Fossi capace, canterei l’autunno.

Chiuderei gli occhi e li spalancherei su quel nostro ritorno a Miyajima sotto una pioggia battente.

Dal traghetto l’isola sembrava immersa in un sogno nebbioso: stavamo forse raggiungendo la Penglai dei miti taoisti, la mitica isola degli immortali che si cela allo sguardo dell’uomo? Eppure eravamo ben vivi, seduti davanti al finestrino appannato dalla pioggia, circondati da esclamazioni eccitate di chi forse stava per sbarcare sull’isola per la prima volta.

Fossi capace racconterei della passeggiata solitaria nella valle degli aceri. Tutti si erano fermati lungo la riva, alle bancarelle di castagne arrosto, nei ristoranti che offrivano un temporaneo riparo dalla pioggia. Noi intrepidi ci eravamo inerpicati su, verso il bosco. L’odore della pioggia, il suono della pioggia. Nient’altro.

Fossi capace, ricorderei il colore delle foglie, lo ritroverei sulle nostre mani. E, sotto le foglie, il muschio vibrante di gocciole trasparenti. Il verde intenso di smeraldo.

Non sono capace e dovrei stare zitta. Ma gli occhi rivedono noi, soli, calpestare pozzanghere e foglie. A ripeterci quanto era bello essere lì, proprio lì, in autunno. Dopo tanti viaggi e tanti ritorni in estate, in primavera.

Era l’autunno che si rivelava. E noi restavamo in silenzio.

Sospesi nella bellezza. Consapevoli della bellezza.

Momijidani, la valle degli aceri, Miyajima. Novembre 2015.

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Utagawa Kuniyoshi, Ono no Komachi, dalla serie Hyakunin isshu no uchi, 1849.

花の色は 
うつりにけりな 
いたづらに 
わが身世にふる 
ながめせしまに

 

Hana no iro wa 
Utsuri ni keri na 
Itazura ni 
Waga mi yo ni furu 
Nagame seshi ma ni 

 

Ono no Komachi

(825 circa-900)

Kokinwakashū, II, 113.

Fonte del testo giapponese:

Japanese Text Initiative della University of Virginia Library.

 

Di questo celeberrimo waka esistono numerose traduzioni, a testimonianza dell’importanza della figura di Ono no Komachi nella storia della letteratura giapponese, del suo grande talento poetico e del fascino leggendario di una donna che continuò ad ispirare per secoli artisti e autori di teatro.

Ho scelto qui alcune traduzioni che possono dar conto della varietà delle interpretazioni degli acclamati versi della poetessa. Aggiungo le note che, in alcuni casi, accompagnano le traduzioni.

 

I colori dei fiori

Sono, ahimé, sbiaditi,

mentre io, invano

assorta nei pensieri, vedevo passare

i giorni di pioggia ostinata.

Trad di Ikuko Sagiyama.

Commento di Sagiyama:

L’identità della poetessa, annoverata da Ki no Tsurayuki tra i “sei geni poetici” (rokkasen), è tuttora avvolta nel mistero. Questo è uno dei suoi componimenti più celebri e presenta una notevole complessità strutturale che ha dato adito a svariate interpretazioni. Il ricorso all’uso di due kakekotoba, furu (“trascorrere di tempo” e “piovere”) e nagame (“immersione nei pensieri” e “lunga pioggia”), la posizione centrale dell’avverbio “invano” (idazura ni) che, come cardine, può riferirsi anche ai versi precedenti., il velato paragone tra l’appassire dei fiori e lo sfiorire della donna: la sovrapposizione di tutte queste “trovate” tecniche crea una fusione tra le immagini tratte dalla natura e i sentimenti, risolvendosi in un lirismo di struggente allusività. (Kokin Waka Shū, ed Ariele, p. 122).

*

Il colore dei fiori

s’è mutato invano,

mentre a fatica attraversavo il mondo.

Trad. di Mario Teti (in Poesia classica giapponese, Guanda, 1967, p. 66).

*

Il colore dei fiori,

ahimè, è svanito!

mentre senza scopo

io, pensosa, ho passato la vita,

lo sguardo fisso alla pioggia notturna.

Trad. di Marcello Muccioli (in La letteratura giapponese, Sansoni Accademia, 1969, p. 82).

Nota: In questi versi famosissimi con un abile e delicato gioco di doppi sensi imperniati sui vocaboli  furu  e “cadere (della pioggia)” e “passare” (la vita, il tempo); e  nagame, “lunga pioggia e “contemplazione”, ella sostanzialmente dice: “io ho passato vanamente la vita (yo) in contemplazione (nagame) di me stessa: ma a che pro? Vana è stata la mia bellezza, caduca come il colore dei fiori che avvizzisce al cadere (furu) di una lunga pioggia (nagame)”. L’espressione “il colore dei fiori” è metafora per: bellezza.

