Tormia
Voyage au Japon/Viaggio in Giappone
1923
3 . Kobe.
Il treno si inoltra nella notte, verso Tokyo. In lontananza qualche rara stazione di campagna e poi delle luci, delle strade dalle lanterne multicolori e dalle affiches di stoffa issate come bandiere, delle piccole casupole, degli umili capannucce, poi il nero, la campagna. Una città. Ancora più luci, dei tram intravisti su strade più larghe. Qui e là una costruzione in pietra domina il paesaggio di case basse, di insegne luminose. E, sorta improvvisamente dietro a una nube, Madame la Luna.
Allora ecco queste montagne dai contorni frastagliati, ricoperte di pini i cui rami tormentati torcono le loro braccia nere contro il cielo.
È il Giappone… il Giappone nella notte. Poiché ho già intravisto, in questa indimenticabile prima giornata, il Giappone nel giorno, un giorno radioso di primavera smarritosi in pieno inverno.
Ciò che mi ha colpita al momento dello sbarco è la sensazione di sicurezza che vi invade in mezzo al popolo giapponese a casa sua. Allorché in Cina ci si sente lontani, così lontani dall’Europa e quasi continuamente spaventati o meglio, spaesati, qui i primi passi sono pieni di tranquillità, si ritrova di colpo quantità di volti amici che vi sorridono e hanno tutta l’aria di dirvi, a forza di gentilezze e di piccoli saluti: “Datevi la pena di entrare, siate i benvenuti.”
Tutta la giornata è stata deliziosa, dalla corsa in risciò fino alla passeggiata a piedi, nelle vie brulicanti di gente, soprattutto di donne recanti strettamente legati sulla schiena e ben imbacuccati degli splendidi bimbi dai visetti rotondi e rosei di salute.
Tutte quelle persone che mi hanno guardata mi sono sembrate più curiose che ostili e poi, curiose in un modo così gentile, con dei piccoli inchini e degli sguardi brillanti di malizia, ben presto sviati. Fanno delle osservazioni su di me? Senza alcun dubbio. Devo sembrar loro strana quanto un giapponese lo sembrerebbe in Francia. Insomma, per noi due, niente di nuovo sotto il sole: là si guarda il marito giapponese, qui la moglie europea. Le stesse occhiate curiose o disapprovatici ci saranno scoccate nel mondo intero. Dappertutto ascolteremo, in tutta la nostra vita, le riflessioni di tutti coloro – e sono legioni – che una coppia come la nostra sorprende, diverte o scandalizza.
Perché ci sono gli scandalizzati. Ce ne saranno anche qui? Non so. In Europa, ne sono fioriti attorno a noi in un modo rapido e intrigante. A tal punto che c’è stato il bisogno di classificarli per ordine di intensità. Primo: lo scandalizzato-tipo (generalmente non è un latino), che considera come inferiore chiunque non sia bianco, trova “disgustoso” o “scioccante” che una donna bianca sposi un uomo di colore. Secondo: lo scandalizzato-geloso-patriota che trova “deplorevole” che le giovani francesi “si mettano ora a sposare degli asiatici”: è generalmente uno scapolo indurito. A seguire abbiamo lo scandalizzato-religioso. Costui si corregge molto facilmente: il tale pretendente pagano si fa cristiano per compiacere la sua amata, da nero che era, eccolo bianco come la neve. È diventato un uomo “perbene” o, meglio, “come gli altri”. Si dice di lui che si è europeizzato o, ancora, “civilizzato”. Perché prima – vero? – quest’uomo senza fede, senza principi religiosi…”che orrore sposarlo”. Ma ora: “si può fare”.
Mentre questi ricordi piuttosto divertenti mi ritornano alla mente, LUI[1] mi guarda. Di fronte a me, i suoi occhi semichiusi non lasciano passare che una sottile linea nera e straordinariamente brillante. Il mio pensiero, che si era smarrito per un istante, ritorna alla mia prima giornata in Giappone.
