi a New York possano, per via delle blatte nel lavandino e dell’immondizia fuori della porta, sentirsi defraudati, invece qui anche i poveri si sentono miliardari: infatti qualsiasi acquisto viene confezionato come se fosse un tesoro inestimabile.

Quel Giappone che stava colonizzando il futuro con ingegnose comodità, era già, naturalmente, un dato acquisito; eppure mi meravigliavo sempre quando vedevo le cameriere organizzare le ordinazioni con il computer; le catenelle alle uscite del Kentucky Fried Chicken, le macchine specializzate nel lavaggio delle scarpe da ginnastica o nell’asciugatura dei maglioni nella lavanderia a gettoni di cui ero cliente. Il tutto non si risolveva nel fatto che i giapponesi avevano inventato le schede telefoniche per evitare il disagio dei gettoni telefonici, ma nell’essere riusciti a traslare l’invenzione in arte: le carte magnetiche erano decorate con vedute di giardini zen, oppure delle montagne Hokusai,  [sic] oppure del Golden Gate Bridge, oppure con i protagonisti dei cartoni animati, oppure con le foto dei campioni di sumō, o degli idoli degli adolescenti o anche, lo appresi in seguito, con l’immagine della persona amata o dei propri cari. Chiunque può accedere a queste comodità comprandole per la strada dalle macchinette o nei negozi, rivestite da un involucro speciale perché non si smagnetizzino. Il mondo perfetto, infiocchettato nella confezione regalo.

 

Pico Iyer

(n. 1957)

 

Traduzione di Melania Gagliazzo e Amedeo Poggi.

Da: Il monaco e la signora. Una stagione a Kyoto (The Lady and the Monk, 1991),

Milano, Feltrinelli, 1994, pp. 41-44.

 

 

🎁🎁🎁 

 

L’intellettuale e scrittore angloindiano Pico Iyer vive dal 1992 a Nara con la moglie giapponese. La sua attuale visione del Giappone, dopo tanti anni di residenza, sarà senz’altro più complessa e sfumata, ma quando vi arrivò nel 1991, come emerge da ciò che racconta in questo libro che è tante cose diverse (un libro di viaggio, un romanzo, un saggio) fu molto probabilmente anche lui esposto al virus del giapponismo, alla meraviglia e all’innamoramento. Non si spiega altrimenti l’uso di certe espressioni (tipico il ricorrente “giapponesine”) e certe considerazioni che, lette ora, possono lasciare il lettore avvertito davvero perplesso. E divertito.

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Nel piccolo, solitario ristorante di Toyooka. Aprile 2017.

 

Dovevo cercarmi al più presto un lavoro. Ma come avrei fatto a trovare un impiego in quel posto sperduto tra le montagne? C’era una lista d’attesa infinita persino per lavorare come addetto al bungee jumping.

Mentre mi spremevo le meningi alla ricerca di una soluzione, mi si accese una lampadina: e se sfruttassi il granaio per farne un piccolo ristorante? Più che di un vero e proprio granaio, si trattava di una solida e ampia casa prefabbricata di legno che Cementino* aveva fatto trasportare lì dopo averla usata a scopo espositivo. Era un peccato continuare a utilizzare quella costruzione come semplice deposito. E io, oltretutto, non sapevo far altro che cucinare. Sì, era quella la mia unica certezza: essere brava in cucina. Se il mio desiderio di aprire un ristorante in quel villaggio fra i monti si fosse realizzato, avrei finalmente avuto la possibilità di vivere una vita concreta, fatta di cose tangibili. Mentre quei pensieri si affastellavano nella mia mente, un magma incandescente mi veniva su dal centro del corpo. La mia lingua, in particolare, serbava un autentico tesoro: il kinpira di farfaraccio con umeboshi, lo stufato di radice di bardana all’aceto, il barazushi stracolmo di verdure, il chawanmushi ricco di dashi, il budino di latte fatto solo con l’albume, i manjū con farina di soia tostata e tante altre ricette prelibate ereditate dalla nonna.

E nel mio corpo, ovvero nel sangue, nella carne e sotto le unghie, scolpita come gli anelli di un albero, c’era tutta l’esperienza accumulata nei posti in cui avevo lavorato: un bar, un izakaya, un ristorante di yakitori, un caffè alla moda, un ristorante organico e infine quello turco.

