Una sera, una via. Nel vecchio quartiere di Shinsekai, Ōsaka, agosto 2009.

Estraendo dalla sua busta la piccola rivista, la sfogliò per rileggervi la propria poesia:

Quanti cuori ci saranno dentro di me?

Due, quattro, sei, otto… nove o dieci…

No, poiché quei due si assomigliano.

Novanta o cento…

Ma no, a volte son diversi.

Forse mille…

Ma no! Perché ne nasca uno,

occorre qualcosa di … diverso!

Ah, con questi innumerevoli cuori,

cambio più rapidamente della luce!

Non è strano, comunque, che con un cuore

che cambia all’infinito,

noi viviamo in un mondo che crediamo finito?

“Veramente non vedo dove vada a parare…”, aveva giudicato uno dei membri della rivista alla lettura di questa poesia, mentre un altro, una donna, aveva osservato, con un sorrisetto ironico: “Piuttosto infantile…”. “Diciamo: né bene, né male…”, aveva tranciato Kawabe, l’editore, sistemando con gesto femminile una ciocca dei capelli boccolosi che gli ricadevano sulle spalle, con l’aria di non aver mai preso sul serio ciò che Haruta poteva produrre in materia di poesia. […]

Da due anni che prendeva parte alle attività de “L’isola blu”, [Haruta] vi aveva fatto comparire sei poesie, di cui nessuna aveva mai ricevuto il minimo elogio. Seduto sulla scomoda sedia del ristorante cinese, ricordò sottovoce a se stesso la prima:

Io non avevo domandato nulla, e poi, ecco, dieci anni,

mi hanno sbattuto fuori

nel bel mezzo del mondo,

un luogo triste e solitario e pieno di tumulto.

Sono stato pagato al prezzo della mia ricchezza,

e ho conosciuto il denaro con le sue servitù;

ho mentito, e ho riso senza averne voglia,

mi sono arrabbiato quando non avrei dovuto

e malgrado la mia fatica, ho mostrato buonumore

e poiché tutto andava bene, mi sono finto malato.

Ma cos’è questo mondo

se occorre agire sempre così?

Via, meglio non pensarci più.

Mi vado a coricare

poiché domani bisogna lavorare di nuovo.

Ecco, lì dentro scoprì che qualcosa non lo soddisfaceva; sì, mancava qualcosa…

Si ricordò le parole di Kawabe, quelle che gli lanciava ogni volta che Haruta gli presentava uno dei suoi componimenti poetici:

“Non bisogna credere che mettendo nelle frasi ciò che ti passa per la mente farai della poesia! Va bene alla scuola elementare! E le tue poesie, mio piccolo Satomi, sono poesie da scolaro!”

Ma Haruta, lui, credeva che erano proprio i bambini i veri poeti.

Miyamoto Teru

Da: Miyamoto Teru, Les Gens de la rue des Rêves (Yumemidōri no hitobito, 1986), Arles, Editions Philippe Picquier 1993. Traduzione dal giapponese di Philippe Deniau. Mia traduzione “di servizio” dal francese.

***

Un poeta dilettante e di scarsa fortuna si muove fra i personaggi bizzarri e di grande umanità in una viuzza della shitamachi di Ōsaka. Le vicende tragicomiche degli abitanti di questo piccolo budello dal nome poetico di Yumemidori, “via dei sogni”, di cui Haruta è testimone, ci raccontano dell’umanità che vive in un quartiere popolare di Ōsaka, la città amatissima di Miyamoto Teru, nato a Kōbe nel 1947 ma innamorato di Ōsaka e della sua gente.

Un gustoso romanzo a episodi che mi ricorda molto i capolavori di Ihara Saikaku, questo: le atmosfere della Ōsaka popolare e il dialetto della città (inevitabilmente destinato a scomparire nella traduzione) sono i veri protagonisti della scrittura di Miyamoto, insieme alla folla di personaggi – eccentrici a volte, a volte buffi, a volte tormentati, ma sempre ritratti con arguzia e empatia – che si muovono fra casa e bottega nel breve perimetro di una strada che racchiude un mondo di straordinaria umanità.

Cala la notte, si accendono le insegne. Ōsaka, agosto 2009.

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Più passa il tempo, più invecchio, più amo Natsume Sōseki.

Con lui attraverso le stagioni, attraverso i paesaggi, ma soprattutto penetro nell’animo umano che egli rivela per cenni, senza clamori, sottovoce. Le sue parole quasi un sussurro alle mie orecchie. Non ho finito di scoprirlo, Natsume Sōseki. Periodicamente estraggo un libro dallo scaffale senza necessariamente rileggerlo dall’inizio alla fine. Lo apro, il libro, e prendo a leggere le pagine che si sono aperte, lasciando la scelta al caso. E poi, se il libro lo conosco bene, proseguo nella lettura, lasciandomi guidare dall’onda del ricordo di parole e sensazioni.

L’estate, per esempio.

 

Anni fa partendo da Tateyama avevo attraversato il Bōshu, e da Kazusa ero arrivato a Chōshi, camminando lungo la costa. Una sera mi fermai in un luogo. Non posso definirlo che “un luogo”. Ho dimenticato sia il nome della località sia quello della locanda. Non sono neppure sicuro di essermi fermato in una vera locanda. Era una casa alta e grande, abitata da due donne sole. Quando domandai loro se potevano ospitarmi la più anziana disse di sì e la giovane m’invitò a entrare e mi guidò; la seguii: dopo aver attraversato numerose ampie camere abbandonate, mi condusse in quella più interna, al piano superiore. Saliti tre gradini feci per entrare in camera dal corridoio quando un gruppo di alti bambù che si protendevano obliquamente sotto le tavole della terrazza, mossi dalla brezza della sera, mi accarezzarono la testa da dietro le spalle e io sobbalzai spaventato. Le tavole della veranda erano marce. “L’anno prossimo i germogli di bambù cresceranno fino ad aprirsi un passaggio nel pavimento della veranda e la camera sarà piena di bambù”, dissi; la giovane donna non rispose, sorrise e uscì.

