A Takarazuka. 22 aprile 2017.

I ciliegi. Si fa presto a parlare di ciliegi in Giappone, sembra davvero banale ma muoversi qui, in questa primavera, è un privilegio particolare per noi che, pure, abbiamo già vissuto altri viaggi di primavera.

Perché quest’anno i ciliegi ci inseguono, si rivelano, tardano, restano e il ritmo dei nostri spostamenti è il ritmo di questi incontri. Appena arrivati, dopo aver depositato i bagagli nell’hotel accanto alla stazione Uguisudani della Yamanote, Ueno ci aveva accolto con una fioritura lussureggiante.  Il parco era brulicante di turisti scatenati nel fotografare gli alberi inconsapevoli, lo sguardo verso l’alto, –  estatico, appagato. I caffè attorno alla grande fontana ricolmi di persone, i viali riempiti di folla e di cartelli che invitavano al corretto comportamento durante il rito serale del picnic sotto le chiome grondanti di fiori. La mia attenzione era tutta rivolta ai ciliegi cadenti, i ciliegi-salice, shidarezakura:  il movimento dei  rami, ondeggiante alla brezza di primavera è di particolare eleganza. Ma anche la folla, come sempre a Tōkyō, aveva il suo fascino.

I ciliegi, già, li abbiamo subito cercati là dove la folla è lontana, a Shinagawa, in un quartiere di uffici e di lussuose residenze, poco distante dal mare, lungo i canali in cui si trovano ancora le barche della vecchia Tōkyō (come non ricordare il Kawabata de “La banda di Asakusa”?), e ancora in un giardino a Iidabashi, incantevole ma poco conosciuto. Ci siamo ritrovati in pochi, sotto ai ciliegi lontani dai percorsi turistici tradizionali. E ne abbiamo assaporato appieno la bellezza.

Alla stazione di Fujikawaguchiko, qualche giorno dopo, un cartello in inglese accoglieva i visitatori: “I sakura non sono ancora fioriti.” Un messaggio che andava interpretato come: “I sakura non sono ancor fioriti nei luoghi indicati sulla piantina della zona come ideali per ammirare il Fujisan incorniciato dalla loro bellezza”.

Dal treno verso il Fujisan. 16 aprile 2017.

Ma camminando per i viottoli di campagna, pellegrini verso l’antico santuario shintō dedicato alla mitica principessa Sakuyahime il cui culto è legato al fiore di ciliegio, disdegnando i percorsi facili dei bus e perdendoci fra minuscoli kura, orti, piccole case e scuole di quartiere, i sakura li abbiamo trovati già in fiore, macchia di colore in un panorama ancora spoglio, quasi invernale.

Attraversando poi in treno il paesaggio splendido verso Hida, costeggiando il fiume impetuoso incassato fra le foreste di conifere, qua e là sorgevano davanti ai nostri occhi le chiome fiorite, a punteggiare le montagne di macchie di colore: il bianco, il rosa tenue, il rosa carico. Sono quattrocento circa le varietà presenti sul territorio giapponese e questa ricchezza è evidente, è davanti ai nostri occhi.

A Hida è ancora inverno ed è vero, i ciliegi non sono ancora fioriti. L’amica che ci ospita ci mostra i luoghi in cui ama andarli ad ammirare, ma ora è troppo presto. Eppure, eppure. Eppure qualche chioma già appare e lo schiudersi dei petali dopo una notte di matsuri, nel sole di un mattino terso, regala immagini di grande bellezza in questo scenario di montagne e pianura punteggiato di campi e di corsi d’acqua. Un luogo che l’amicizia, l’ospitalità, il gusto per la festa e alcuni fortunati incontri ci hanno insegnato ad amare.

Parco di Ueno. 13 aprile 2017.

