I giorni sono ritmati dalla poesia. Poesia per me è vita. Le letture vecchie di anni ritornano periodicamente. Non invecchiano. Come non invecchiano i miei amori: i poeti che allora leggevo e ancora leggo.

Sono versi che tornano, che definiscono, che percorrono con me le strade e i giorni.

Che hanno fatto ciò che sono o hanno dato forma di parole a ciò che sono. 

I miei poeti – donne o uomini che siano, poco importa – sono vecchi amici. Ci si capisce al volo. Si apre una pagina, si sfoglia il volume, mai perfetto, mai ben sistemato nello scaffale, più spesso sghembo, appoggiato in equilibrio precario sopra una pila o infilato in uno scaffale già carico e soggetto a un destino di horror vacui. Le pagine, eh sì, a volte sono ingiallite, a volte pasticciate da note a margine, sottolineature, glosse di esclamativi, cerchiolini o personalissimi acronimi. Mai intonse. A volte rattoppate da pezzetti di nastro adesivo, a volte tormentate da pezzetti di post-it ben poco saldi, le pagine sembrano spesso voler uscire dal volume, troppo sfogliato o semplicemente, troppo vecchio. E la colla non regge più.

A volte parte di una collana ben riconoscibile, a volte talmente piccoli e sottili da chiamare a gran voce per farsi ritrovare, seppelliti come sono dalla quantità di tomi più massicci.

Nuove scoperte portano nuovi incontri, versi per me nuovi portano nuove passioni.

Poesia è anche inattesa.

Poeti italiani poeti giapponesi poeti persiani poeti francesi poeti latinoamericani poeti praghesi poeti palestinesi poeti greci. Poeti di altri luoghi e di altre epoche. 

Non smetterò di incontrarli e di ringraziarli sommessamente per il dono inaspettato del loro sguardo.

 

Per me, per i miei giorni. 

 

In questo compleanno mi ricordo di voi e brindo alla vostra voce.

Kyōto, dalle parti di Teramachi. Novembre 2015.

Kyōto, dalle parti di Teramachi. Novembre 2015.

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Tsukioka Yoshitoshi (1839-1892), Fujiwara no Yasumasa (958-1036) suona il flauto nel plenilunio (Fujiwara Yasumasa Gekka Roteki), 1883, stampa su matrice di legno, trittico (part.).

Tsukioka Yoshitoshi (1839-1892), Fujiwara no Yasumasa (958-1036) suona il flauto nel plenilunio
(Fujiwara Yasumasa Gekka Roteki), 1883, stampa su matrice di legno, trittico (part.).

 

In passato Lungyu, figlia del Duca Mu dello stato di Qin, viveva senza darsi alcun pensiero delle cose di questo mondo, godendo solo della limpida purezza della luna d’autunno. Ai suoi tempi, viveva un musicista di nome Xiao Shi. Non c’erano limiti alla bellezza e alla commozione che evocava il suono del suo flauto, quando si levava nelle fredde albe alla luce chiara della luna d’autunno. Conquistata dalla sua musica, Longyu strinse con lui un patto d’amore, e non si curò dei rimproveri di quanti la biasimavano: stavano sempre insieme, sul tetto della loro dimora da cui lo sguardo spaziava all’orizzonte. Mentre lui suonava il flauto, contemplavano la luna, due cuori in uno. Perfino una fenice volò fino a loro per ascoltare la musica. Quando la luna, tramontando lentamente, si posò sulle cime dei monti a occidente, la fenice, che aveva compreso la purezza dei loro sentimenti, prese con sé Longyu e Xiao Shi e volò via lontano, nel cielo.

 

È esistito anche chi,

purificato il cuore

alla luce della luna

sfidando ogni limite,

è volato via oltre le nubi.

 

Com’è raro avere sentimenti così nobili da poter volare via nel cielo.

Anche restare affascinati dal suono di un flauto e ignorare il biasimo della gente rivela un cuore puro: che meraviglia.

 

Da Kara monogatari. Racconti cinesi, a cura di Maria Chiara Migliore, Milano, Ariele, 2015, pag. 63.

 

Finita la lezione, stamattina ho acquistato questo libro, appena pubblicato, e ho iniziato a leggerlo subito, in treno. Che meraviglia!

