Tutto sta nel primo incontro. Fra i banchi di una libreria, sugli scaffali di una biblioteca, a casa di un amico, sul banco di una fiera: una copertina ci attira, un titolo ci cattura, un nome ci fa sussultare e prendiamo in mano un libro. Ecco, è il primo contatto. Allora, poi, diventa inevitabile sfogliarlo e, senza rendercene conto i nostri occhi già stanno scorrendo le prime righe. Entriamo nella storia, ci si apre un mondo. Forse si tratta dell’inizio di un innamoramento, per quel libro, per un autore che da allora non abbandoneremo più, per un genere letterario. Oppure, che meraviglia, è la nascita di una passione per una cultura. La passione di una vita.

A me capitò nel 1978: il regalo di un profumo giapponese dal nome evocatore, Murasaki. E, subito dopo, la corsa in biblioteca Sormani, poco distante da dove lavoravo, durante una pausa pranzo, e  la scoperta del Genji monogatari (nell’obsoleta e francamente improbabile traduzione di Adriana Motti dalla storica versione inglese di Arthur Wiley).

Ecco, l’inizio di un libro a volte non è solo l’inizio di un libro.

Ma anche se fosse solo l’inizio di un libro, perchè non abbandonarci al gusto della scoperta, al piacere di un incontro?

Durante il regno di un certo Sovrano, non so bene quale, tra le numerose Spose Imperiali e dame di Corte ve n’era una che, seppure di rango non molto elevato, più di ogni altra godeva dei favori di Sua Maestà. Le dame di alto rango, convinte com’erano di dover essere le prescelte, la guardavano dall’alto in basso e ne erano gelose. Quelle dello stesso grado o di uno inferiore a maggior ragione si sentivano offese. Sera e mattina la sua presenza a Corte non faceva che esporla alla malevolenza delle altre e, forse per via del rancore che si riversava su di lei, ella si ammalò e in preda alla malinconia si ritirò più volte presso la famiglia d’origine, ma il Sovrano, sempre più sollecito, seguitava a prendersi cura di lei senza prestare ascolto alle critiche di coloro che gli stavano attorno e suscitando chiacchiere a non finire. Dignitari e nobili dei più alti ranghi, coinvolti loro malgrado, mostravano il proprio scontento distogliendo lo sguardo e mormorando che era un’infatuazione tale da turbare la vista e che nel regno dei Tang, per simili circostanze, il paese era caduto in preda a disordini e tumulti. Col passare del tempo, mentre anche nel resto del mondo la vicenda seminava malcontento e preoccupazione al punto che si citava l’esempio di Yang Guifei, non le erano state risparmiate umiliazioni, ma ella era riuscita a partecipare alla vita di Corte, confidando nell’affetto senza limiti che Sua Maestà le riservava. Il padre, che era stato Gran Consigliere, era morto, e la madre, appartenente a un’antica famiglia di tutto rispetto, convinta che la figlia non dovesse essere inferiore alle altre dame che grazie all’appoggio paterno avevano a Corte grande successo, le aveva fornito tutto quanto era indispensabile per ogni occasione ufficiale; pur tuttavia, essendo ella priva di un solido appoggio, in caso di bisogno non aveva nessuno su cui fare affidamento ed era più sola e sperduta che mai.

Forse anche nelle precedenti esistenze i legami che l’avevano unita a Sua Maestà erano stati profondi, perché le nacque un bambino, simile a un puro gioiello di cui al mondo non si vede l’eguale.

 

Murasaki Shikibu, La storia di Genji (Genji monogatari), Torino, Einaudi, 2012, pp. 3 e 4.

Tradizione di Maria Teresa Orsi.

Anonimo, Genji monogatari emaki, XII sec., (part). Nagoya, Tokugawa bijutsukan.

 

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A Kyōto. Una casa, il tempo di una vacanza. Agosto 2009.

In lingua giapponese il termine kufū 工夫 veicola il concetto di invenzione, idea, trovata, mezzo, espediente, stratagemma. Analogamente, kufū suru 工夫する è ideare, inventare, escogitare, ingegnarsi a…, escogitare il modo di…, aguzzare l’ingegno per…*

La sostenibile arte del kufu è allora l’arte di fare con quello che si ha, abbracciando una filosofia di minimo impatto, di rifiuto dello shopping compulsivo o imposto, di adesione a uno stile di vita che eviti gli sprechi, il superfluo, l’accumulo di oggetti che ci possiedono e ci tolgono la prospettiva di ciò che è veramente importante.