Rivedo quella Kobe deliziosa incoronata dalla sue alte montagne verdeggianti, tutte frementi di vita e di colore. Com’è grazioso quel piccolo tempio all’aperto e nel cui giardino giocano rumorosamente dei bambini dai piedi nudi violacei per il freddo, in bilico sui loro alti geta e così poco coperti, sembra, con i loro kimono di cotone blu e le loro teste nude, rasate da poco. Rivedo quella buona vecchia nonna che tiene fra le braccia un neonato tutto imbacuccato. Inginocchiata ai piedi dei gradini che conducono all’altare, mormora preghiere mentre un bonzo, tutto vestito di bianco, officia con gravità, girandosi di quando in quando verso la fedele. Battesimo pagano, esorcismo o preghiera per un bimbo ammalato?… Una religiosa francese, passeggera sul battello sul quale eravamo, guarda come noi, poiché il tempio è aperto da tutti i lati. E questo contrasto mi colpisce violentemente. Qui questa buona vecchietta e questo bonzo, tutti e due credenti, tutti e due convinti che indirizzano la loro supplica alla vera Divinità.
E accanto a noi questa umile creatura votata a una vita di carità e di preghiera, ugualmente fervente, ugualmente schiava del suo Dio che essa crede essere con tutta la sua anima semplice e pura, il solo, vero Dio!
O Conversione…
Ma perché, ancora, venire a turbare queste persone dai volti felici, dai costumi tranquilli, perché dir loro che non possiedono la vera Fede? Perché voler sostituire le loro favole con le nostre? Non valgono allo stesso modo? Non contengono, le une come le altre, una somma di ideale equivalente? Ogni pensiero, ogni supplica, ogni credenza è rispettabile se eleva l’uomo al di sopra del suo fango per avvicinarlo a un ideale.
La civiltà di queste persone ha superato le sue prove. La nostra pure. Proviamo dunque a incontrarci in altro modo invece che cercando, ancora e sempre, di fare adepti. Non possiamo scambiarci le nostre idee senza dover parlare di conversione? Sono forse dei barbari? Sappiamo bene di no, noi tutti che pensiamo, che non siamo dei settari. Allora? Che utilità volerli allontanare dalla Fede della loro infanzia per inculcar loro la nostra? E che imprudenza! Perché la religione dominante di un paese – se esiste realmente una religione in Giappone – non è stata formata da lunghi secoli di adattamento di un’Idea primaria ai costumi locali? Non è forse il riflesso di quei costumi, la somma dei bisogni spirituali di una razza?[2] Perché voler vestire questo popolo di un abito che non gli andrà, poiché non è stato tagliato a sua misura? So bene che il Cristo è morto per tutti gli uomini senza distinzione di razza, ma Buddha ha egualmente predicato per l’umanità tutta intera. Solamente, ecco, gli dei stessi ignoravano o ignorano la fusione delle razze, ed è ciò che è desolante…
Quante cose intraviste, quante idee sconvolte in questo primo giorno della mia nuova esistenza. Sono come stordita. Già non mi riconosco. Sento vivamente che il trasferimento è stato troppo brusco. Stamattina ancora mi trovavo in Francia, su quella nave francese satura di atmosfera francese. Ed eccomi, qualche ora dopo, in pieno Giappone. Sento che il mio cervello a momenti formicola di idee nuove e a momenti è come intorpidito.
Forse c’è in questo stato molto particolare del mio essere un’influenza tutta fisica, perché ho trascorso quarantatre giorni in mare.
Di nuovo i timori mi assalgono. Come sarà l’accoglienza della famiglia? Che quantità spaventosa di novità mi attende?
D’istinto mi avvicino al solo essere che possa ormai rassicurarmi con una sua parola. E imploro: “Di’, mi proteggerai?” E cerco un bacio. Ma il bacio non arriva perché si sente arrivare nel corridoio il ragazzo che viene a preparare i nostri letti. E queste parole del mio amato scorrono fino al mio cuore come un’onda ghiacciata: “In Giappone, e noi ci siamo, non ci si bacia mai in pubblico, fai bene attenzione. Ah, e poi, un marito e una moglie non si danno mai il braccio per la strada, ti avviso affinché tu non ti sorprenda se cammino un po’ davanti a te, oramai.”
