Moga o modern girls di epoca Taishō (1912-1926). Una sfida.

Genshi, josei wa taiyō de atta.

In origine, la donna era un sole, un essere autentico.

Oggi la donna è una luna, una luna dal volto livido come quello di un malato, che vive attraverso un altro e non brilla che per mezzo di un altro.

Ora Seitō alza la voce.

Seitō è nata, una neonata dell’intelligenza e del lavoro delle donne giapponesi di oggi…

Ciò che fanno le donna provoca il riso ma io so, io, ciò che si nasconde dietro quelle risate eccessive… E non ho paura. […]

In origine, la donna era un sole, un essere autentico.

Oggi la donna è una luna, una luna dal volto livido come quello di un malato, che vive attraverso un altro e non brilla che per mezzo di un altro.

Noi ora dobbiamo ritrovare il sole che ci hanno nascosto.

“La parola al nostro sole, ai nostri talenti nascosti!” Questo è il grido che noi lanciamo a noi stesse, questa è la nostra sete, insopprimibile e insaziabile, questo è l’istinto che scuote tutto il nostro essere. Questo grido, questa sete e questo istinto che, tutti insieme, daranno vita al nostro spirito appassionato…

Allora potrà brillare, molto in alto, il trono del nostro genio…  […]

Voglio, con tutte le donne, credere al nostro genio nascosto. Fiduciosa in questa possibilità, voglio dal fondo del cuore rallegrarmi della felicità per noi di essere nate donne in questo mondo. La nostra salvezza risiede nel nostro genio, non nelle nostre preghiere agli dei o a Buddha, e neppure nei templi e nelle chiese.

Noi non attendiamo più una rivelazione divina. Riveliamoci a noi stesse, attraverso i nostri sforzi, svelando il segreto della nostra natura; riveliamoci a noi stesse da noi stesse.

Noi non crediamo né ai miracoli né ai misteri lontani. Noi sveleremo i segreti della nostra natura, diventeremo miracoli e misteri.

Proseguiamo incessantemente le nostre preghiere appassionate e la concentrazione spirituale! Andiamo sino in fondo, persistiamo!

Fino al giorno in cui nascerà il nostro genio nascosto, fino al giorno in cui brillerà il nostro sole nascosto…

Quel giorno sarà nostra ogni cosa, il mondo intero!

Quel giorno saremo degli esseri superiori, unici al mondo; non avremo più bisogno di riflettere sulla nostra esistenza e sulla nostra indipendenza nel cuore della terra: saremo degli esseri autentici.

Impareremo quanto la solitudine possa essere ricchezza e gioia.

Allora le donne non saranno più delle lune.

Quel giorno le donne saranno il sole che erano in origine: saranno degli esseri autentici.

 

Questo è il celebre messaggio che la giovane Hiratsuka Raichō (1886-1971) rivolse alle sue compagne nel settembre 1911, sul n° 1 di Seitō (Calze blu), prima rivista letteraria giapponese esclusivamente redatta e pubblicata da donne.

La copertina del n° 1 di Seitō (settembre 1911). Disegno di Naganuma Chieko.

Seitō fu pubblicata dal 1911 al 1916 e poté contare, nel corso della sua breve esistenza, sul contributo di ben 260 fra scrittrici e intellettuali, tutte capaci di resistere con coraggio agli attacchi continui della censura che non esitò a far ritirare dal commercio alcuni numeri della rivista considerandone il contenuto “osceno”.

 

Ricordo lei e le sue compagne. Ricordo il coraggio, la sfrontatezza, la ribellione, la consapevolezza. Le amarezze e le illusioni. Le lotte, le speranze.

Ricordo la loro vita e le loro parole. Oggi, come ieri e come domani.

Non è questione di date. Per me, non lo è mai stata.

 

Su Seitō si può leggere:

  • Pauline Reich, Atsuko Fukuda, “Japan’s Literary Feminists: The Seitō Group, in Signs, vol. 2, n° 1, Autumn 1976 (The Chicago University Press).
  • Sharon L. Sievers, Flowers in Salt: The Beginnings of Feminist Consciousness in Meiji Japan, Stanford, Stanford university Press, 1983.
  • Ebisu, n°48 (automne-hiver 2012), numero speciale della rivista dedicato a Seitō e intitolato: “Naissance d’une revue féministe au Japon: Seitō (1911-1916)”.
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Con rigore scientifico, d’accordo, ma anche con grande rispetto.