C’è una bella pagina di Dominique Loreau che racconta questa arte con semplicità e immediatezza.

 

” Avere ciò che si vuole è segno di ricchezza,

ma essere capaci di farne a meno, è forza.”

George MacDonald

Il kufu è un altro concetto zen spesso impiegato nella quotidianità. È l’arte di fare con i mezzi a disposizione in tutte le situazioni. È comporre un pasto con i resti del frigorifero, piegare i propri abiti in un foulard annodato alle quattro estremità quando non si ha un luogo dove riporli o una borsa per trasportarli, mettere due maglioni l’uno sull’altro invece che correre in negozio per acquistarne uno più caldo quando le temperature iniziano ad abbassarsi.

Il kufu è utilizzare la propria immaginazione per arrivare allo scopo senza aver bisogno di procurarsi qualche cosa in più, e apprezzare ciò che si ha utilizzandolo al meglio, ed evitando così lo spreco.

Più che gli oggetti stessi, è la grazia e l’eleganza con cui si vive, in Giappone, ad essere un’arte.  Come vivere con poco e di poco si impara: prendere le cose nello stato in cui sono e tirarne il miglior partito; fare di un luogo piccolo e ingrato, di un appartamento spartano, un alloggio confortevole e caloroso.

Lo zen spinge persino a ridurre i tre “bisogni vitali” che sono l’abbigliamento, il cibo e il sonno. Questa autodisciplina, insegna lo zen, permette di affrontare qualunque tipo di situazione non dispiegando esattamente e strettamente che il giusto sforzo (non troppo e neppure troppo poco) e di imparare a controllarsi allo scopo di far fronte a qualunque pericolo, che sia esterno o dentro di noi (passione, gelosia, stanchezza di vivere…).

Lo zen insiste sul fatto che ogni scopo può essere raggiunto con i mezzi che si hanno, a condizione di mantenere il proprio spirito sveglio.

(Da: Dominique Loreau, L’art de l’essentiel, Paris, Éditions J’ai lu, 2009, pp.222-223.)

 

Così, un semplice quadrato di stoffa, riempito di sassolini o di sabbia – i quattro lembi annodati – e poi chiuso da un cordoncino colorato, può diventare un elegante fermaporta, oltre che essere, com’è tradizione, segnale di divieto che annuncia uno spazio in cui non si può penetrare. E dei rotoli di paglia di riso possono trasformarsi in rustici sedili in un’antica casa tutta legno e carta di Kyōto, nostro privilegiato luogo di residenza di un’estate che non dimenticherò.

 

*Cfr. Dizionario Shogakukan Giapponese-Italiano, 1994.

Nakajima no ochaya. In attesa del té. Giardino di Hamarikyū, Tōkyō, aprile 2013.

 

 

 

 

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Un vecchio libro ingiallito sullo scaffale dei testi dedicati alla poesia giapponese. Capita, a volte, di ritrovare piccoli tesori in casa.

Forse ritrovare non è il termine corretto perchè il libro, questo piccolo libro che ora tengo fra le mani, non l’ho mai smarrito, in realtà. 

Nella stanza dei libri giapponesi (del Giappone, sul Giappone, dal Giappone) nulla si perde ma a volte – sì, qualcosa si nasconde. I libri si accalcano, scivolano l’uno dietro l’altro, l’uno sotto l’altro, in file indisciplinate. Devono sgomitare per tornare alla ribalta. Per imporsi di nuovo all’attenzione. Ora li sto schedando e quindi lo so: questa estate è un’estate di ritrovamenti, un’estate di tesori.

Il libretto edito da Guanda nel lontano 1969 probabilmente l’avevo scovato fra gli scaffali sommersi da pile di libri della mai dimenticata libreria Accademia, in Galleria Vittorio Emanuele, a Milano, là dove andavo a caccia il sabato pomeriggio, nelle mie peregrinazioni bibliofile di ragazza e, più tardi, quando già avevo iniziato a lavorare in libreria. Da quella caverna di tesori uscivo sempre con la soddisfazione di una conquista… e un sacchetto pieno di volumi.