* Traduzione (errori compresi) e foto sono mie. R.M.
[1] Tutto maiuscolo nel testo.
[2]Utilizzo qui, solo ed esclusivamente per fedeltà al testo, il termine “razza”, in voga all’epoca in cui il testo è stato scritto. Termine che è privo di qualsiasi fondamento scientifico.
“Voglio rivelarti tutto, il buono e il cattivo, questioni mondane e dolori intimi, cose di cui non posso realmente parlare per lettera, ma, per quanto deplorevole sia la persona di cui si parla, forse non si dovrebbe mai dire tutto. Troverai che la vita è piena di spine. Guarda quanto sono inquieta, angosciata! Devi scrivermi quello che pensi. Non importa se hai meno da dire di tutte le mie vane ciarle, gradirei tue notizie. Bada, se questa lettera finisse, sì pure per breve, in mani sbagliate, sarebbe un disastro, ma son tante le cose che ancor voglio dirti.
Di recente ho stracciato e bruciato gran parte delle mie vecchie lettere e carte. Con le superstiti ho fatto casette da bambola la primavera scorsa e, da allora, non ho più tenuto una corrispondenza da potersi dir tale. Ritengo di non dover usare carta nuova, quindi temo che la presente non farà tanto bella figura, ma non è per sgarberia: ho le mie ragioni.
Per favore, restituiscimi questa lettera non appena l’avrai letta. Ci saran parti difficili a leggersi e luoghi ove ho lasciato fuori una parola o due, ma non badarci e leggi da cima a fondo. Vedi dunque… mi angoscio tuttora per quello che gli altri penseranno di me, e, se dovessi ora trarre delle conclusioni sul mio conto, dovrei ammettere che conservo tuttora un forte attaccamento per questo mondo. Ma che cosa posso farci?”(1)
Leggere come sto facendo in questi giorni Le Dit de Murasaki, di Liza Dalby, uno dei tanti libri acquistati la scorsa estate a Parigi, nella preziosa libreria Junku di rue des Pyramides, è compiere un viaggio a Heian. È vedere prendere vita le figure semicancellate di un emakimono, come le pagine del manoscritto conservate al museo Tokugawa di Nagoya. È l’appassionante racconto della vita di Murasaki, una riscrittura delle sue memorie a partire dai frammenti superstiti, dai diari delle dame di corte, dallo stesso suo capolavoro, il Genji monogatari.
Liza Dalby è l’antropologa autrice di La mia vita da geisha (pubblicato in italiano da Sperling & Kupfer) che, nonostante il titolo accattivante, è il resoconto del suo lavoro di ricerca “sul campo” fra le geisha di Pontochō.
Le Dit de Murasaki è invece opera di finzione, ma una finzione plausibile perché poggiante su una solida preparazione condotta su fonti originali, documenti, studi autorevoli. Per chi ha letto o studiato (e amato) il libro di Ivan Morris, Il mondo del Principe Splendente (edito in Italia da Adelphi), l’occasione per riscoprire l’epoca Heian attraverso un romanzo che resta la storia avvincente di una vita tracciata con pennellate delicate ma decise, punteggiata di waka certo, ma non priva di realismo. E, per fortuna, senza mai scivolare nella rete soffocante del sentimentalismo.
Per chi non ha dimestichezza col francese o con l’inglese (il titolo originale del romanzo è The Tale of Murasaki) resta solo da augurarsi che qualche editore italiano prenda l’iniziativa di tradurre il libro della Dalby. Quando uscirà la nuova traduzione italiana del Genji monogatari, ormai imminente, potrebbero essere parecchi i lettori interessati a questo delizioso romanzo di una vita.
L’edizione che sto leggendo de Le Dit de Murasaki è pubblicata dalla casa editrice Philippe Picquier di Arles.
(1) Murasaki Shikibu, Diario e memorie poetiche, trad. dall’inglese di P.F. Paolini, Milano, Feltrinelli, 1984, pp. 116-117.