Attribuita a Fujiwara no Shigenori (1135-1187), questa piccola raccolta di antichi racconti cinesi volti in giapponese durante il periodo Heian rivela ancora una volta il profondo debito che la cultura classica giapponese deve all’immaginario del continente, anche se sarebbe scorretto sorvolare sul fatto che Shigenori, funzionario imperiale chiamato il Consigliere del quartiere dei ciliegi per la sua predilezione per i sakura, dovette sicuramente adattare i racconti alla sensibilità dei suoi lettori. La scelta delle storie, alcuni delle quali celeberrime e soggette a rifacimenti e riscritture anche in ambito giapponese, ci dice molto dei gusti del compilatore e del suo pubblico e l’ottima introduzione di Maria Chiara Migliore (che ha anche tradotto il testo antico) ci aiuta a cogliere al meglio la fascinazione del Giappone classico per la tradizione letteraria cinese. Una lettura, per me, oltremodo piacevole e illuminante. Una delizia d’autunno.

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Un gatto a Enoshima. Fra le camelie di quella nostra primavera. Aprile 2013.

 

Dopo circa venti minuti di treno sulla linea ferroviaria privata che parte da Shinjuku diretta verso sud-ovest, si scendeva in una piccola stazione dove i rapidi non si fermano e si camminava verso sud per dieci minuti, fino ai piedi di una modesta altura; si attraversava la strada che passava in direzione est-ovest sulla cima del rilievo, unico punto un po’ trafficato, e da lì in poi si iniziava a ridiscendere; si percorreva per circa settanta metri una via piuttosto ampia in lieve pendenza e si trovava, sulla sinistra, una casa con un ingresso vecchio stile e un muro di recinzione in malta decorato, nella metà inferiore, da una fila di mezze canne di bambù disposte in verticale. Infilandosi nella stradina sinistra prima del cancello, la recinzione diventava più modesta: la stradina costeggiava uno steccato di legno.

L’abitazione che avevamo preso in affitto era una casetta isolata all’interno dell’ampio appezzamento di terra delimitato dal muro e dallo steccato. Percorso metà dello steccato, c’era un cancelletto di assi di legno che fungeva da accesso di servizio per i proprietari e da ingresso per gli affittuari. Come un occhio cui nessuno faceva caso, il buco nel legno si apriva nello steccato subito dopo il cancelletto.

Una volta passati lì davanti, ignari di quanto la propria immagine si proiettasse nitida sulla finestra praticamente nascosta al di là dello steccato, si incappava nel muro di mattoni della casa che aggettava da sinistra e si girava a destra con un angolo piuttosto stretto. Ma non si aveva neanche il tempo di rendersene conto, che subito ci si trovava di fronte a una casa con il tetto coperto dalle fronde di un enorme olmo giapponese e si girava di nuovo bruscamente a sinistra. Proprio perché questi repentini cambiamenti di direzione lo facevano somigliare al classico disegno della saetta, scherzando, lo avevamo battezzato vicolo fulmine. 

L’ombra dell’olmo si allargava sulla stradina. Era un albero molto antico ed è probabile che il Comune lo avesse designato pianta protetta: era chiaro che, quando avevano costruito la casa, l’avevano appositamente progettata in modo da inglobarne il tronco.

I rami si allungavano senza ostacoli crescevano rigogliosi, concedendo la benedizione della loro ombra anche alla parte orientale del giardino della casa principale e alla casetta degli affittuari, eretta nell’angolo di nord-est. Però, in autunno inoltrato, le foglie che cadevano fitte strappavano frequenti sospiri all’anziana padrona di casa.

Un giorno un gattino era venuto a infilarsi nel vicolo fulmine e, qualche tempo dopo, il bambino di circa cinque anni che abitava nella dimora abbracciata all’olmo aveva deciso di raccoglierlo e allevarlo.

La sua casa confinava con il lato est della nostra, ma visto che era arretrata di tanto quanto era largo lo zigzag del fulmine, non avevamo occasione di incontrarci nei nostri andirivieni. Il lato che affacciava sul nostro giardino, poi, era completamente murato a parte una piccola finestra per il ricambio dell’aria, chiuso da una grata. E soprattutto, dato che eravamo solo affittuari di una casetta nell’angolo di un ampio terreno, non sentivamo molto la relazione di vicinato.

