いつか我がりもはてむ寝たる夜の夢よりのちの夢の浮橋

Itsu ka wa ga

watari mo haten

ne taru yo no

yume yori nochi no

yume no ukihashi.

 

Non so quando, una notte

finiranno i miei viaggi,

dormirò, passerò

come in sogno al di là

del ponte fluttuante dei sogni.

 

Ōtagaki Rengetsu

(1791-1875)

 

Per D.F.

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源氏物語:秋の印象 Genji monogatari: aki no inshō.

Genji monogatari: impressioni d’autunno

VENEZIA

Museo d’Arte Orientale, 28 settembre 2018, ore 15

 

Il Museo d’Arte Orientale e il Dipartimento di Studi sull’Asia e Africa Mediterranea dell’Università Ca’ Foscari Venezia aderiscono alla maratona regionale di lettura “ilvenetolegge2018”. Grazie a una convenzione tra il Dipartimento e il Museo, venerdì 28 settembre alle ore 15, nelle sale museali risuoneranno le letture di brani tratti dal celebre romanzo giapponese del’XI secolo Genji monogatari, il racconto di Genji.

Scritto dalla dama di corte Murasaki Shikibu, il viaggio letterario inizierà sotto le foglie rosse degli aceri del palazzo imperiale di Kyoto, dove il principe Genji viveva alla continua ricerca di una vita esteticamente perfetta. Intorno a lui giardini, paesaggi, stagioni riflettevano gli stati d’animo dei personaggi che con lui condividevano la seducente bellezza di questa dimensione estetizzante.
Silvia Vesco, docente di arte giapponese dell’ateneo veneziano, introdurrà la lettura degli studenti del Dipartimento, di Ueda Hatsumi, Silvia Rossetto ed Elena Riu.

I brani più rilevanti e le composizioni poetiche che inframezzano il testo  saranno proposti in lingua giapponese con traduzione consecutiva tratta dall’edizione italiana curata da Maria Teresa Orsi.

L’ingresso all’evento sarà gratuito per gli studenti del DSAAM di Ca’Foscari.

 

Museo d’Arte Orientale di Venezia

sestiere Santa Croce, 2076 – 30135 Venezia

(Fondamenta de Ca’ Pesaro)

tel. e fax: +39 041 5241173

e-mail: pm-ven.orientale@beniculturali.it

polomusealeveneto.beniculturali.it/musei/museo-d’arte-orientale

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Eurasia Language Academy

via Sant’Alessandro Sauli, 16 – Milano

 

Giappone: i mille volti del sacro. 

Un’introduzione alla spiritualità giapponese.

 

un corso in 10 incontri di Rossella Marangoni

Il corso vuole dare una panoramica della ricchezza e varietà dell’esperienza del sacro in Giappone attraverso i due sistemi religiosi più seguiti e importanti per la cultura giapponese: lo Shintō, l’insieme di culti e pratiche delle antiche popolazioni dell’arcipelago, e il Buddhismo, che in terra giapponese ha sviluppato nuove forme con caratteristiche assolutamente peculiari (si pensi allo Zen). Del Buddhismo saranno presentate inoltre le origini indiane, la figura del Buddha storico e le principali correnti. Verrà infine utilizzato un approccio comparatistico nell’esposizione del pensiero di alcune scuole, alla luce degli studi più recenti.    

 

10 incontri di 2 ore ciascuno, il martedì, dalle ore 17 alle 19.

Inizio corso   6 novembre 2018.

Date   : 6, 13, 20 e 27 novembre, 4, 11 e 18 dicembre 2018, 8, 15 e 22 gennaio 2019.

 

10 INCONTRI  170 EURO,     5  INCONTRI   95 EURO,    1 INCONTRO 22 EURO

 

Gli studenti di EURASIA LANGUAGE ACADEMY  hanno una tariffa agevolata di 10 EURO a lezione.

Per poter attivare questi incontri è stabilito un numero minimo e un numero massimo di iscritti, pertanto preghiamo gli interessati di inviare, quanto prima, una mail di preiscrizione con i propri recapiti all’indirizzo: 

info@eurasialanguageacademy.it

Luca Saccogna

Direttore

 

Eurasia Language Academy

via Sant’Alessandro Sauli 16, 20127, Milano

Tel  02 4539-7358     Cell  380-1997730

www.eurasialanguageacademy.it

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Utagawa Kuniyoshi (1798-1861), Sōjō Henjō, dalla serie Hyakunin isshu no uchi, 1842.