Così, solo così ho accettato la sfida che mi ha proposto l’editore: concentrare una presentazione del buddhismo in poco più di cento pagine.

Una piccola introduzione a una delle avventure più straordinarie della storia umana.

 

 

Buddhismo, Milano, Editrice Bibliografica, 2017.

Variamente intesa come religione o filosofia, considerata da taluni religione atea e da altri religione che venera innumerevoli entità divine, religione panasiatica o religione universale, il buddhismo pone a chi lo avvicina una serie di questioni in apparenza ardue da risolvere. Pure il buddhismo, i cui insegnamenti non fanno riferimento a un messaggio rivelato bensì sono il frutto dell’esperienza di un uomo, Siddharta Gautama, il Buddha, mantiene intatta, a distanza di più di duemilacinquecento anni dalla sua origine, nella piana indogangetica del nord dell’India, tutta la sua capacità di interrogare l’uomo contemporaneo sulle grandi questioni esistenziali (la natura del dolore, la causa del dolore, la via per uscire dal dolore) e di proporre una via spirituale che continua ad attirare l’interesse di nuovi fedeli dentro e fuori il continente asiatico.

Questo testo vuole essere una guida sintetica, ma anche chiara e rigorosa, a una religione  che nel corso della suo lungo percorso attraverso un continente, nel corso dei secoli, ha saputo adattarsi a culture e ambienti differenti, dando vita a una pluralità di scuole e insegnamenti spesso molto diversi fra loro. 

La presentazione dei caratteri salienti di questa via spirituale, dalla vita e dall’insegnamento del fondatore, alle correnti e alle pratiche rituali e devozionali si propone di permettere al lettore di penetrare agilmente in una religione la cui natura articolata, complessa e multiforme rivela un sistema di di straordinaria ricchezza e complessità troppo spesso vittima di malintesi o di mode.

 

☛ Il libro è disponibile sia in edizione cartacea che in ebook.

Questo il link alla pagina della casa editrice: http://www.editricebibliografica.it/scheda-libro/rossella-marangoni/buddhismo-9788870759211-409546.html

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Utagawa Kuniyoshi (1797-1861). Dalla serie Hyakunin isshu no uchi (1840-42). 1. L’imperatrice Jitō.

春過ぎて 
夏来にけらし 
白妙の 
衣ほすてふ 
天の香具山

 

Haru sugite 
Natsu ki ni kerashi 
Shirotae no 
Koromo hosu cho 
Ama no Kaguyama

Jitō tennō

(645-702)

 

Passata la primavera

Ecco l’estate

Sembra che la primavera sia terminata

l’estate sembra ormai venuta; e

passata è primavera

e che sopraggiunta sia l’estate

vestiti di candido tae, dicono

bianco vestito

visto che candide vesti di gelso

stanno già asciugandosi (al sole)

sei come i panni al sole

sono stese ad asciugare

o celeste monte Kagu.

monte del cielo o Kagu.

sul divino monte Kagu.

Traduzione di Marcello Muccioli.

Traduzione di Nicoletta Spadavecchia.

Traduzione di Andrea Maurizi.

 

Le traduzioni sono tratte da:

Marcello Muccioli (a cura di), La centuria poetica, Milano, SE, 2010 (prima edizione: Firenze, Sansoni, 1950).

Nicoletta Spadavecchia, Michelangelo Coviello (a cura di), Fujiwara Teika. Tanka. Antologia della poesia classica giapponese, Milano, Corpo 10, 1990.

Andrea Maurizi, Poesie di cento poeti in Virginia Sica, Francesca Tabarelli de Fatis (a cura di), Lo spirito giovane della calligrafia classica. Personale di Kataoka Shikō, Trento, Go Book, 2006.

☛ Ho scelto queste traduzioni e non altre, che pure esistono, perché già nella mia disponibilità.

☀️☀️☀️

L’immagine che ho scelto per illustrare il waka n°2 è di Utagawa Kuniyoshi, artista del tardo periodo Edo la cui sensibilità è, inevitabilmente, molto diversa da quella che ha dato origine al componimento che commenta.

E in questa immagine, ecco cosa vedo.