Uno di questi è la silloge Rane e altre storie, di Kusano Shinpei (1903-1988), un libro che perdo e ritrovo sempre con piacere, come racconto anche qui: https://www.rossellamarangoni.it/un-poeta-dimenticato-ho-ritrovato-kusano-shinpei.html

Ne estraggo dei versi perfetti per agosto perchè, nel mio ricordo, si sovrappongono alle passeggiate estive fra gli asagao di Takayama. 

Rispetto la disposizione del testo e la punteggiatura scelta dai traduttori/curatori Corman, Kamaike e Datini insieme al poeta.

 

AGOSTO CAMPANULE AZZURRE

 

cielo d’agosto campanula azzurra.

perfettamente ritagliato in forme

              di cinque petali.

come se veramente.

seduce campanule azzurre.

che ad ogni brezza oscillano.

 

peri betulle bianche larici e noci.

oh alto in un bosco. un

cantando echeggiando un cucù.

svanisce nel cielo campanula e.

 

campanule a coppa ornano agosto.

 

agosto nelle coppe oscillando oscillando.

dondola ad ogni brezza.

 

Kusano Shinpei

 

Trad. di Cid Corman, Susumu Kamaike e M. Datini jr. 

In Rane e altre cose, a cura di Cid Corman, Guanda, Parma, 1969, p. 59.

Estiva visione. Takayama, agosto 2013.

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A chi parte, regalo spiagge e vette, alberi e conchiglie.

A chi resta, e sogna nella notte troppo calda un vento che percorra la pianura, regalo parole.

E pensieri lievi. E sogni di acque e di brezze.

Fresche acque! Kyōto, giardino del Kinkakuji. Agosto 2013.

 

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Utagawa Kuniyoshi, Semimaru, dalla serie Hyakunin isshu no uchi, 1842 circa.

これやこの 
行くも帰るも 
別れては 
知るも知らぬも 
逢坂の関

 

Kore ya kono 
yuku mo kaeru mo 
wakarete wa 
shiru mo shiranu mo 
ausaka no seki.

Semimaru

(IX sec.)

“Vedendo la gente andare e venire, quando viveva nell’eremo che si era costruito vicino alla barriera di Ausaka.”

Questa è proprio quella barriera di Ausaka  È questo e quello Barriera del Pendio dei incontri:
dove andando o venendo  separazione e incontri è questo il luogo da cui si passa
ci si separa, chi va e chi torna quando si lascia la capitale o ci si torna
e conoscendosi o non conoscendosi chi si conosce e chi no e in cui amici e sconosciuti
ci s’incontra. sulla salita Ausaka.  si incontrano.
  Trad. di Marcello Muccioli.    Trad. di Nicoletta Spadavecchia.   Trad. di Andrea Maurizi.

Fonte per il testo giapponese:

Japanese Text Initiative della University of Virginia Library.

 

Le traduzioni sono tratte da:

Marcello Muccioli (a cura di), La centuria poetica, Milano, SE, 2010 (prima edizione: Firenze, Sansoni, 1950).

Nicoletta Spadavecchia, Michelangelo Coviello (a cura di), Fujiwara Teika. Tanka. Antologia della poesia classica giapponese, Milano, Corpo 10, 1990.

Andrea Maurizi, Poesie di cento poeti in Virginia Sica, Francesca Tabarelli de Fatis (a cura di), Lo spirito giovane della calligrafia classica. Personale di Kataoka Shikō, Trento, Go Book, 2006.

☛ Ho scelto queste traduzioni e non altre, che pure esistono, perché già nella mia disponibilità.

 

🌸🌸🌸

L’immagine che ho scelto per illustrare il waka n°10 è di Utagawa Kuniyoshi (1797-1861), artista del tardo periodo Edo la cui sensibilità è, inevitabilmente, molto diversa da quella che ha dato origine al componimento poetico del leggendario suonatore di biwa Semimaru.

E in questa immagine, ecco cosa vedo.

 

Il tronco nodoso di un pino dalla folta chioma domina la scena tagliandola diagonalmente. A destra è una capanna dal tetto di paglia la cui  finestra, aperta, mostra il poeta stesso che osserva il via vai dei viaggiatori, un fascio di fogli in mano. La sua espressione è sorridente, come compiaciuta, in apparente contrasto con la leggenda che narra di come Semimaru sia stato un celebre cantore cieco che suonava il biwa, un biwa hōshi dunque, un mōsō, ossia un religioso cieco. 