天つ風 
雲のかよひ路 
吹きとぢよ 
乙女のすがた 
しばしとどめむ

 

Amatsukaze 
Kumo no kayoiji 
Fuki toji yo 
Otome no sugata 
Shibashi todomemu

 

Sōjō Henjō

(816-890)

 

 O vento del cielo Vento del cielo  Vento del cielo!
 ferma col tuo soffio  il pozzo delle nuvole Interrompi con il tuo soffio,
 le nuvole in cammino! chiudi soffiando il sentiero di nuvole
 La loro forma verginale ma ferma ancora un attimo affiché le fanciulle celesti
 per un istante arrestar vorrei. la danza delle vergini.  possano qui fermarsi ancora un poco.
  Trad. di Marcello Muccioli.    Trad. di Nicoletta Spadavecchia.   Trad. di Andrea Maurizi.

Fonte per il testo giapponese:

Japanese Text Initiative della University of Virginia Library.

Le traduzioni sono tratte da:

Marcello Muccioli (a cura di), La centuria poetica, Milano, SE, 2010 (prima edizione: Firenze, Sansoni, 1950).

Nicoletta Spadavecchia, Michelangelo Coviello (a cura di), Fujiwara Teika. Tanka. Antologia della poesia classica giapponese, Milano, Corpo 10, 1990.

Andrea Maurizi, Poesie di cento poeti in Virginia Sica, Francesca Tabarelli de Fatis (a cura di), Lo spirito giovane della calligrafia classica. Personale di Kataoka Shikō, Trento, Go Book, 2006.

☛ Ho scelto queste traduzioni e non altre, che pure esistono, perché già nella mia disponibilità.

 

🎐🎐🎐

 

Questo testo poetico è presente anche nel IX libro dell’antologia imperiale Kokinwakashū, dedicato al tema del viaggio (kiryo no uta). Questa la traduzione di Sagiyama Ikuko:

n° 872– Yoshimine no Munesada (Henjō)

Kotobagaki (prefazione originale):

Composto guardando le danzatrici di Gosechi.

 

O vento celeste,

soffia e chiudi

il varco delle nuvole!

Tratteniamo ancora un momento 

le eteree figure delle fanciulle.

 

 

Fonte: Kokin Waka Shū, a cura di Sagiyama Ikuko, Milano, Ariele, 2000, p. 526.

 

🌸🌸🌸

 

L’immagine che ho scelto per illustrare il waka n°12 è di Utagawa Kuniyoshi (1797-1861), artista del tardo periodo Edo la cui sensibilità è, inevitabilmente, molto diversa da quella che ha dato origine al componimento poetico dell’abate Henjō, uno dei Sei Poeti Immortali della tradizione.

E in questa immagine, ecco cosa vedo.

 

La scena immaginata da Kuniyoshi è divisa in due parti dall’imponente presenza di un grande tamburo cerimoniale inserito nella sua fiammeggiante cornice, il dadaiko, dalla cui sommità si erge perpendicolarmente un palo che termina con un disco rosso arancio, simbolo solare i cui raggi si protendono nelle varie direzioni. Il dadaiko, di cui si intravede un’altro esemplare a destra della scena, è una delle più antiche forme di tamburo esistenti in Giappone e risalirebbe al VII secolo. La ricca decorazione, i colori brillanti, l’utilizzo congiunto di due esemplari (uno di sinistra, sahodaiko, e uno di destra, uhodaiko), la ritualità con cui veniva trasportato e suonato ne denunciano la natura di strumento da cerimonia, suonato dai musici in occasione di importanti celebrazioni a Corte, come quella del Niinamesai o “Degustazione delle nuove messi”, che si celebrava in autunno. La nota che accompagna il componimento poetico nel Kokinwakashū, del resto, fa riferimento proprio al Gosechi no mai, una danza che veniva eseguita a Corte, in presenza del sovrano, l’Undicesimo Mese, allo scopo di celebrare il raccolto, secondo una tradizione che si faceva risalire a un episodio occorso all’imperatore Tenmu (r. 673-686) quando, durante un’escursione al monte Yoshino, presso Nara, avrebbe assistito alla danza di fanciulle celesti (forse apsaras, creature della mitologia buddhista) accorse al suono del suo koto.

La danza gosechi era eseguita da un piccolo gruppo di giovani donne, non sposate, scelte fra le famiglie aristocratiche più in vista. Una di queste fanciulle, abbigliata negli sfarzosi costumi tipici di questa antica danza, è ritratta da Kuniyoshi mentre volteggia sulla piattaforma rituale al ritmo dei tamburi, occupando la parte inferiore destra della stampa.