*

Il colore dei fiori è svanito, mentre senza scopo ho passato la vita fissando la pioggia notturna.

Trad. di Adriana Boscaro (in Katō Shūichi, Storia della letteratura giapponese. Vol. 1, Marsilio,1987, p. 125). 

Nota: Ono no Komachi, famosa per la sua bellezza, era anche nota per l’alterigia con la quale trattava i suoi spasimanti che spesso lasciava languire fuori della sua porta, sotto la pioggia. Nello waka qui riportato c’è un complesso e allusivo richiamo a questo suo atteggiamento.

*

Svanito è già 

il colore dai fiori

e senza scopo

il mio corpo dal mondo

come pioggia è passato.

Trad. di Nicoletta Spadavecchia e Michelangelo Coviello (in Fuiwara Teika, Tanka, Corpo 10, 1990, p. 9).

*

In fragile pallore

ormai è la bellezza

dei fiori –

e intanto, lo sguardo

assorto, penso alla

fuga dei miei giorni

mentre la pioggia

scende senza fine.

Trad. di Irene Iarocci (in L’eterno nel tempo, Guanda, 1993, p. 70).

Nota: Questo celebre waka di Ono no Komachi fino al tempo di Fujiwara no Toshinari passò quasi inosservato; fu il grande poeta e critico Fujiwara no Teika a individuarne la profonda, umanissima percezione dell’associazione – in chiave metaforica – tra il tempo e la fralezza del bello in natura da un lato, e la fuga del tempo e dell’età verde della poetessa dall’altro. Ritmica e impietosa, la pioggia sembra simboleggiare la tristezza, la melanconia di chi riconosce nell’età matura quanto sia simile alla sua vita l’immagine del fiore non più vivido.

*

Così presto è svanito

il colore dei fiori.

Lo sguardo nel vuoto,

vedo passare i giorni

e questa pioggia cadere senza fine.

Trad. di Mario Riccò e Paolo Lagazzi (in Il muschio e la rugiada, Rizzoli, 1996, p. 59).

*

I colori dei fiori

sono purtroppo svaniti

mentre io invano

mi soffermavo a riflettere

sul corso della mia vita.

Trad. di Andrea Maurizi (in Lo spirito giovane della calligrafia classica, GoBook, 2006, p. 45).

🍁🍁🍁

L’immagine che ho scelto per illustrare il waka n°9 è di Utagawa Kuniyoshi (1797-1861), artista del tardo periodo Edo la cui sensibilità è, inevitabilmente, molto diversa da quella che ha dato origine al componimento poetico di Ono no Komachi.

E in questa immagine, ecco cosa vedo.

 

La stampa è tutta giocata sulle linee diagonali in cui Kuniyoshi suddivide la scena e illustra quasi alla lettera il componimento poetico.

Le linee diagonali sono rappresentate in alto dalla striscia verde dell’orlo del prato, subito sotto dalla massa colorata data dagli strati di kimono con cui è abbigliata la poetessa e, sull’orlo inferiore, dalla campitura gialla del terreno punteggiato di petali di ciliegio rosa. 

La parte superiore della scena è occupata dalla chioma ondeggiante di un ciliegio in piena fioritura, piegato verso destra. L’albero sembra opporsi alle raffiche di vento che soffia nella direzione opposta, spargendone i petali tutt’intorno.

La poetessa è mollemente appoggiata con il braccio destro a un tavolino basso laccato di nero. La sua lunga chioma corvina è sciolta sulle spalle secondo l’usanza di periodo Heian ed è decorata da un kanzashi di fiori azzurri, mentre la serie di strati di kimono con cui è abbigliata richiama nella decorazione più lo stile di Edo che quello delle vesti hitoe indossate dalle dame della corte imperiale del IX secolo. Nella massa di vesti spicca il rosso intenso di una delle vesti sottostanti che si stacca cromaticamente dallo sfondo che sfuma, dal basso all’alto, dal giallo carico al giallo tenue. 

La scena è come sospesa, dominata dal muto dialogo fra la poetessa assorta nei suoi pensieri, i fiori che si disperdono in mille petali e il vento che spazza il cielo grigio con pennellate dinamiche. Unico movimento nella quiete senza tempo di un giorno di primavera.

 

❀ Di Ono no Komachi ho scritto diffusamente qui: 

http://www.rossellamarangoni.it/onna-donne-giapponesi-passioni-giapponesi-2-ono-no-komachi.html

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Gelato e caffè a Kawagoe, un’estate. Agosto 2009.