Quella notte non potei dormire per il fruscio del bambù vicino al mio capezzale. Aprii gli shōji: il giardino era una distesa d’erba; una luminosa luna rischiarava la notte estiva, spostai lo sguardo e vidi che, proprio grazie alle siepi e al muro, il giardino sembrava continuare in una vasta collina erbosa. Subito al di là di essa si stendeva l’oceano, con immense onde fragorose che parevano minacciare il mondo umano. Non riuscii a chiudere occhio fino all’alba, rimasi pazientemente ad aspettare sotto la strana zanzariera, con l’impressione ritrovarmi in un libro di racconti  illustrati. Ho viaggiato molto, dopo di allora, ma non ho mai provato simili sensazioni prima di fermarmi nella locanda di Nakoi.

Mentre dormo supino a un tratto apro gli occhi e vedo, appeso alla parete, un quadro con una cornice laccata di rosso. Contiene una poesia che riesco a leggere distintamente pur restando sdraiato:

L’ombra del bambù

spazza la scala

ma immobile rimane la polvere.

 

Natsume Sōseki

(1906)

 

 

Traduzione di Lydia Origlia. Da Guanciale d’erba (Kusamakura), Vicenza, Neri Pozza Editore, 2001.

Bambù nella foresta vicino a Matsushima. Estate 2013.

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Tetti e rami. Kyōto Gosho, agosto 2013.

木の枝の瓦にさはる暑さかな。

ki no eda no kawara ni sawaru atsusa kana.

 

Il ramo di un albero

gratta sulle tegole.

– Caldo.

 

Akutagawa Ryūnosuke

(1892-1927)

Traduzione di Lorenzo Marinucci.

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Uno tsubo niwa. Il minuscolo giardino del ristorante, una sera. Nara, aprile 2017.

Manzo e germogli di soia al salto

Gyūniku to moyashi itame

 

Preparazione: 30 minuti.

Cottura: 10 minuti.

 

200 g di carne di manzo tenera . 200 g di germogli di soia . 3 cucchiai di salsa di soia . 1 cucchiaio di zenzero tritato . 2 cucchiai di olio . sale. pepe

Da un vecchio ricettario giapponese.

Le dosi sono per 4 persone.

 

Pulire bene i germogli di soia, togliendo quante più radicine possibile, lavarli e scolarli bene. Tagliare la carne a listerelle o a fiammifero e condirla con sale e pepe a gusto.

Scaldare l’olio con lo zenzero in una padella e farvi cuocere la carne a metà cottura, unire i germogli di soia e mescolare. Dopo 2 minuti aggiungere la salsa di soia e cuocere ancora per pochi minuti , muovendo la padella. Servire ben caldo, a mucchietto su piccoli piatti quadrati. Pepare a gusto.

 

Variante

I germogli di soia possono essere sostituiti da piccoli porri, lavati e tagliati a pezzetti (lunghezza 3-4 cm).

 

🍚🍜🍚🍜🍚🍜🍚

Anche questa gustosa ricetta casalinga giapponese è stata scelta per noi da Graziana Canova Tura ed è tratta dal suo prezioso manuale:

 

Il Giappone in cucina

nuova edizione riveduta e aggiornata

Milano, Ponte alle Grazie, 2015.

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Togo jinja, Tōkyō, aprile 2017.

Corte dei Miracoli

via Mortara, 4 – Milano

sabato 27 maggio – ore 19

Come fiori di ciliegio destinati a cadere.

Simbologia del sakura nella cultura giapponese.

conferenza di Rossella Marangoni

“ Se in questo mondo/ non ci fossero cose come il fiore di ciliegio / il cuore, a primavera,/ sarebbe più sereno.” scrive il poeta Ariwara no Narihira nell’IX secolo. Fin dall’antichità nella cultura giapponese il ciliegio rappresenta una simbologia complessa e mutevole, non solo stagionale ma anche filosofica ed estetica che si esprime attraverso le arti e i manufatti artigianali, la poesia, la cucina, i canti, il teatro, le feste e permea ogni espressione della vita quotidiana.

Inoltre, il tema del fiore del ciliegio nasconde dietro di sé il senso della bellezza effimera, originato da uno degli insegnamenti più profondi del buddhismo, quello dell’impermanenza del mondo fenomenico, mujō (in sanscrito anitya), concetto presente in gran parte della letteratura giapponese classica.

Dall’osservazione di una bellezza dal così breve respiro emerge con potenza l’associazione fiore di ciliegio – morte. Un’associazione che è paradigmatica della concezione della vita del guerriero. Non a caso, innumerevoli esempi documentano in poesia come in altre manifestazioni artistiche questo concetto e la relativa associazione sakura-caducità delle cose umane.

Utilizzando una serie di immagini, testi, suggestioni, la conferenza delineerà la straordinaria ricchezza di significati assegnati al fiore di ciliegio nella cultura giapponese dall’antichità ai giorni nostri.

Ingresso libero con tessera annuale (5 euro).

Organizzazione:

La Tàiga associazione culturale

La Tigre di Carta rivista di arte e cultura

Per informazioni: info@latigredicarta.it oppure tel. 3458370411

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