Nel Kansai temiamo di non trovare più i fiori e invece eccoli lì, sparsi sulle colline sopra Takarazuka e addirittura in città. Li ritroveremo a Amanohashidate, nascosti nella foresta dei pini, quasi in soggezione. E a Nara, nel recinto di un tempio e nel parco. A Kyōto i fiori sono caduti ma restano nei recessi delle montagne vicine e in alcuni templi fuori città, dimenticati dai turisti, ci ritroviamo soli ad osservarli, lodandone ad alta voce la bellezza.

I petali lungo i sentieri, le piogge notturne degli ultimi giorni, molti indizi ci rendono consapevoli che il tempo è finito.

Già i glicini, già le peonie competono per attirare gli sguardi. E si avvicina la festa dei bambini, tango no sekku, con gli immancabili iris a corredo del piccolo guerriero proposto come esempio, retaggio di una tradizione che ancora perdura.  Sarà il 5 maggio, il giorno dopo il nostro rientro in Italia.

Altri fiori ci attendono ma dei sakura, certo, conserveremo il ricordo. I petali sull’acqua, fiumi rosa, continueranno a scorrere per noi.

Carpa e fiori. 15 aprile 2017.

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Una dietro l’altra, una serie di giornate perfette si inanellano. Come una splendida collana.

Oggi felicità è incontrare una vecchia, carissima amica, visitare un tempio, il Kōsanji, incastonato fra le montagne sopra Kyōto e – per nostra grande fortuna, sconosciuto ai turisti (siamo gli unici visitatori).

Felicità è bere un tè matcha accanto alla più antica piantagione di tè del Giappone, mangiare una gustosissima specialità (kawarasoba, ossia soba e altri ingredienti cucinati su una tegola a mo’ di piastra) in un ristorante tutto per noi sulla riva di un fiume. Sentirsi come una dama di corte in ritiro su una montagna, fra alberi antichi dalle cime che toccano il cielo.

Ci sfiniamo salendo scalinate che sembrano interminabili e ci portano su su, verso il cuore della foresta, l’oku, il fondo scuro e insondabile. E se giungerà un tengu, pazienza, vorrà dire che ci caricherà sulle sue ali per aiutarci nell’ardua discesa.

Kyōto, il mondo, sembrano così lontani e invece sono a un’ora di autobus ma pare che nessuno lo sappia. Non oggi, almeno. Eppure, camminando e costeggiando la riva del fiume incassato nella stretta valle, gli aceri dalle chiome ondeggianti di giovane verde ci dicono un’altra storia. Quando saranno rossi, allora sì, le folle arriveranno. Nel tempo dell’autunno su queste scalinate si sentirà rumore di passi e chiacchiere.

Per ora basta la nostra presenza, i discorsi del ritrovarsi dopo un anno e avere tante cose da raccontarsi, le nostre considerazioni sulla quotidianità, su ciò che siamo. Sulla bellezza che ci circonda.

Una bellezza che dobbiamo a un monaco straordinario, Myōe, che amava la natura e le persone, che è vissuto negli stessi anni di San Francesco – tutto questo ce lo racconta il monaco che giunge mentre beviamo il tè e sentendoci chiacchierare in italiano ci parla del suo viaggio ad Assisi, degli scambi fra questo tempio e il convento di San Francesco. Degli aiuti portati in occasione del terremoto che aveva colpito la basilica. Con semplicità ci rivela un senso di affratellamento. Com’è lontano, meglio, come sembrano lontani il mondo e le sue disperazioni.

Riprendiamo il cammino nella foresta e non vorremmo, no, non vorremmo proprio abbandonare gli alberi, il muschio, le lanterne di pietra e questi interminabili gradini.

 

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Sono un animale urbano, non posso nasconderlo. Lasciare  Tōkyō è sempre penoso. Si parte con la sensazione di aver mancato a un appuntamento, di aver dimenticato qualcosa. Sì, la si lascia con un certo timore. Che non la ritroveremo, che qualcosa – e chissà cosa, poi – ci impedirà di tornarci. Che non sarà rimasta ad aspettarci ma che, avanzando nella sua corsa, ci avrà lasciato inesorabilmente indietro. Ma poi ci si ricrede e la si lascia con un sorriso. Dopo tutto ritorneremo, sì, ritorneremo.