Un gelato e un caffè in una vecchia caffetteria annerita dagli anni a Kawagoe, poco lontano da Tōkyō. La visita a una piccola città di provincia, una delle tante “piccole Edo” che punteggiano il Giappone e rivelano l’architettura tradizionale delle case dei mercanti, con la bottega e il kura, il magazzino dalle pareti spesse e dalle finestre fortemente strombate che proteggeva ricchezze e beni preziosi di famiglia. Guardare le carpe guizzanti, lampi colorati nell’acqua luccicante di un piccolo canale. Visitare un tempio il cui recinto è disseminato di statue dei cinquecento discepoli del Buddha (i rakan, o, in sanscrito, arhat), ognuno con un’espressione diversa, un atteggiamento peculiare e dei tratti in cui ogni visitatore si diverte a scorgere somiglianze con il vicino di casa, l’amico, il parente.

Camminare pigramente nella luce del tramonto verso la stazione, fermandosi ad osservare una fila di furin “Edo style” in attesa di compratore e, soprattutto, di un alito di vento che ne riveli il suono argentino.

Spiare dalle vetrine di negozi segnati dal tempo le antiche ceramiche. Farsi tentare dalla frescura di un corso d’acqua, di una caffetteria, di una bottega. Prendersi il tempo di una pausa, per una lettura, per una chiacchierata. Per sgranocchiare della patatine che qui sono dolci (è la specialità locale). Per osservare le ragazze nei kimono estivi camminare come incuranti del caldo torrido che ci avvolge. 

Tutti i nostri gesti, i nostri passi, piccoli gesti senza importanza, si sono dilatati nel ricordo.

Rifletto su questo e mi domando se non sia proprio perché non vi è nulla di eclatante, nulla di epico o di straordinario che questi piccoli piaceri estivi restano così vivi nella memoria. Preziosi come l’alito del vento che muove le chiome verdissime degli alberi in un giorno di mezza estate.

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Utagawa Kuniyoshi, “Il monaco Kisen” dalla serie Hyakunin isshu no uchi, 1849.

わが庵は 
都のたつみ 
しかぞすむ 

世をうぢ山と 
人はいふなり

 

Wa ga io wa 
miyako no tatsumi 
shika zo sumu 

yo o Ujiyama to 
hito wa iunari

 

Kisen Hōshi

(IX sec.)

Il mio abituro è  Abito in pace Solo nel mio eremo
a sud-est della capitale;  il monte Malinconia a sud-est della capitale
così io vivo,  così lo chiamano desidero vivere
e la gente chiama  il mio piccolo mondo  e questo sebbene si dica
il mondo un monte di tristezza (Ujiyama). a sud-est fuori dal mondo.  che sia un luogo di sofferenza.
  Trad. di Marcello Muccioli.    Trad. di Nicoletta Spadavecchia.   Trad. di Andrea Maurizi.

Fonte per il testo giapponese:

Japanese Text Initiative della University of Virginia Library.

 

Le traduzioni sono tratte da:

Marcello Muccioli (a cura di), La centuria poetica, Milano, SE, 2010 (prima edizione: Firenze, Sansoni, 1950).

Nicoletta Spadavecchia, Michelangelo Coviello (a cura di), Fujiwara Teika. Tanka. Antologia della poesia classica giapponese, Milano, Corpo 10, 1990.

Andrea Maurizi, Poesie di cento poeti in Virginia Sica, Francesca Tabarelli de Fatis (a cura di), Lo spirito giovane della calligrafia classica. Personale di Kataoka Shikō, Trento, Go Book, 2006.

☛ Ho scelto queste traduzioni e non altre, che pure esistono, perché già nella mia disponibilità.

 

🍁🍁🍁

L’immagine che ho scelto per illustrare il waka n°8 è di Utagawa Kuniyoshi (1797-1861), artista del tardo periodo Edo la cui sensibilità è, inevitabilmente, molto diversa da quella che ha dato origine al componimento poetico del monaco Kisen.

E in questa immagine, ecco cosa vedo.

 

Un eremo dal precario tetto di paglia suggerisce l’umile dimora di un monaco. Ed eccolo, infatti, il monaco poeta: lo vediamo di spalle, quasi abbandonato (ma “mollemente appoggiato” sarebbe forse l’espressione più appropriata) al pilastro d’angolo della capanna che lo ospita, vicino alla riva del fiume. Davanti a sé una minuscola tazza, sopra la sua testa rasata è invece una zucca appesa all’architrave, chiaro simbolo stagionale. Del monaco non vediamo il volto. Il suo sguardo è rivolto al paesaggio, là dove una donna china sembra accingersi a raccogliere qualcosa che le è caduta, o forse sono erbe, quelle che sta cercando su quella lingua di terra ricoperta di pini che si spinge verso l’acqua. Sullo stesso lato della scena, ma più vicina alla capanna, è una donna che ha appena attraversato il piccolo ponte di assi gettato fra la riva e un’isola di cui si intravede solo una propaggine. Sulla schiena un bimbo forse addormentato (vediamo emergere dal colletto del kimono della madre solo la sua testolina rasata), la donna fatica a trattenere l’altro figlioletto che tiene per mano e che sembra seguirla recalcitrante, tirando nella direzione opposta e indicando con la mano libera qualcosa laggiù, lontano, qualcosa che a noi non è dato vedere.