Se pure mi avessero strappato di dosso fino all’ultimo indumento e fossi rimasta completamente nuda, sarei stata sempre e comunque capace di cucinare. Avevo ormai preso la decisione della mia vita.

“Ti prego” scrissi** alla fine, sul retro del volantino che porsi ossequiosamente a mia madre, “concedimi in affitto il granaio. Ti prometto che ce la metterò tutta”. Mi misi dunque in ginocchio, i palmi delle mani sul pavimento, e mi prostrai con devota umiltà ai suoi piedi.

Quando risollevai il capo e allungai lo sguardo sul volantino, mia madre aveva scritto nella sua bella calligrafia fluida ed elegante: “D’accordo. Va’ fino in fondo e non tirarti mai indietro”.

Attese finché fu certa che avessi letto la risposta, poi si diresse sbadigliando verso la camera da letto, pronta a immergersi di nuovo nel sonno.

Fu così che decisi di diventare cuoca nel mio tranquillo villaggio tra i monti. Mia madre mi mise a disposizione il capitale iniziale, a patto che glielo restituissi con interessi altissimi, degni di una società finanziaria. Gestire un ristorante tutto mio era il sogno più grande che avessi mai avuto. La ferita che mi si era aperta nel cuore dopo l’abbandono del mio fidanzato e la perdita di ogni avere era incommensurabile, e forse non si sarebbe più rimarginata, ma adesso avevo almeno l’opportunità di compiere un significativo passo in avanti. Non avrei mai immaginato, fino ad un giorno prima, che le cose avrebbero potuto prendere una piega tale. […]

Attesi che spiovesse e ne approfittai per fare un giro nei paraggi. Non avevo in mente altro che il ristorante, e nuove idee mi affioravano una dopo l’altra. Mi sembrava impossibile, eppure era tutto vero. Ero decisamente su di giri, non avevo affatto sonno, e inoltre c’era quell’albero che morivo dalla voglia di rivedere.

M’incamminai lungo il sentiero che s’incuneava nella foresta e raggiunsi di corsa il luogo a cui erano legati tanti miei ricordi: lì, sulla sommità di una collinetta, si ergeva il mio splendido albero di fichi. Nel corso degli ultimi dieci anni non mi era mai capitato di desiderare, nemmeno una sola volta, di rivedere mia madre; avevo invece cercato più volte nei miei sogni quel bellissimo albero. Da ragazzina non avevo mai riposto fiducia in mia madre, né tanto meno nelle compagne di classe, ma soltanto nella natura impareggiabile di quelle montagne.

A venticinque anni non ero così leggera come quand’ero bambina, eppure riuscii lo stesso ad arrampicarmi sull’albero. In dieci anni il tronco si era fatto più grosso, e anche i rami si erano irrobustiti. Avevo la netta sensazione che anche lui fosse molto felice di rivedermi. Il suo fusto, quando vi accostai l’orecchio, era caldo. Dai rami, simili a quelli di  un albero di Natale colmo di lussuosi addobbi, pendevano turgidi frutti verde giada. Allungai il braccio e provai a tastarli con la punta delle dita: erano duri come la schiena di un bimbo accovacciato, le braccia strette attorno alle ginocchia.

Un esile strato di nubi semi trasparenti sembrava attaccato al cielo a mo’ di pellicola: mi faceva venire in mente la buccia sottile delle cipolle. Gli alberi, le piante e i fiori della foresta brillavano sontuosamente dopo la pioggia abbondante.

 

Ogawa Ito

(n. 1973)

Traduzione di Gianluca Coci.

Da: Il ristorante dell’amore ritrovato (Shokudō katatsumuri, 2008),

Vicenza, Neri Pozza, 2010, pp. 27-32.

*Amante della madre della protagonista.