Così, con un leggero turbamento, arriviamo finalmente a Fujikawaguchiko. Il Fujisan così vicino: lo volevamo così. Magari non con le torme di turisti scaricate dal treno giunto da Shinjuku e che si accalcano fra i binari e i cancelli della stazione per pagare il supplemento richiesto a chi possiede il Japan Rail Pass. Ci accoglie un disordine che infastidisce e che ci fa pensare, ed è la prima volta, a un minimo di disorganizzazione. Non ci si aspettava così tanti turisti a Fujikawako? Forse. L’impressione è di una località di passaggio, di un turismo di passaggio, di caos. Ed era il luogo che avevamo scelto come sosta di assoluto relax, in mezzo a un paesaggio di quiete e bellezza…

Ma per fortuna abbiamo le nostre risorse, i nostri piccoli espedienti e al solito, andiamo là dove altri non vanno. A piedi. Lungo la riva del lago, dentro a piccole strade che si incuneano fra i kura, magazzini di foggia antica e le fattorie, fra orti e giardini, attenti a muoverci uno dietro l’altro perché incombono le auto e i bus e non c’è nessun marciapiedi. Ci sembra di  perderci, alla ricerca come siamo di un antico santuario shintō, luogo di pellegrinaggio da tempo immemorabile e dedicato alla mitica figura della principessa Sakuyahime no mikoto.

Credevamo di esserci persi e invece ci ritroviamo improvvisamente davanti a un tempio buddhista, dagli edifici scuri, antichi e solitari. Non un’anima, non un rumore se non quello del canto degli uccelli. Il silenzio.

Ma subito dietro ritroviamo la strada del lago e d’improvviso, raggiungiamo la meta della nostra lunga passeggiata solitaria, il venerabile santuario.

Si alza dal lago un vento carico di pioggia. Sulla riva, poco lontana, una piccolissima caffetteria la cui vetrata ci permette di guardare l’acqua, i ciliegi che timidamente stanno sbocciando (anche se alla stazione campeggiava un cartello con la scritta: “I ciliegi non sono ancora sbocciati. Ancora due o tre giorni di attesa previsti.”) e gli uccelli che arrivano proprio sotto la finestra, attirati dai posatoi sistemati allo scopo. Volteggiano, come le foglie e le erbe che turbinano in preda al vento. Felicità è allora stare riparati gustando un anmitsu ricco di frutta fresca, gelato, gelatina e dolci fagioli azuki. Felicità è bersi un caffè e subito dopo un tè verde, chiacchierando e ascoltando le chiacchiere della padrona con gli altri clienti, tutti giapponesi. Dove saranno gli altri turisti? Sui pulmann e i bus che instancabilmente percorrono la strada servendo i vari punti di interesse del lago. Pochi camminano per lunghi tratti come facciamo noi. 

Improvvisamente sembrano tutti scomparsi. Sono sono le 5 del pomeriggio ma tutto chiude. Chi resta in giro si affretta verso la stazione per trovare almeno un caffè, un ristorante per la cena.

Di fronte alla stazione entriamo in un ristorante tradizionale dove si cucina la specialità locale, gli hōtō udon, tagliolini fatti a mano e cotti  con verdure selvatiche della zona in un brodo di miso, portati in tavola una pentola in ferro quasi incandescente. Una squisitezza.

Intanto il Fujisan è scomparso dietro a una cortina di nubi. E incombe la sera. La sera. La pioggia.

Lo ritroveremo l’indomani. Immenso, nella bellezza di un mattino terso.

Il tempo di un arrivederci.