 

Sulla veranda della residenza imperiale, in primo piano, l’imperatrice Jitō e una sua ancella, che reca in mano un vassoio da scrittura, guardano verso il panorama lontano del monte Kagu, reso come in ombra, mentre bianche nubi basse sembrano salire dall’engawa, come se questa, più che aggettante su un giardino, sovrastasse una valle che noi, però, non possiamo vedere. L’imperatrice è abbigliata alla moda della corte di periodo Heian, anche se noi sappiamo che fu artefice dello spostamento della capitale a Fujiwara no Miya, ben prima della fondazione, nel 704, della più antica capitale permanente del Giappone,  Heijōkyō (poi chiamata Nara). Sopra i lunghi hakama rossi, Jitō indossa una serie di strati di vesti (hitoe), e una sopravveste le cui sfumature giocano sui toni del verde. Sulle fantasie geometriche delle fodere campeggia un decoro di fenici su intrecci di nuvole cinesi, chiaro motivo di buon auspicio. I capelli lunghi e neri sono lasciati sciolti sulle spalle e le ciocche più corte incorniciano un volto su cui, secondo la moda dell’epoca, le sopracciglia sono state rasate e ridipinte a metà della fronte.

La giovane attendente indossa una semplice veste bianca a motivi beneaugurali di chiavi cinesi sotto agli ampi e lunghissimi hakama rossi. Raccolti in una morbida coda chiusa da un nastro di carta candida, sono i lunghissimi capelli corvini della giovane donna.

Sulle teste dei due personaggi, Kuniyoshi, quasi a contraltare del rosso degli hakama, fa scendere due cordoni rossi che trattengono le tende avvolgibili in bambù (sudare) per mezzo di un nodo di buon auspicio, il nodo poi conosciuto come “agemaki”, che ho spiegato qui: http://www.rossellamarangoni.it/imperiali-geometrie-un-nodo-al-nigatsudo-pensando-al-genji-monogatari.html

Sappiamo che il monte Kagu poteva essere visto dall’imperatrice dalla sua residenza. Insomma, la scena che descrive nel suo celebre waka era il panorama che si dispiegava davanti ai suoi occhi. Non ci sono vesti stese, però, nella stampa di Kuniyoshi. Pure, la presenza, non poi così lontana, di un monte collegato sin dall’antichità con il mito della reclusione nella caverna della dea del sole Amaterasu, progenitrice della stirpe imperiale, sembra ricordare l’augusta ascendenza dell’imperatrice Jitō, figlia di Tenji tennō, il primo poeta incluso nella raccolta Hyakunin isshu. Una filiazione prima di tutto poetica.

 

 

 

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Il Fuji. Così vicino! Primavera 2009.

花をのみ待つらん人に山里の雪間の草の春を見せばや。

Hana o nomimatsuran hito ni yamazato no yukima no kusa no haru o misebaya.

 

A coloro che aspettano i fiori,

vorrei mostrare le erbe primaverili che si intravedono

sotto la neve in montagna.

                                       Fujiwara no Ietaka (1158-1237)

 

Composto in occasione del Roppyakuban uta’awase 六百番歌合 (Gara poetica in seicento turni), tenutosi nel 1193-94 e sottoposto al giudizio di un unico arbitro, Fujiwara no Shunzei (o Toshinari, 1114-1204).

Questo waka è, secondo me, uno splendido esempio del concetto di yūgen che, teorizzato proprio da Shunzei, informò tutta quella gara poetica.

♦︎♦︎♦︎

Difficile definire un concetto estetico così sfuggente come quello di yūgen, che cambiò, inevitabilmente, nel corso del tempo, con il mutare dei gusti e della società. In breve può essere definito come un concetto estetico tendente ad attribuire alle cose un’apparenza di mistero, di eleganza, di fascino e di tristezza contenuta. Formalizzato proprio dal poeta Fujiwara no Shunzei, fu coltivato da poeti e scrittori fino al XVI sec. Nella poesia waka, lo yūgen vuole che i sentimenti più profondi non siano espressi, ma solo suggeriti per mezzo di allusioni. Forse una delle definizioni più efficaci è quella di Kamo no Chōmei (1155-1216) nel Mumyōshō (Note senza titolo, 1211) :