**In seguito allo shock dell’abbandono del suo compagno la protagonista ha momentaneamente perso la voce.

 

🍘🍣🍘

Un romanzo lieve eppure rigenerante, che invita a gustare i piaceri della vita e a credere nelle proprie capacità: è una storia terapeutica di resilienza, quella che ci racconta Ogawa con questo romanzo le cui pagine ci confermano la grande rilevanza che ha la cucina nella concezione dell’esistenza dei giapponesi, ma anche nella nostra, vero? Il ristorante dell’amore ritrovato è frutto di una scrittura leggera e delicata (la sua autrice, del resto, ha una solida fama come scrittrice di libri per bambini) che in tempi come questi ci scalda e ci consola, mentre presenta il cibo ben preparato come una medicina per il nostro malessere, capace di curare i nostri corpi ma anche i nostri cuori.

A Leda.

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All’imbrunire, sotto la Tōkyō Tower. Aprile 2017.

È tardi. Il parcheggio in basso è quasi vuoto. Le luci sono rare, e la Torre Eiffel in miniatura sullo sfondo, equivalente in senso opposto alle giapponeserie del XIX secolo in Europa, non ha ormai che una puntina rossa alla sua sommità.

In questa camera banale, senza legame con il passato e il futuro (e per questa ragione si è più se stessi), nel bel mezzo di una giornata o di una notte qualunque, il miracolo che a un tratto si compie, la grazia che talvolta discende: non un istante di felicità, poiché la felicità nn si misura a istanti, ma l’improvvisa consapevolezza che la felicità ci pervade.

Gli oggetti che compongono la vita, disposta improvvisamente in un altro ordine, volgono verso di noi il loro lato gioioso. Trasporto dello spirito dei sensi (Baudelaire non si è sbagliato), levitazione durante la quale l’anima vaga come su una nube d’oro. Allo stesso modo, in aereo, le straordinarie nubi, sotto ci soffoca la terra, diventano sotto di noi scintillanti ghiacciai bianchi e azzurri. Felicità pura che, in altri momenti, potrebbe essere parimenti pura infelicità. Basterebbe che gli stessi elementi volgessero verso di noi il loro lato cupo. In entrambi i casi, c’è plenitudine, ma quella della felicità è solare.

La Torre Eiffel autentica e la sua copia a Tokyo non sono che uno scenario sotto cui permane il caos. Ma la felicità, se sopraggiunge, dà brevemente un senso alle cose: un briciolo almeno si sente liberato, salvato. Nell’infelicità, per quanto possibile, il coraggio sostituisce il sole.

 

Marguerite Yourcenar

(1903-1987)

Traduzione di Fabrizio Ascari.

Da: Il giro della prigione (Le tour de la prison, 1991), Milano, Bompiani, 1991, pp. 75-76.

🗼🗼🗼

Una bella pagina della Yourcenar, secondo me. A volte la felicità giunge in un lampo di rivelazione, in un luogo che poi rimane nel nostro ricordo. Poi, come è venuta, scompare. Ma qualcosa ci resta dentro. Se non altro, il ricordo della felicità e di quell’attimo.

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Tenersi per mano a Nishi Shinjuku. Tōkyō, aprile 2019.

 

Essere vivi

 

Essere vivi

essere vivi ora

vuol dire avere sete

essere abbagliati dal sole fra gli alberi

ricordare all’improvviso una melodia

starnutire

tenerti per mano

 

essere vivi

essere vivi ora

vuol dire minigonna

un planetario

Johann Strauss

Picasso

le Alpi

vuol dire imbattersi in tutte le cose belle

e poi

essere attenti e opporsi al male che vi si nasconde

 

essere vivi

essere vivi ora

vuol dire poter piangere

poter ridere

potersi arrabbiare

vuol dire libertà

 

essere vivi

essere vivi ora

vuol dire un cane che abbaia in lontananza ora

la terra che sta girando ora

da qualche parte il primo vagito che si alza ora

da qualche parte un soldato ferito ora

è un’altalena che dondola ora

è l’ora che passa ora

 

essere vivi

essere vivi ora

vuol dire il battito d’ali degli uccelli

vuol dire il fragore del mare

il lento procedere di una lumaca

vuol dire gente che ama

il tepore della tua mano

vuol dire vita

(1971)

 

Tanikawa Shuntarō

(n. 1931)

 

Traduzione di Maria Teresa Orsi.

 

Da: Poeti giapponesi, a cura di Maria Teresa Orsi e Alessandro Clementi Degli Albizzi,

Torino, Einaudi, 2020, pp. 31-33.

 

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