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I buoni propositi vengono ben presto accantonati, a Tōkyō. Le mie note di viaggio si arenano quasi subito. Tōkyō si vive, non si racconta. Tōkyō la vivo, o cerco di farlo, ogni volta al meglio delle mie possibilità, lasciandomi trascinare da collegamenti di passi e sottopassi, di uscite di stazioni, di piccole strade in cui incontri ragazzini che giocano a baseball e ti sembra di essere in un villaggio o, come scriveva Angela Carter, “strade in cui ti sembra che sia sempre domenica”.Il tempo si macina troppo in fretta, a Tōkyō. E non ne abbiamo abbastanza.

Troppe cose da fare, da vedere, e poi basta che un gruppo di ciliegi lungo un canale periferico attiri la tua curiosità per farti saltare i programmi, per farti cambiare idea. Il ritmo della folla ti trasporta, quel salto alla libreria di Aoyama che doveva, appunto, essere un salto, si trasforma in un momento infinito di scoperte. Perdi la cognizione del tempo. Sia che tu vada a visitare  una spettacolare mostra di paraventi della scuola Rimpa al Nezu Museum (e che emozione gli iris di Ogata Korin!, che splendore quell’indaco, quel verde), sia che che ti attardi lungo Aoyama dōri per il mercato “biologico” del sabato pomeriggio, tutto profumi e sensazioni di gusto, o che incontri un amico appena giunto dall’Italia al Muji café di Yurakuchō e chiacchieri per ore, guardando intanto le persone che si alternano ai tavolini.

Il tempo si consuma e non si misura, se si è, come noi, in vacanza. Ma a Tōkyō il tempo, e la vacanza, hanno per me una qualità diversa. Sento che vorrei tornare a scrivere di questa città, riprendere in mano di nuovo il mio piccolo libro su Tōkyō, ormai vecchio di dieci anni, per metterlo al passo con questo cuore pulsante e vitale, con le sue nuove grandezze, con le sue debolezze. Con la sua umana, tanto umana, bellezza.

 

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Petali al Koishikawa Korakuen, splendido giardino dei signori Tokugawa di Mito. Quartiere di Iidabashi, Tōkyō, 14 aprile 2017.

 

Non è neve, lo sappiamo. Forse è pioggia. Una pioggia che non bagna, però. Una pioggia che tinge di rosa la città. E’ il vento di primavera che disperde i petali e basta avvicinare lo stagno in un parco, un rivolo d’acqua, un prato, i gradini della stazione sopraelevata di Uguisudani e subito li si vede turbinare, volteggiare, cadere senza parere ai vostri piedi, appiccicandosi alle suole. Ma sì, è la pioggia di primavera quella che imperversa sulla città, che irrompe per le strade, che si riversa sulle vostre spalle. Una pioggia carica di tutto ciò che sapete cogliere. Un mondo di significati racchiuso nella vostra mano.

Oggi ci siamo nutriti di bellezza. Una mostra sulla cerimonia del tè al Museo Nazionale di Ueno: un dialogo non troppo muto fra capolavori assoluti di pittura cinese (Liang Kai, Muqi! che emozione!), ceramica, contenitori e utensili foggiati dai grandi maestri e frotte di visitatori fra cui spiccavano molte maestre dell’arte del tè nei rigorosi e raffinati kimono iromuji dai colori primaverili. Un’occasione unica di incontro con opere d’arte provenienti da diversi musei e raccolte qui per l’occasione. Questa sì un’imperdibile occasione.

Poi una piccola fuga. Un pomeriggio di passeggiate e fascinazioni in uno dei giardini più belli della Edo delle residenze principesche dei feudatari di nobiltà guerriera, il Koishikawa Korakuen. Pochi turisti e ricordi, tanti, di un antico passato.

Un gioiello nascosto fra i palazzi e in cui la città sembra allontanarsi. E tanto basti per oggi. La stanchezza pesa sulle palpebre e invita al sonno.

 

 

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