WUNDERKAMMER

 

 

 

Nella mia personale” camera delle meraviglie” c’è una lampada e, dietro, c’è tutta una storia.

 

“Indovini?

Cosa?

È in terracotta, no?

Ma no! È senz’altro un soprammobile.

Per niente! Non sarà invece una lampada? Ma sì, una lampada!

Sì, una lampada, e nient’affatto banale. Deve risalire alla fine del Meiji o all’inizio dell’era Taishō. In ogni caso di certo prima della guerra. E dentro c’è ancora dell’olio.

L’accendiamo?

Spenga la luce. La fiamma è vigorosa. Un tempo tutti si facevano luce in questo modo, per leggere e scrivere. Ma non avevo mai visto prima d’ora questo genere di antichità. Di certo se ne trovavano solo nelle famiglie agiate. Bisognava almeno essere uno scrittore per possedere una tal sorta di oggetti. Quando rientrerà nel suo paese, dica che era “la lampada di Akutagawa”: in ogni caso, nessuno ne sa niente…

Ma guardi, la fiamma è scomparsa. La lanterna si è spenta. Ah, no! Non ancora. In basso, brucia ancora. È ancora forte.

Ma no, non è certo di oggi. Deve risalire all’inizio dell’era Meiji, o tutt’al più agli anni Venti del Meiji (1887-1896). Noi altri studiavamo alla luce elettrica ma nelle campagne si utilizzavano ancora lampade a olio: erano appese al soffitto, con un’impugnatura da ogni lato. Niente a che vedere con quella…”

Neppure io avevo mai visto niente di simile. Doveva essere alta più di cinquanta centimetri. Robusta. Un diametro di quindici centimetri alla base, di una decina in mezzo. Era spessa, imponente. All’interno di uno zoccolo a semicerchio, rigato di linee orizzontali, fatto di legno duro dalle venature chiare (forse di castagno?), era infisso un grosso bambù. Doveva essere stato tagliato a livello del suolo, e dei nodi si susseguivano sul suo stelo come delle onde, forti, poco sporgenti, arrotondate. A causa dell’olio, la lampada aveva preso a poco a poco una patina e il tempo che passa aveva annerito i vari anelli. 

L’apparecchiatura metallica posta al di sopra non era arrugginita né rovinata. Alla fine dell’anno precedente, avevo visto per la prima volta questa lampada, fra le noiose cianfrusaglie di un “Negozio di abiti e mobili” vicino alla stazione di Higashi Nakano, c’era ancora un globo di vetro per la fiamma. Così il tutto doveva superare i settanta centimetri di altezza. Ma il vetro aveva dovuto rompersi a un certo momento e questa lampada occidentale era rimasta nascosta vari mesi in fondo al magazzino.

L’ho portata nella mia camera, l’ho posata sul mio tavolo e ho avuto l’impressione che gli altri mobili, la mia lampada da ufficio, il mio scaffale traballante, si trovavano completamente schiacciati. Al primo colpo d’occhio questo oggetto imponente non ha niente di raffinato. Si tratta sicuramente di una cosa strana. […]

Ma da questo oggetto emana qualcosa come un sentimento di equilibrio. Quando questa lampada è posata su un tavolo, di colpo una specie di tranquillità invade la stanza. Le linee delle colonne ellenizzanti del XIX secolo sono proprio diritte e nettamente disegnate. Ma nelle vere colonne greche, c’è la pietra stessa, tutta la ruvidità della natura. Questa lampada occidentale dell’era Meiji partecipa della bellezza delle colonne greche.

 

Jean-Jacques Origas

da La lampe d’Akutagawa. Essais sur la littérature japonaise moderne, Paris, Les Belles Lettres, 2008, p.17.

Tsukioka Yoshitoshi, Accendendo la lampada, stampa del 1878. La dama di corte ritratta è Sho-go-i Yanagihara Aiko, madre dell’imperatore Taishō.

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TŌKYŌ

Cupe nuvole celavano il fiume Sumida. Dal finestrino del piccolo treno a vapore egli contemplava i ciliegi dell’isoletta Mukōjima. I ciliegi fioriti gli parevano uno spettacolo triste, quasi fossero una fila di stracci. Eppure in quegli alberi piantati all’epoca di Edo egli finì per riscoprire se stesso.

 

Akutagawa Ryūnosuke (1892-1927)

da “Vita di uno stolto (Aru aho no isshō, 1927)” in La ruota dentata e altri racconti, traduzione di Lydia Origlia, Milano, SE, 1990, p. 67.

 

E i ciliegi già sfiorivano, lungo il Sumidagawa. Tokyo, aprile 2013.

 

 

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Programma e dettagli a questo link: 

https://www.editricebibliografica.it/scheda-corsi/rossella-marangoni/il-femminile-e-il-sacro-in-giappone-sciamane-sacerdotesse-monache-laiche-fra-shintoismo-e-buddhismo-01-2021-579534.html

Le iscrizioni sono aperte: vi aspetto!

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Forse la cosa più saggia è sempre tornare ai classici. Anche nella letteratura giapponese.

Confesso che esplorare i banchi delle librerie alla ricerca di letteratura giapponese in questo periodo mi lascia sempre delusa e non perché non ci siano proposte.

Solo che nessun libro “mi chiama”, come direbbe il protagonista di un anime che avevo amato tempo fa. Tutti questi mici e micetti, gattini che cadono dal cielo o caffetterie magiche, ristoranti incantati o tazze di tè che dispensano felicità, oggetti che fanno stare bene e altre amenità di questo genere no, non fanno per me.

È quella che chiamo “letteratura consolatoria”, un genere che scala le classifiche come niente, che risolve, oserei dire. Risolve il regalo all’amica ma anche il momento di noia, risolve un pomeriggio domenicale di pioggia e, ne sono certa, ha risolto parecchi regali di Natale.

No, questa letteratura “incantata” che racconta un Giappone di maniera, altrettanto fiabesco, no, non fa per me. Io ho bisogno di storie “larger than life” (non mi viene al momento nessuna espressione altrettanto efficace), che mi incidano, non che mi sfiorino, che mi lascino tracce, che sia impossibile dimenticare.

Che mi insegnino qualcosa.

Questa letteratura consolatoria non riesce a toccarmi, non mi commuove, e mi sembra artificiosa.

Lascia indietro il Giappone che incontri per strada, negli sguardi delle persone, sui treni della serata che riportano a casa,. 

Meglio tornare ai classici, allora. Antichi, moderni o contemporanei che siano ti prendono per mano e non ti lasciano andare. Diventano parte di te.

Kyōto, una libreria dalle parti di Teramachi, 2015.

 

 

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Ricevo dalle amiche del Garden Club di Milano e volentieri pubblico:

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