A sinistra, invece, sono ritratti i cortigiani che assistono alla rappresentazione. Verso il bordo inferiore della stampa, lungo una linea diagonale, è  la tenda a pannelli di stoffe policrome che protegge parte del pubblico e occulta la base dell’enorme dadaiko e del musico che lo percuote, mentre le teste di alcuni cortigiani non riparati dalla tettoia si scorgono sulla sinistra. Più sopra, un gruppo di tre personaggi dalle vesti colorate secondo il rango e che indossano il copricapo nero d’uso, l’eboshi, assiste alla danza stando ai piedi di un’alta veranda sulla quale stanno seduti altri dignitari e, discosto, il poeta, che sembra già indossare la sobria veste di monaco buddhista, anche se sappiamo che  Yoshimine no Munesada sarebbe entrato in religione con il nome di Henjō in epoca successiva alla composizione del waka qui illustrato. Dietro il poeta è il padiglione da cui è lecito supporre che il sovrano osservi la scena, una cortina (sudare) è sollevata, ma una nuvola, dalla sfumatura violacea, scende dal cielo a occultare l’interno del padiglione.

La stampa, in apparenza caotica nella varietà cromatica di vesti, pannelli e decorazioni, mi sembra resa armoniosa dal rincorrersi delle linee diagonali che ne accentuano l’effetto di profondità, una preoccupazione prospettica che sembra aver percorso a lungo la produzione dell’artista.

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Tutto sta nel primo incontro. Fra i banchi di una libreria, sugli scaffali di una biblioteca, a casa di un amico, sul banco di una fiera: una copertina ci attira, un titolo ci cattura, un nome ci fa sussultare e prendiamo in mano un libro. Ecco, è il primo contatto. Allora, poi, diventa inevitabile sfogliarlo e, senza rendercene conto i nostri occhi già stanno scorrendo le prime righe. Entriamo nella storia, ci si apre un mondo. Forse si tratta dell’inizio di un innamoramento, per quel libro, per un autore che da allora non abbandoneremo più, per un genere letterario. Oppure, che meraviglia, è la nascita di una passione per una cultura. La passione di una vita.

A me capitò nel 1978: il regalo di un profumo giapponese dal nome evocatore, Murasaki. E, subito dopo, la corsa in biblioteca Sormani, poco distante da dove lavoravo, durante una pausa pranzo, e  la scoperta del Genji monogatari (nell’obsoleta e francamente improbabile traduzione di Adriana Motti dalla storica versione inglese di Arthur Wiley).

Ecco, l’inizio di un libro a volte non è solo l’inizio di un libro.

Ma anche se fosse solo l’inizio di un libro, perchè non abbandonarci al gusto della scoperta, al piacere di un incontro?

Durante il regno di un certo Sovrano, non so bene quale, tra le numerose Spose Imperiali e dame di Corte ve n’era una che, seppure di rango non molto elevato, più di ogni altra godeva dei favori di Sua Maestà. Le dame di alto rango, convinte com’erano di dover essere le prescelte, la guardavano dall’alto in basso e ne erano gelose. Quelle dello stesso grado o di uno inferiore a maggior ragione si sentivano offese. Sera e mattina la sua presenza a Corte non faceva che esporla alla malevolenza delle altre e, forse per via del rancore che si riversava su di lei, ella si ammalò e in preda alla malinconia si ritirò più volte presso la famiglia d’origine, ma il Sovrano, sempre più sollecito, seguitava a prendersi cura di lei senza prestare ascolto alle critiche di coloro che gli stavano attorno e suscitando chiacchiere a non finire. Dignitari e nobili dei più alti ranghi, coinvolti loro malgrado, mostravano il proprio scontento distogliendo lo sguardo e mormorando che era un’infatuazione tale da turbare la vista e che nel regno dei Tang, per simili circostanze, il paese era caduto in preda a disordini e tumulti. Col passare del tempo, mentre anche nel resto del mondo la vicenda seminava malcontento e preoccupazione al punto che si citava l’esempio di Yang Guifei, non le erano state risparmiate umiliazioni, ma ella era riuscita a partecipare alla vita di Corte, confidando nell’affetto senza limiti che Sua Maestà le riservava. Il padre, che era stato Gran Consigliere, era morto, e la madre, appartenente a un’antica famiglia di tutto rispetto, convinta che la figlia non dovesse essere inferiore alle altre dame che grazie all’appoggio paterno avevano a Corte grande successo, le aveva fornito tutto quanto era indispensabile per ogni occasione ufficiale; pur tuttavia, essendo ella priva di un solido appoggio, in caso di bisogno non aveva nessuno su cui fare affidamento ed era più sola e sperduta che mai.

Forse anche nelle precedenti esistenze i legami che l’avevano unita a Sua Maestà erano stati profondi, perché le nacque un bambino, simile a un puro gioiello di cui al mondo non si vede l’eguale.

 

Murasaki Shikibu, La storia di Genji (Genji monogatari), Torino, Einaudi, 2012, pp. 3 e 4.

Tradizione di Maria Teresa Orsi.

Anonimo, Genji monogatari emaki, XII sec., (part). Nagoya, Tokugawa bijutsukan.

 

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