Ci arrivavano spesso le grida acute del bambino, quando giocava allegro nella zona in cui la stradina curvava, ma noi passavamo le notti alla scrivania e i nostri orari erano troppo diversi perché lo incontrassimo. Però, in una tarda mattinata, mentre facevamo colazione, ci arrivò attraverso lo steccato la sua voce che diceva distintamente: – Questo gatto è mio! – Da qualche giorno avevamo iniziato a far caso al gattino, che trotterellava nel nostro giardino non più grande di uno stenditoio: per cui, nel sentire le parole del bambino, ci scappò un sorriso.

 

Hiraide Takashi

 

Da:

Il gatto venuto dal cielo, traduzione di Laura Testaverde, Torino, Einaudi, pp. 3-4.

Una piccola storia lieve che comunica serenità. Che si legge come una pausa piacevole, sulla panchina di un parco a primavera, al tavolino nella terrasse di un caffé, nella città che – sì – amiamo tanto, un tè davanti e qualche dolcetto, senz’altra pretesa che un po’ di quiete.

 

Dedicato alla mia amica Marta.

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Godendo sotto i fiori. Scena di hanami. Da: Anonimo, "Scene di genere dei 12 mesi" , periodo Muromachi (XVI sec.). Importante proprietà culturale. Tokyo National Museum.

 

Ieri, oggi, così passa il tempo… I ciliegi del monte Asuka sono in piena fioritura, le azalee di Somei rivaleggiano in splendore. Lungo la strada un arcobaleno di tappeti, i profumi nei sacchetti lasciano il loro aroma sull’erba; l’eleganza dei palanchini con borchie, la confusione dei cavalli imbrigliati, l’assordante clamore dei saltimbanchi e dei burattinai. Piuttosto che contaminare i ciliegi componendo maldestri versi in giapponese o cinese, a metà ebbri e con le maniche rimboccate, sembrerebbe davvero più raffinato riunirsi semplicemente tra amici e scambiarsi coppe di sake in un posto tranquillo. Lo stesso giorno, la sera quando la luna è offuscata, è divertente sentire qualcuno russare impunemente, disteso sul nudo suolo, un barilotto tutto per lui per cuscino, e nessuno può sapere che sogni tesse…

Hiraga Gennai

(1728-1780)

 

Da: La bella storia di Shidōken (Fūryū Shidōken den, 1763), cura e traduzione di Adriana Boscaro, Venezia, Marsilio, 1990, p. 72.

 

L’irriverente spirito di Hiraga Gennai mi accompagna nella preparazione di un corso sulla cultura popolare di periodo Edo, in questo inizio di primavera. Una lettura che raccomando. 

Buona primavera!

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Una luna di luce. Quasi un sole. (La scorsa estate).

 

“Il sole”, gridò in quello stesso momento un abitante del villaggio.

Gli astanti volsero lo sguardo verso il cielo e presero coscienza per la prima volta dell’evento spaventoso che si stava tramando. Il sole che, ancora qualche istante prima, risplendeva tranquillo, cominciava a essere invaso lentamente da un’ombra nera che ne rosicchiava il disco. Non era una nuvola. Un’ombra nera, esattamente della stessa forma dell’astro del giorno: un altro sole, ma nero.

Era un’eclisse.

 

Hirano Keiichirō

da L’èclipse (Nisshoku), tradotto dal giapponese da Jean Campignon, Arles, Philippe Picquier, 1998.

 

Un giovane scrittore giapponese (appena ventitreenne al momento della pubblicazione del romanzo), una storia che si svolge nel sud della Francia, alla fine del XV secolo. Un giovane domenicano, alla ricerca di un manoscritto perduto, la sosta in un villaggio e il suo incontro con il male, l’eresia, le passioni, fenomeni inesplicabili che trasformano il cuore degli uomini e gettano il caos nel mondo. Quello di Hirano Keiichirō è un romanzo di grande bellezza e poesia, di sorprendente erudizione e di indagine sulle radici del bene e del male, solcato da immagini potenti e inconsuete. Peccato davvero non poterlo leggere in italiano.

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