In primo piano un anziano servitore raccoglie con paletta e scopino delle foglie cadute, o forse sono erbe portate dal vento d’autunno? La scena, immersa in un’atmosfera di quieta quotidianità, è pervasa dalla sottile malinconia dell’autunno e suggerisce come un’intima inquietudine nel monaco poeta. Lontani sono i tetti del villaggio, quasi nascosti al di là della riva, lontano è il profilo del monte incombente sul paesaggio fluviale cui Kuniyoshi ha dato una palette di blu sfumati che dialogano con le acque che bagnano la costa, lontana, infine, sembra la vita mondana che Kisen ha abbandonato per scegliere una vita ritirata di meditazione e solitudine. 

Mi pare che l’artista nella sapiente composizione della scena abbia saputo rendere bene questo isolamento e, con esso, il mistero che circonda la figura di un poeta di cui nulla è rimasto se non il componimento poetico – questo – incluso nell’antologia Kokinwakashū (libro XVIII, n° 983) e le poche righe a lui dedicate nella celebre prefazione giapponese (Kanajo) di Ki no Tsurayuki, che riporto qui di seguito nella traduzione di Ikuko Sagiyama.

La poesia di Kisen, monaco del monte Uji, è composta con un linguaggio sottile e la concordanza fra l’inizio e la fine è incerta. E’ come se, per così dire, mentre si guarda la luna autunnale, le nubi dell’alba la velassero. 

Il mio eremo

è a sud-est della capitale:

ecco, io vi dimoro;

eppure gli altri chiamano il monte Uji*

il ritiro di chi ha ripudiato il mondo penoso.

Poiché di lui non sono note molte poesie, non si può dare un giudizio sicuro attraverso confronti di varie opere.**

Nonostante la riserva di Tsurayuki, la figura enigmatica di Kisen non mancò di colpire l’immaginazione dei suoi contemporanei inclini ad attribuirgli grande conoscenza della poesia antica associata ad abilità compositiva: solo così si spiega come lo stesso Tsurayuki includa il monaco nello scelto gruppo dei rokkasen, i sei geni poetici. Oltre a Kisen i membri di questa élite di talenti poetici sono: l’abate Henjō, Ariwara no Narihira, Funya no Yasuhide, Ōtomo no Kuronushi e, unica donna, l’affascinante Ono no Komachi.

 

*Nel waka di Kisen il toponimo Ujiyama è da intendersi anche come “luogo (yama) penoso (uji)”, “luogo di sofferenza “. La sillaba iniziale “u” di Ujiyama è da intendersi come parola-perno e il verso “yo o u” potrebbe essere anche letto come “il mondo è penoso”. Si tratta del tipico gioco polisemico che dà alla poesia di epoca Heian una caratteristica connotazione cerebrale. (Cfr al riguardo le note di Ikuko Sagiyama nell’edizione del Kokinwakashū citata più sotto).

** Da Kokin Waka shū (Raccolta di poesie giapponesi antiche e moderne), a cura di Ikuko Sagiyama, Milano, Ariele, 2000, p. 56.

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Tempo di vacanza per molti. Forse non per tutti. Ma il caldo invita (obbliga?) a rallentare i ritmi, a risparmiare le forze.

Mi lascio andare a ricordi di vacanze estive, di viaggi in Giappone, di canti di cicale, di sventolii di ventagli, di asciugami gelati premuti sulla fronte, di lattine di tè verde. Buono, freddo.

Ricordi di kakigōri coloratissimi, montagne di ghiaccio grattugiato al tè verde che sul tavolo, davanti a te, ti sembravano impossibili da scalare ma che, fra una chiacchiera e l’altra, nell’aria fresca della caffetteria, guardando fuori il mondo infuocato, scomparivano a poco a poco, riportando il tuo corpo a una temperatura accettabile. Almeno per un poco.

E riconciliandoti con il mondo. 

Allora, forse, potevi tornare a illuderti che il dondolio delle foglie, là fuori, nel baluginio della luce, volesse dire brezza, volesse dire vento.

Volesse dire fresco.

Un kakigōri a Kyōto, dalle parti del Ginkakuji. Agosto 2013.

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