Quando si sente parlare del cosiddetto yūgen, non si capisce ben che cosa significa. Siccome io stesso non ho approfondito questo argomento, non penso di poterlo definire in modo chiaro e netto. Mi risulta, comunque, che gli intenditori autorevoli in materia si siano riferiti a certi sentimenti non espressi con parole o ad una certa atmosfera suggerita da una visione poco consistente. Faccio un esempio: il cielo serale d’autunno non ha colori ed è dominato dal silenzio. Guardandolo, succede che i nostri occhi si riempiano di lacrime senza motivo e non possiamo spiegarcene il perché, né sappiamo dire dov’è lo yūgen. Chi non se ne intende pensa che in un cielo siffatto non ci sia un bel niente da gustare, ed ammira soltanto fiori di ciliegio e foglie colorate d’autunno che si presentano realmente alla vista. (…) Un altro esempio: quando si guardano montagne autunnali attraverso gli squarci lasciati dal diradarsi delle nebbie, ciò che si vede è indistinto, ma attraente ed allora ci si lascia rapire dalle fantasie, domandandosi fin dove si estendano quei colori autunnali ed ammirando lo splendore di quella veduta immaginata. Le immagini che la mente si crea in tal modo, possiamo allora dirle superiori al paesaggio reale colto dalla vista in tutta la sua nitidezza.

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Utagawa Kuniyoshi (1797-1861). Dalla serie Hyakunin isshu no uchi (1840-42). 1. L’imperatore Tenji.

 

秋の田の 
かりほの庵の 
苫をあらみ 

わが衣手は 
露にぬれつつ

Aki no ta no 
Kariho no iho no 
Toma o arami.

Waga koromode wa 
Tsuyu ni nuretsutsu.

Tenji tennō

(626-671)

 

Son così sconnesse le stuoie Sulla risaia Le fessure nel tetto di giunchi
della capanna, della capanna temporanea la capanna è instabile del riparo di fortuna
della risaia d’autunno le stuoie rade eretto tra le risaie in autunno
che sulle mie maniche e dentro le mie maniche fan sì che le maniche delle mie vesti
la rugiada penetra, penetra. entra la rugiada entra. si aspergano senza sosta di rugiada.
Traduzione di Marcello Muccioli. Traduzione di Nicoletta Spadavecchia.

Traduzione di Andrea Maurizi.

Le traduzioni sono tratte da:

Marcello Muccioli (a cura di), La centuria poetica, Milano, SE, 2010 (prima edizione: Firenze, Sansoni, 1950).

Nicoletta Spadavecchia, Michelangelo Coviello (a cura di), Fujiwara Teika. Tanka. Antologia della poesia classica giapponese, Milano, Corpo 10, 1990.

Andrea Maurizi, Poesie di cento poeti in Virginia Sica, Francesca Tabarelli de Fatis (a cura di), Lo spirito giovane della calligrafia classica. Personale di Kataoka Shikō, Trento, Go Book, 2006.

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L’immagine che ho scelto per illustrare il waka n°1 è di Utagawa Kuniyoshi, artista del tardo periodo Edo la cui sensibilità è, inevitabilmente, molto diversa da quella che ha dato origine al componimento che commenta.

E in questa immagine, ecco cosa vedo.

 

Il lavoro dei contadini nella risaia, fra cui spicca la figura flessuosa di una fanciulla che sembra guardare lontano, come distratta d’improvviso da qualcosa o qualcuno che non possiamo vedere, è quello del raccolto. Le spighe di riso si piegano sotto i falcetti dei lavoratori chini e intenti alla loro occupazione. Le fascine vengono strette dalle corde, si accumulano e qualcuno, al limite della risaia, se le carica a bilanciere sulle spalle. L’indaco delle casacche degli uomini e il blu intenso dei kimono delle donne, il bianco-azzurro degli hachimaki di cotone a raccogliere le gocce di sudore sulla fronte, spiccano fra il giallo-verde delle messi e  il colore uniforme della terra.

L’imperatore poeta è distante, sullo sfondo, nel suo padiglione che guarda il mare. Lo sguardo rivolto alla distesa azzurra, sotto un cielo che sfuma dal blu intenso al rosa dell’alba, il gruppo di cortigiani sembra lontano, molto lontano. Una visione di quiete e di agi che nulla a che vedere con la scena che avviene in primo piano e che sembra interessare maggiormente Kuniyoshi: la vita palpitante dei contadini e la celebrazione del raccolto d’autunno.

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