Il lato sinistro della stampa mostra in lontananza il dolce pendio della cosiddetta “barriera degli incontri” (afusaka no seki) chiamata anche barriera di Ausaka o “di Ōsaka” (nulla a che vedere con l’attuale metropoli il cui antico nome era Naniwa). Questo toponimo veniva utilizzato come utamakura (lett. “cuscino poetico”, un artificio letterario della poesia classica che legava il nome di una località a un’associazione di immagini e sentimenti comuni e condivisi da autore e lettore e che spesso si basava su un gioco di parole), giocando con il suono afu /au, analogo al verbo au, “incontrare”. Sul sentiero che si inerpica verso il passo, fra le colline verdeggianti, sostano e si muovono vari personaggi: qualcuno indica la strada ancora da percorrere a un viandante, altri recano sulle spalle merci e fascine, contadini o venditori ambulanti al pari di Shinroku, protagonista di un gustoso racconto di Ihara Saikaku (1642-1693), “Il cappello di Daikoku” (in Nippon eitaigura, “Il magazzino eterno del Giappone”, 1688). Figlio scapestrato di un ricco mercante di Kyōto che lo ha disconosciuto, Shinroku si mette in marcia verso Edo, trasformandosi a poco a poco in abile ciarlatano capace di turlupinare i creduloni che incontra strada facendo: “Superata la barriera di Ōsaka, dove «la gente va e viene, gente nota e gente ignota» riuscì a persuadere parecchi a fermarsi e ad acquistare la sua medicina: ci cascarono persino venditori ambulanti di aghi e di pennelli da scrittura, che avevano una lunga esperienza di imbroglioni.” scrive Saikaku, prendendosi il lusso di citare così il celebre waka di Semimaru.*

Nella stampa di  Kuniyoshi, in primo piano sono tre personaggi che indossano vesti dai colori simili, azzurro e beige, e dai motivi decorativi affini. Tutti e tre indossano i waraji, le caratteristiche calzature infradito in paglia. Seminascosto dal tetto della capanna di Semimaru è un servitore che reca a spalla il bagaglio della coppia che lo precede. La donna, girata di spalle, indossa il tipico cappello da viaggiatrice di periodo Kamakura (ichimegasa) e ha la sopravveste a losanghe trattenuta da un nastro rosso, secondo il costume da viaggio di quell’epoca, il personaggio che le sta accanto, e che con la mano sinistra sembra far cenno di affrettarsi al servitore, ha tratti del volto femminei ma l’acconciatura è quella di un codino (mage) da samurai, cosa che mi lascia incerta circa l’identità da attribuirgli. Spicca, nell’armonia cromatica della scena, il rosso mattone dei particolari delle vesti delle due figure in primo piano, viaggiatori che hanno appena lasciato il pendio degli incontri.

Semimaru, autore del waka qui illustrato, è un personaggio leggendario, della cui esistenza non si hanno testimonianze certe, ma solo aneddoti quali, ad esempio, quello contenuto nel Konjaku monogatarishū (XII sec.). Un dramma importante del teatro nō, attribuito dalla tradizione allo stesso Zeami Motokiyo (1363?-1443?), è dedicato alla sua leggenda. Semimaru, figlio dell’imparatore Uda, nato cieco e bandito dalla corte, è inviato alla barriera di Ausaka, fra Kyōto e il lago Biwa, affinchè vi si stabilisca e prenda i voti religiosi. Egli accetta il suo destino sapendo che è stato stabilito per lui dal karma di una vita precedente. Un uomo costruisce allora per lui una capanna dove prenderà dimora. Giunge in loco la sorella Sakagami, che lo cerca senza sosta e, sentendolo suonare il biwa, lo riconosce. I due si ritrovano e condividono memorie e ricordi, ma sarà una consolazione di breve durata perchè Sakagami dovrà presto dirgli addio. 

Sulla stampa di Kuniyoshi, non sono forse, allora, la principessa Sakagami e il suo piccolo seguito, coloro che si sono voltati per salutare un’ultima volta il poeta cantore? È forse per loro il sorriso di Semimaru? Il gioco delle ipotesi è appena iniziato.

 

* Da Ihara Saikaku, Storie di mercanti, traduzione di Michele Marra, Torino, Utet, 1983, p. 46.

 

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